01 Aprile 2020

Per Nannicini solo una rivoluzione culturale può salvare l’Unione europea

L’economista e senatore Pd: «Se le leadership europee perderanno questa occasione, anche noi europeisti sfegatati dovremo chiederci se abbiamo vissuto coltivando un’illusione sganciata dalla realtà»

Linkiesta

Tommaso Nannicini

Per Nannicini solo una rivoluzione culturale può salvare l’Unione europea

La discussione sugli Eurobond, così com’è impostata, rischia di non produrre niente di buono. Italiani contro tedeschi, olandesi contro spagnoli. È tutto un gioco a rinfacciarsi egoismi del presente ed errori del passato, con lo sguardo al consenso interno al proprio paese piuttosto che alla ricerca di soluzioni comuni a problemi altrettanto comuni. Stiamo addirittura discutendo sulla cancellazione del debito tedesco dopo la guerra mondiale. Per la serie: il tempo libero non scarseggia in questo momento.

L’Europa dimostrerà di essere qualcosa di più di un’espressione geografica se sarà all’altezza della sfida enorme che ha di fronte. Come ci ha ammonito Mario Draghi, le scelte che le leadership europee prenderanno in questo frangente avranno effetti “irreversibili” sul nostro benessere. Il coronavirus è un esempio di shock simmetrico, che colpisce tutti, ma i suoi effetti saranno asimmetrici, e se qualcuno si illude che, se non facciamo niente per reagire tutti insieme, saranno i paesi più deboli a esserne maggiormente colpiti, allora tanto vale rinunciare all’idea che l’Unione Europea e l’Euro stanno lì per risolvere i problemi di tutti. Sveglia: il dibattito sugli Eurobond non dobbiamo farlo da tedeschi o da italiani, ma da europei. Tirando fuori, per carità, legittime posizioni diverse: quelle dei “conservatori” che difendono lo status quo e quelle dei “rivoluzionari” che vogliono costruire un’Europa diversa.

Lo so: per farlo servirebbero partiti europei e sindacati europei, mentre abbiamo solo partiti e sindacati nazionali con l’aggiunta di burocratici europei. E servirebbero istituzioni diverse: dove prevale il metodo comunitario (come alla Banca centrale europea) piuttosto che quello intergovernativo, dove si devono mettere d’accordo i governi dei singoli paesi, spesso all’unanimità. Ma questo abbiamo. E non può essere una scusa per non fare niente di fronte alla crisi enorme che stiamo vivendo (una crisi che non sparirà né presto né magicamente).

Tanto per iniziare, dobbiamo cambiare linguaggio. Non dobbiamo parlare di “mutualizzazione” del debito ma di “efficacia” del debito. Non dobbiamo parlare di “condizionalità” delle scelte ma di “condivisione” delle scelte. Mi spiego. Adesso il debito serve, è “buono”, come ci ha ricordato sempre Draghi: è la risposta più efficace alla crisi globale che è appena iniziata. A patto che sia buono davvero, cioè usato bene, per investimenti sociali e produttivi, e temporaneo. Il fatto che noi italiani siamo stati spesso maestri di debito “cattivo”, adesso non conta, anche se dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Gli Eurobond non servono per mutualizzare il debito di qualcuno, ma per trasformare l’Eurozona in una “unione fiscale”, per dotarla di uno strumento efficace di gestione della domanda aggregata che si coordini con la politica monetaria.

Quando le leadership europee di allora hanno creato l’Euro non si sono perse in tecnicismi, non hanno ascoltato chi diceva che la zona Euro non era un’area valutaria ottimale, ma hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, perché nella moneta unica vedevano il tassello fondamentale di una costruzione politica. Una costruzione che è rimasta a metà del guado. Tutti i limiti di una politica monetaria comune senza una politica fiscale altrettanto comune si sono visti dopo la Grande Recessione del 2008. Non porvi rimedio adesso sarebbe un errore irreparabile.

Dobbiamo individuare subito, trattati o non trattati, un’istituzione europea che emetta titoli di debito irredimibili o a lunga scadenza, garantiti da tutti gli stati membri in base al proprio Pil: titoli di debito a rischio quasi zero e acquistati all’emissione dalla Bce. Almeno tre o cinque punti di Pil europeo, non noccioline. E dobbiamo spendere insieme queste risorse per far fronte all’emergenza. Non condizionalità, ma condivisione delle scelte, appunto. Scelte che poi andranno calate sui sistemi di welfare e produttivi di ciascun paese, ma solo dopo che sono state prese a livello europeo individuando insieme priorità e strumenti. Priorità che non potranno che riguardare il potenziamento della sanità pubblica, la garanzia del reddito per chi perde il lavoro, la liquidità delle imprese e il sostegno a investimenti che permettano loro di disegnare mondi nuovi.

Sono le scelte che in tempi non sospetti avevamo provato a mettere in fila in questo libretto gratuito curato da Europa 21 Secolo e Linkiesta: “Rivoluzione Europa”. Rileggendolo viene da chiedersi: se non ora, quando? Se le leadership europee perderanno un’occasione così enorme per avviare questa rivoluzione, francamente, anche noi europeisti sfegatati dovremo chiederci se, come prima di noi chi ha creduto nel comunismo, non abbiamo vissuto coltivando un’illusione sganciata dalla realtà.