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Sono più poveri gli autonomi o i dipendenti?

Andrea Dili e Tommaso Nannicini

Bio:

Andrea Dili è dottore commercialista e vicepresidente di Confprofessioni. Scrive sul Sole 24 Ore.
Tommaso Nannicini è professore ordinario di economia all’Università Bocconi e all’European University Institute. È il direttore scientifico dell’Osservatorio delle Libere Professioni.

Sintesi:

Il lavoro povero non riguarda solo i dipendenti, si annida anche nel lavoro autonomo. Ma è meno riconosciuto e più difficile da misurare, perché mancano analisi dettagliate sulle condizioni socioeconomiche delle libere professioni, vecchie e nuove. Dietro la categoria degli “indipendenti” convivono realtà molto diverse: professionisti solidi e microimprese in difficoltà, finte partite Iva usate per mascherare la subordinazione e lavoratori autonomi veri, che però si scoprono fragili di fronte ai cambiamenti demografici e tecnologici. A questa grande varietà di situazioni si sommano tutele insufficienti e un welfare frammentato, soprattutto per chi è iscritto alla gestione separata dell’Inps. Servono misure differenziate e un sistema di protezione più equo, capace di sostenere chi lavora senza datore, ma non senza rischi.

Quando si parla di lavoro povero, la mente corre quasi automaticamente al lavoro dipendente: alle vecchie e nuove forme di sfruttamento, ai lavoretti sottopagati o a chi fa un part-time involontario e fatica ad arrivare a fine mese. Marx o non Marx, siamo abituati a pensare la povertà dentro le categorie del lavoro subordinato: la fatica di chi esegue, la dipendenza da un datore, il potere contrattuale sbilanciato. È più difficile inquadrare il rischio di povertà che si annida nel lavoro autonomo. Ci mancano le categorie concettuali per farlo. Perché mai una persona dovrebbe imporsi alienazione e auto-sfruttamento? Perché scegliere liberamente una condizione di incertezza, con redditi bassi e senza protezioni? Senza un padrone da biasimare, tendiamo a non riconoscere il fenomeno. Non vediamo il lavoro autonomo povero. Eppure, esiste.

Una galassia poco conosciuta

A volte, poi, non è un problema di categorie, ma di dati. Il “Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia”, istituito durante il governo Draghi, ha svolto un lavoro prezioso di ricognizione e proposta, culminato nella relazione pubblicata nel novembre 2021. Utilizzando i dati dell’indagine europea su reddito e condizioni di vita EU-Silc per il periodo 2006-2017, il gruppo ha misurato l’incidenza della povertà lavorativa nel nostro paese comparandola con quella degli altri stati europei. Ma con quei dati si può arrivare solo fino a un certo punto: le informazioni sono troppo aggregate e non permettono di esplorare tutte le forme di lavoro autonomo, che va dai liberi professionisti alle partite Iva individuali. Proprio per questa ragione, anche nelle conclusioni e indicazioni di intervento, il rapporto resta più solido sul versante del lavoro dipendente che su quello autonomo.

Mancano analisi dettagliate sulle condizioni socioeconomiche delle libere professioni, vecchie e nuove, e sugli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di povertà tra chi lavora con partita Iva. Un vuoto di conoscenza che contribuisce, ancora una volta, a rendere invisibile una parte crescente di chi è in difficoltà nel mondo del lavoro.

Chi sono i lavoratori poveri tra i dipendenti e tra gli autonomi

Se si guarda ai dati Istat riportati nella figura in basso, si vede come negli ultimi dieci anni la quota di famiglie in povertà relativa sia rimasta abbastanza stabile, ma con forti differenze tra gruppi professionali. Si tratta della percentuale di famiglie che non dispone di risorse economiche sufficienti per mantenere uno standard di vita socialmente accettabile per il contesto in cui vivono. Detto più tecnicamente, il cui reddito disponibile, corretto per la dimensione del nucleo, è inferiore al 60% del reddito mediano nazionale (il cui valore si trova al centro della distribuzione dei redditi). Il rischio di povertà è misurato a livello familiare, ma le famiglie sono classificate in base alla professione della persona che contribuisce maggiormente al reddito complessivo.

Gli operai e assimilati restano di gran lunga i più esposti: quasi un quinto vive in famiglie sotto la soglia di povertà, con valori che oscillano tra il 16% e il 19%, senza veri segnali di miglioramento. Anche tra i dipendenti nel loro complesso la quota è elevata, intorno al 10%, e mostra un andamento piatto nonostante la ripresa post-pandemia.

Tra gli indipendenti, invece, il quadro è più sfaccettato. Gli imprenditori e i liberi professionisti hanno livelli di povertà molto bassi e stabili, intorno al 3%, ma la media della categoria nasconde situazioni molto diverse.

Gli “altri indipendenti” – partite Iva, artigiani, commercianti senza dipendenti – hanno tassi di povertà doppi o tripli, che dopo la pandemia sono tornati sopra l’11%. È qui che si annida il lavoro autonomo povero, quello che sfugge alle statistiche ma riempie le città di insegne spente e i piccoli centri di studi professionali sempre più fragili: microimprese e partite Iva individuali che non riescono a generare redditi sufficienti, spesso senza di una rete di protezione.

Quota di famiglie in povertà lavorativa, per profilo professionale del principale percettore di reddito

Come al solito % accanto ai numeri dell’asse

Sulle linee virgole al posto dei punti per i decimali

Fonte: Istat.

Per amore di sintesi, si può dire che il rischio di lavoro autonomo povero abbraccia profili molto diversi tra loro. È anche su questa complessità che sta lavorando l’Osservatorio delle libere professioni, con un rapporto in preparazione sulle tante facce del lavoro autonomo povero. Ci sono le finte partite Iva, usate per aggirare i costi e i vincoli della disciplina del lavoro subordinato. C’è la zona grigia tra subordinazione e autonomia, che spesso nasconde condizioni di debolezza contrattuale rispetto a committenti unici o dominanti. E c’è il vero lavoro autonomo in difficoltà di fronte ai cambiamenti demografici e tecnologici, dallo spopolamento delle aree interne all’intelligenza artificiale. Di conseguenza, anche le risposte dovrebbero essere differenziate.

Occorre contrastare il finto lavoro autonomo riconoscendogli pezzi rilevanti delle tutele del lavoro dipendente, sulla scia dell’articolo 2 del decreto legislativo 81 del 2015 (che era un pezzo del Jobs Act volto a ridurre la zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato). Ma serve anche rafforzare il vero lavoro autonomo, con strumenti di welfare allargato, formazione continua e sostegno alle transizioni tecnologiche e dei modelli organizzativi, che stanno ridisegnando le professioni.

Lo stato del welfare per gli autonomi

Nonostante il disegno riformatore, mai pienamente attuato, dello Statuto del lavoro autonomo, contenuto nella legge 81 del 2017, una vera rete di protezione per questo mondo continua a mancare. E anche questa può essere vista tra le concause del lavoro autonomo povero. Nel panorama del welfare dei professionisti, un ruolo importante è oggi svolto dalle casse previdenziali privatizzate, che gestiscono la previdenza obbligatoria di oltre un milione e mezzo di professionisti. Secondo un’analisi di Mefop (società costituita dal ministero dell’Economia e delle Finanze, per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione), accanto alle funzioni tradizionali di tipo pensionistico, queste casse hanno ampliato il raggio d’azione verso forme di welfare integrativo: sostegni al reddito in caso di malattia o infortunio, contributi per maternità e paternità, borse per la formazione, fino a misure di aiuto all’avvio della professione o alla digitalizzazione. L’insieme delle prestazioni non pensionistiche supera oggi le cinquecento tipologie mappate da Mefop. In quasi tutte le casse è prevista un’assistenza sanitaria di base estendibile al nucleo familiare e circa la metà degli enti offre prestazioni specifiche per la non autosufficienza. Più della metà delle casse garantisce sussidi in caso di infortunio o malattia, calamità o eventi straordinari, o forme di supporto ai superstiti. Circa il 40% delle prestazioni riguarda invece il sostegno diretto alla professione: mutui e finanziamenti agevolati, convenzioni per software e servizi digitali, contributi per la trasformazione tecnologica.

Le differenze tra casse sono però marcate: quelle con una base ampia di iscritti e bilanci solidi possono garantire un ventaglio di prestazioni molto più ampio rispetto agli enti più piccoli, con numero di aderenti in ribasso o con iscritti a redditi mediamente bassi. Ne risulta un sistema frammentato, che riflette le disuguaglianze interne al lavoro autonomo, ma che rappresenta un pilastro importante del welfare professionale italiano, da cui non si può che partire per disegnare nuove tutele per il lavoro autonomo povero.

Chi tutela le nuove professioni?

E poi ci sono tutti quei professionisti che non fanno riferimento alle categorie regolamentate all’interno di ordini e collegi professionali, quali archeologi, tributaristi, consulenti informatici, amministratori di condominio, guide turistiche, traduttori, e altro ancora. Dal 1996 fanno capo alla gestione separata Inps, che provvede, oltre alla funzione previdenziale, a una serie di strumenti di welfare.

Si tratta di una platea di lavoratori autonomi in costante crescita, passati dai circa 135mila del 1996 ai 545mila del 2024, con un incremento del 68% negli ultimi dieci anni e del 30% nella fase post-Covid. Un fenomeno che appare in parte dovuto alla diffusione delle cosiddette “nuove professioni” e in parte anche alla revisione del modello di imposizione sui redditi delle persone fisiche attraverso il regime forfettario. Gli strumenti di welfare messi a disposizione dei professionisti iscritti alla gestione separata appaiono tradizionalmente deboli o comunque circoscritti, soprattutto se confrontati con le tutele di cui godono i lavoratori dipendenti. Si tratta di misure di base afferenti alla maternità, ai congedi parentali e al riconoscimento di indennità nei casi di malattia grave e degenza ospedaliera. Seppure aumentate nel 2017 con l’approvazione della già citata legge 81, il livello delle prestazioni rimane modesto, registrando, peraltro, una palese distanza rispetto alla relativa contribuzione. All’interno del bilancio della gestione separata Inps, infatti, la voce assistenza genera ogni anno importanti avanzi: il rapporto tra prestazioni erogate e contributi versati dai professionisti si attesta intorno al 30%. Includendo nel computo l’Iscro, l’indennità varata nel 2021 con l’obiettivo di sostenere i professionisti con significativi cali di attività, lo stesso rapporto non raggiunge il 20%. Sono risultati insoddisfacenti, che mostrano come i professionisti iscritti alla gestione separata, oltre al danno di non godere di un sistema di tutele paragonabile a quello dei lavoratori dipendenti (o dei colleghi iscritti alle casse), debbano sopportare anche la beffa di contribuire, con i propri versamenti assistenziali, agli avanzi della gestione separata Inps.

La storia recente mostra come il legislatore abbia già provato a colmare queste carenze, per esempio con il varo di un inedito ammortizzatore sociale per le partite Iva, appunto la già citata Iscro, nata da una proposta avanzata in sede Cnel – il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Ma questo e altri interventi, alla prova dei fatti, non si sono rivelati pienamente efficaci. Proprio per questo il Cnel è tornato a occuparsi del tema, elaborando una nuova proposta di legge che mira a potenziare gli strumenti di welfare e a superare i vincoli che hanno reso l’Iscro poco accessibile.

L’idea di base è creare un fondo autonomo dedicato alle prestazioni assistenziali della gestione separata, in cui far confluire le risorse derivanti dalle aliquote aggiuntive già versate dai professionisti. Oggi, infatti, queste somme vengono spesso impiegate per riequilibrare i conti dell’Inps, invece di finanziare misure di sostegno effettive. La proposta prevede che il nuovo fondo abbia una governance chiara e trasparente, con la partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori autonomi, così da rendere visibile come vengono utilizzate le risorse e quali prestazioni ne derivano. L’obiettivo è costruire un vero welfare allargato per i professionisti della gestione separata, utilizzando in modo coerente i contributi che già versano.

La palla ora passa al Parlamento.