20 Gennaio 2020

Ricordare Craxi, parliamo di politica e non di toponomastica

Oggi ci sono meno esasperazioni di ieri, ma c’è ancora molto opportunismo

Il Foglio

Ricordare Craxi, parliamo di politica e non di toponomastica

Ci sono voluti vent’anni per discutere di Bettino Craxi con un minimo di equilibrio. Anche se, intendiamoci, si tratta di un equilibrio ancora in dosi omeopatiche. In Italia, qualsiasi discussione politica sulla storia, più o meno recente, finisce sempre per essere risucchiata nel gorgo delle valutazioni strumentali. Oggi ci sono meno esasperazioni di ieri, certo, ma c’è ancora molto opportunismo. La domanda che si legge dietro a ogni commento politico è quasi sempre la stessa: mi si nota di più se lo rivaluto o se lo demonizzo? Mi conviene chiamarlo statista o latitante? La domanda è di rado quella che invece dovremmo porci: un Paese che sa fare i conti con la propria memoria come dovrebbe ricordare un politico che è stato leader di un partito di massa come quello socialista per sedici anni e capo del governo italiano per quattro anni?

Il dibattito che riemerge ciclicamente sull’opportunità di dedicare una via di qualche città a Craxi è l’emblema di questo atteggiamento. È giusto. È sbagliato. Parliamone, ma non è il momento. Con ognuna di queste posizioni che trasuda spesso tatticismo, settarismo o moralismo, a seconda dei casi. E sempre con una strana premessa: che il compito della politica sia quello di dividere i morti in santi e peccatori. Compito che forse dovremmo lasciare a qualcun altro. Se fosse quello il ruolo della toponomastica stradale, sarebbe meglio usare i numeri per nominare le vie, come a Manhattan. La premessa, infatti, dovrebbe essere un’altra: che in politica, come nella vita, i santi non esistono. Esistono le persone, con le loro grandezze e le loro debolezze. E le vie dovrebbero ricordare chi ha lasciato un segno nella nostra traiettoria collettiva attraverso entrambe, come non potrebbe essere altrimenti.

Mondoperaio inizia con questo numero una discussione tutta politica sulla stagione di Bettino Craxi. Con la speranza che questa discussione raggiunga anche generazioni che quella stagione non sanno che cosa sia, o che la conoscono per aver letto Marco Travaglio e Vittorio Feltri, piuttosto che Luciano Cafagna e Zeffiro Ciuffoletti. Qui mi limito a mettere in fila alcuni elementi che ancora oggi vengono colpevolmente trascurati a livello politico. Lo faccio da una prospettiva “di parte”: quella di una persona che ama la politica e, votando per la prima volta nel 1992, ha scelto di diventare socialista in piena Tangentopoli, quando farlo significava un po’ diventare colpevoli per scelta. E lo ha fatto per ragioni ideali, legate alle ragioni di una sinistra liberale e riformista, ma anche per difendere la dignità della politica, di fronte a un rito collettivo del capro espiatorio che ha poi fatalmente finito per buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Ancora oggi, si fatica ad ammettere che la demonizzazione del nuovo corso socialista di Bettino Craxi, allievo di Pietro Nenni e convinto assertore della centralità della politica, non nacque con la questione morale, ma intorno a temi squisitamente politici, a partire dagli anni che seguirono la sua elezione a segretario del Psi nel 1976: grande riforma istituzionale; strategia euro-atlantica; scala mobile; responsabilità civile dei magistrati; offensiva culturale in nome di un anti-comunismo di sinistra, madre di tutte le eresie col muro di Berlino ancora in piedi. Su quei temi, come oggi riconoscono in molti, Craxi e i socialisti avevano ragione. E i frutti di quella ragione sono ancora fra noi. Con Tangentopoli, si tentò di giustificare ex post, su presunte basi morali, una demonizzazione che era tutta politica.

Si badi bene: aver ragione nel merito e veder scomparire il proprio partito (con alle spalle un secolo di storia) non è un’attenuante, ma un’aggravante. Non ci fu un semplice complotto. Certo, gli avversari gettarono benzina sul fuoco. Ma come aspettarsi altrimenti? La colpa di noi socialisti fu quella di permettere che ciò avvenisse per colpa dei nostri errori. Perché perdemmo il contatto col paese dopo il 1989 e finimmo per apparire il baluardo di un sistema di potere alla cui ombra si erano ramificate corruttele. A un certo punto, a via del Corso si aggiravano troppi faccendieri, che difficilmente la sera, prima di andare a letto, leggevano Mondoperaio, Luciano Pellicani o Norberto Bobbio. Questo c’è stato (le ombre di quella stagione, la solitudine del suo leader e i suoi errori politici), ma non cancella certo le luci e le battaglie ideali che Craxi, quel gruppo dirigente e milioni di militanti ed elettori hanno sostenuto nell’interesse del paese.

E così veniamo a Tangentopoli. Come ha riconosciuto Gerardo D’Ambrosio, le accuse rivolte a Craxi non riguardavano casi di arricchimento personale, ma di finanziamento illegale della politica, nella sua veste di leader del Psi. All’ombra di quel sistema illegale, certo, si annidavano corruzione e distorsioni della concorrenza. Ma quel sistema – con l’aggiunta dei flussi di denaro provenienti dall’estero – riguardava tutta la Prima Repubblica, in tempi in cui le spese erano molto alte, per ragioni nobili e meno nobili (come le guerre intestine tra correnti). Questo tema la politica non volle affrontarlo (e gli stessi socialisti lo sollevarono fuori tempo massimo): i danni di quella scelta sono ancora fra noi. Ci si affidò alla ghigliottina dei processi, che colpivano con la precisione di una roulette russa, anche perché il reato di finanziamento illecito ai partiti era stato depenalizzato per alcuni anni ma non per tutti.

È stupefacente come la campagna d’odio verso la classe politica fu alimentata da quanti ne venivano risparmiati: politici che si erano incrociati per una vita con i reprobi additati al pubblico disprezzo, da alleati o da avversari, ma sempre alternando le private familiarità con i pubblici duelli. E condividendo la medesima passione per la politica. Rimane inspiegabile, per chi sia stato anche solo sfiorato da quella passione, come i politici rimasti fuori dal ciclone non abbiano sentito l’impulso di arginare l’odio, di rimpiazzare la voglia di punire con la voglia di spiegare. Di spiegare che cosa erano la politica e il suo finanziamento nella Prima Repubblica. Di spiegare che non c’era da vergognarsi se per un periodo la politica aveva riempito alcuni vuoti anche finanziariamente, stipendiando gli amministratori locali (permettendo ad alcuni ceti sociali di emanciparsi e far parte della classe dirigente) e aiutando i dissidenti delle dittature di destra o di sinistra (o quelli di entrambe nel caso dei socialisti). Ciò non giustifica il sistema illegale con cui la politica si finanziava, o le distorsioni che imponeva sull’attività economica. Ma lo si sarebbe potuto, e dovuto, spiegare.

Detto tutto questo, intitolare una via al leader socialista non è ciò che conta. Si mandi pure via Craxi dalla toponomastica stradale. Non è questo il punto. Il punto è politico. E ci parla di come gli italiani dovrebbero fare i conti in maniera matura con la propria storia. Ci parla di quale spazio dare alle pagine importanti scritte da Craxi e dal Psi in quella storia, ad alcune battaglie ideali che hanno fatto germogliare idee che ancora fortificano la nostra vita collettiva. La questione non riguarda solo gli ex Psi, ma tutti noi. Di questo dovremmo parlare. Non di cartine stradali, ma di politica: delle sue bassezze e della sua bellezza. Come disse una volta lo stesso Craxi, che era un politico di un altro tempo: finché avrò carta e penna, continuerò a fare politica. I socialisti italiani, attivi o meno che siano nei partiti esistenti, finché avranno un computer, un accesso a internet e – perché no – anche una rivista dalla diffusione corta ma dai pensieri lunghi come Mondoperaio, si impegnino a fare lo stesso.