06 Marzo 2020

Non è Salute Vs Economia. Serve subito un piano da 20 miliardi

Quel che ha ipotizzato finora il governo «non basta». Ci vuole un piano «compiuto, ampio, da almeno venti miliardi di euro, e subito. Per evitare una pesantissima recessione non ci sono alternative

La Stampa

Alessandro Barbera

Non è Salute Vs Economia. Serve subito un piano da 20 miliardi

Quel che ha ipotizzato finora il governo «non basta». Ci vuole un piano «compiuto, ampio, da almeno venti miliardi di euro, e subito. Per evitare una pesantissima recessione non ci sono alternative». Tommaso Nannicini, economista con cattedra alla Bocconi, già sottosegretario alla presidenza del governo Renzi, oggi è senatore del Pd. E da economista argomenta perché la strada scelta dal governo rischia di essere un pannicello caldo a un malato grave.

Quanto sarà pesante la recessione alla quale andiamo incontro?

«Temo molto, anche se al momento è difficile fare previsioni. A prescindere dall’evoluzione del contagio l’effetto a catena sull’economia sarà fortissimo».

Sopra l’uno per cento?

«Senza dubbio»

Che cosa propone di fare?

«Le dico anzitutto cosa non farei, ovvero replicare il modello terremoto. Questa non è un’emergenza come le altre. Lo choc al quale andiamo incontro è così forte che interventi circoscritti sono insufficienti. Serve un pacchetto di stimolo complessivo che abbia tre caratteristiche: forte, immediato e nazionale. Non possiamo aspettare un minuto, il rischio è quello di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. E non possiamo procedere con i piccoli passi di un decreto alla settimana: come ci insegna il caos comunicativo sulle scuole chiuse, rischiamo che voci e anticipazioni creino ancora più incertezza».

Non dovrebbe essere l’Europa a farsene carico?

«Abbiamo già capito che la politica monetaria arriverà in ritardo e con le armi spuntate. E l’Unione europea non ha un bilancio sufficiente a gestire la politica di stimolo di cui c’è bisogno. Non possiamo fare i keynesiani solo ai convegni. Questo è il momento di farlo sul serio».

Lei che cosa propone?

«Per l’Italia la crisi è sia di offerta sia di domanda. C’è bisogno di uno choc fiscale per aiutare le imprese ad affrontare una crisi di liquidità e per sostenere la domanda».

Nel concreto?

«Penso a cinque misure, tutte di un anno. La prima: gli acconti Irap, Irpef e Ires di giugno vanno rinviati a novembre sulla base del reddito nel 2020, non nel 2019. Secondo: una riduzione forte dell’Iva per sostenere i consumi. Terzo: aumentare ecobonus, industria 4.0 e incentivi a chi investe. Tutto ciò che può anticipare gli investimenti è importante. Quarto: la cassa integrazione va estesa a tutti e senza costi o vincoli, a livello nazionale. Quinto: gli ammortizzatori sociali vanno estesi a precari e autonomi. Ce ne sono molti in quattro settori che soffriranno: trasporti, turismo, spettacolo, istruzione».

È un piano costosissimo. Come fa a permetterselo un Paese come il nostro?

«Le conseguenze dell’inazione sarebbero peggiori. Nella mia ipotesi occorre investire almeno una ventina di miliardi, più di un punto di Pil, ovviamente da concordare con l’Unione europea».

Con il nostro debito non è possibile finanziarlo tutto in deficit. O no?

«Serve credibilità. Lo choc deve essere temporaneo con un piano di rientro credibile. Si va al 3 percento di deficit, ma per evitare la recessione non per fare prepensionamenti a pioggia. Quota cento va superata. In pensione prima ci vanno i disoccupati, le persone con disabilità e chi fa lavori gravosi. Il resto delle risorse serve per i giovani e per la crescita. E poi servono riforme. Una giustizia giusta anche nei tempi. Una pubblica amministrazione digitale, da cui si possono risparmiare subito tre miliardi di euro. Una semplificazione delle regole del codice appalti che, nel rispetto della concorrenza, consenta il rilancio di investimenti ormai bloccati da troppa burocrazia».

Siamo arrivati bene o male alla metà di quel che propone.

«Lo choc fiscale va fatto a deficit, ma è sostenibile se accompagnato da riforme che rendono credibile la crescita e il rientro dal debito».

Crede che la maggioranza possa essere unita su un piano del genere?

«Credo che attorno a un progetto del genere dovrebbe esserci il massimo di condivisione. Serve unità istituzionale, anche perché per convincere Europa e mercati che il rientro dal debito sarà credibile la politica deve presentarsi unita di fronte all’emergenza economica».