06 Febbraio 2020

Il memorandum Italia-Libia così non va. O cambia o meglio stracciarlo

Bisogna riconoscere che esiste una gigantesca emergenza umanitaria. Il governo italiano deve imporre la chiusura dei centri di detenzione e l'apertura dei corridoi umanitari.

La Repubblica

Giovanna Vitale

Il memorandum Italia-Libia così non va. O cambia o meglio stracciarlo

“Io penso che sia necessario riscrivere interamente il memorandum con la Libia. Anzi, non capisco perché non lo si sia fatto prima che il vecchio, quello del 2017, arrivasse a scadenza. Considero grave essere arrivati al rinnovo tacito senza aver messo nero su bianco che per l’Italia la tutela dei diritti umani è presupposto irrinunciabile per la prosecuzione della collaborazione con il governo libico. Per cui, se da qui a un mese si dovesse verificare che non ci sono le condizioni per cambiarlo, la cosa migliore sarebbe stracciarlo”. Tommaso Nannicini, senatore pd ed ex sottosegretario di Palazzo Chigi quando il premier era Matteo Renzi, non si può certamente annoverare fra gli esponenti della sinistra radicale. Eppure le sue posizioni sulla crisi mediorientale e la linea del Conte2 sono più vicine a quel mondo lì che all’area liberal cui pure appartiene.

Senatore Nannicini, il governo italiano ha promesso modifiche sostanziali al memorandum, tant’è che dopo il rinnovo di tre giorni fa il ministro Luigi Di Maio ha dichiarato che una serie di proposte sono state già consegnate ai libici. Non si fida?

“Non è una questione di fiducia. In Libia non c’è solo una crisi migratoria, ma una gigantesca emergenza umanitaria. Qualsiasi decisione su come portare avanti il rapporto di collaborazione fra i due governi deve partire da qui. Limitarsi ad aggiungere un generico richiamo alla difesa dei diritti umani sarebbe del tutto insufficiente. Non servono parole ma fatti”.

Cosa andava scritto, secondo lei?

“Intanto che la Libia non è un porto sicuro. Che i centri di detenzione libici, veri e propri lager dove si praticano stupri e torture, vanno chiusi e sostituiti con strutture alternative gestite dalle Nazioni Unite e dalle Ong. Che la gestione dei migranti non può essere affidata alla guardia costiera libica, ma vanno aperti corridoi umanitari per far arrivare in Europa le persone più deboli”.

Ma non lo si poteva già prevedere nel 2017?

“Rispetto a tre anni fa la situazione è completamente diversa. Le Ong e le Agenzie Onu hanno raccolto molteplici testimonianze di persone vendute come merci, di donne violentate, di torture e omicidi consumati in quei maledetti centri. Continuare a fare come se nulla fosse ci renderebbe complici di un sistema che trasforma i rifugiati non solo in possibili bersagli del conflitto in corso, ma ostaggi di una gestione libica che spesso è in combutta con i trafficanti di uomini”.

Realisticamente crede possibile che il governo libico accetti di modificare il memorandum in modo così radicale?  

“Cambiare le scelte di fondo è indispensabile. Sennò è meglio stracciarlo. Ripeto, non possiamo continuare a lanciare convegni o commissioni sui diritti umani, quando ci sono lager a 400 chilometri di mare dalle coste italiane”.

E che tempi prevede?

“Posto che andava fatto tutto prima, occorre che il governo italiano si dia una scadenza. O entro un mese otteniamo la chiusura dei centri e l’apertura dei corridoi umanitari oppure dobbiamo rifiutarci di foraggiare un apparato militare libico che rinchiude le persone nei campi dove i diritti umani vengono violati ogni giorno”.

Il Pd, però, sembra piuttosto timido.

“È inutile chiedere segni di discontinuità, su questa e altre partite, se poi non si vedono scelte concrete. Il Pd deve alzare la voce e chiarire quali sono i paletti invalicabili di questa fantomatica fase due. Anche a costo di confrontarsi duramente con i nostri alleati o al nostro interno. Non è vero che dobbiamo litigare meno. Dobbiamo litigare di più, ma meglio. Sui contenuti e sulle scelte rispetto alle quali ci giochiamo l’identità del partito. E lo stesso vale per i decreti sicurezza”.

Andrebbero aboliti secondo lei?

“Zingaretti non può limitarsi a sostenere che siccome siamo in una coalizione dobbiamo mediare. È vero, ma il Pd dica su cosa e partendo da quali punti fermi. Per esempio, le multe alle Ong vanno cancellate, non abbassate: non siamo ai saldi di fine stagione. Salvare le persone in mare non è un reato, semmai un merito. Per noi questo deve essere un principio irrinunciabile”.

Ma non c’è anche una questione geopolitica, di collocazione dell’Italia nel Mediterraneo? Non teme che una linea troppo intransigente potrebbe fornire alla Libia il pretesto per interrompere ogni rapporto con l’Italia?

“Il ruolo dell’Italia lo si rafforza rendendo più incisiva l’attività diplomatica, non finanziando la gendarmeria libica per rimandare persone nei lager. Stando ai tavoli e non facendo gaffe con inviti a casaccio. Più che di geopolitica, io vedo un problema di politica”.

In che senso, senatore?

“Il Pd ha paura di dire cose chiare per il timore di perdere consenso, di scontentare qualcuno al suo interno, di far traballare la maggioranza. Sul memorandum ci preoccupiamo di non alterare gli equilibri interni dei nostri gruppi dirigenti. Sui decreti sicurezza di non litigare con gli alleati. Ma se non ritroviamo il coraggio e la forza di alcune scelte di fondo rischiamo che nessuno capisca più chi siamo e che cosa vogliamo”.

Ci dica tre cose da fare subito su questi temi, allora.

“Il memorandum va riscritto completamente o sennò stracciato. I decreti sicurezza vanno cambiati. E bisogna rimettere in pista lo ius culturae. Anzi, io la chiamerei legge di cittadinanza per i “nuovi italiani”, che semplicemente sono i compagni di banco dei nostri figli. Sennò sembra che quando ci vergogniamo di qualcosa la chiamiamo in latino. Dobbiamo smettere di fare annunci e cominciare a fare le cose per cui si capisce subito da che parte stiamo”.