Da quando è cominciata la guerra dei dazi, una domanda tormenta gli osservatori di tutto il mondo: Trump c’è o ci fa? In una girandola di annunci e minacce, i dazi salgono, poi scendono. Gli accordi vengono proclamati, poi smentiti. I mercati finanziari crollano, poi si riprendono. Con esiti ancora imprevedibili. Escludendo la visione di chi lo considera semplicemente un pazzo criminale, sono tre le principali teorie che cercano di spiegare un comportamento tanto erratico quanto, a tratti, autodistruttivo.
La prima è negoziale: la spara grossa solo per spaventare gli altri paesi e strappare accordi più favorevoli. Non fa sul serio. La seconda è ideologica: deve accontentare la base che l’ha votato e crede che i problemi americani derivino dalle importazioni a basso costo. Alzerà le tariffe per dare qualche segnale, ma senza stravolgimenti. La terza è strategica: vuole riscrivere le regole dell’ordine globale, come ha scritto il suo capo economista Stephen Miran. In questa ottica, riequilibrare il sistema significa correggere la sopravvalutazione del dollaro, senza rinunciare ai vantaggi che comporta, e usare pressioni commerciali e militari per far pagare ai partner la supremazia americana.
Insomma, alla fine della fiera, i dazi saranno tanto più alti e duraturi quanto più si salirà la scala di queste spiegazioni: dalla prima alla terza, dal bluff alla strategia globale. E anche la risposta degli altri paesi dovrebbe dipendere da come interpretano le mosse degli Stati Uniti. Per ora, l’Unione Europea sembra orientarsi sulla prima teoria, o al massimo sulla seconda: meglio allora mantenere la calma, riporre in un cassetto le contromisure e aspettare che la trattativa entri nel vivo, nelle sue fasi finali. In fondo, si dice, ha già fatto così con altri: ha alzato la voce, ma poi è tornato indietro.
Non è detto, però, che il peso delle tre teorie – negoziale, ideologica e strategica – sia sempre lo stesso. Le motivazioni che spingono Trump a certe scelte nei rapporti con la Cina potrebbero non coincidere con quelle che guidano le sue mosse verso l’Europa. Uno spunto per capirlo arriva dalla lettera inviata da poco alla presidente von der Leyen, per annunciare che i dazi sulle importazioni europee saliranno al 30%. La parola chiave della missiva è “sicurezza nazionale”. Per la serie: non ci sono solo squilibri commerciali da correggere, ma un rapporto geopolitico da sovvertire.
Non è la prima volta che Trump usa la forma epistolare per annunciare rappresaglie economiche. Lettere simili sono partite in passato verso Canada, Messico, Cina e Corea del Sud. Eppure, quella inviata all’Unione Europea ha qualcosa di diverso. Traspare una visione più strategica, che riguarda non solo il commercio ma anche il significato geopolitico dei rapporti transatlantici. La Cina è il nemico da combattere, tanto sul fronte economico quanto su quello tecnologico. Canada e Messico sono vassalli da rimettere in riga. L’Europa è un parassita da ridimensionare, un ex alleato opportunista, epicentro dell’ideologia woke, un’entità geografica senza peso. Da qui il tono della lettera: freddo, sprezzante. Quasi impersonale. Nessun richiamo alla storia comune, nessuna citazione d’occasione. Solo un messaggio: aprite i mercati, oppure ve li chiudiamo noi.
Insomma, la terza teoria – quella per cui l’obiettivo di fondo è riscrivere l’ordine globale – trova qualche conferma in quella lettera. Se così fosse, l’Unione Europea farebbe bene a capire che non ha di fronte una trattativa commerciale, ma una sfida esistenziale. E a un attacco sistemico non si risponde con strumenti difensivi o con la nostalgia dei vecchi equilibri multilaterali. Le contromisure commerciali servono, ma non bastano.
L’Europa dovrebbe usare due armi che ha: insidiare il ruolo del dollaro e dei titoli di Stato americani nel sistema finanziario internazionale, emettendo titoli comuni per offrire un’alternativa credibile come bene rifugio globale, e mettendo l’euro al centro di un nuovo ordine monetario. Poco male se questo porterà a una svalutazione del dollaro e a qualche frizione in più sulle esportazioni: quelle ci sarebbero comunque, per effetto della politica commerciale statunitense. Meglio, piuttosto, usare il debito comune per competere sulla qualità anziché sul costo del lavoro, per attrarre i migliori ricercatori che scappano da un’America sempre più chiusa, per investire in modo ambizioso su ricerca, tecnologia e intelligenza artificiale, lungo la strada indicata dal rapporto Draghi.
Ricerca avanzata, debito europeo, costruzione di una vera unione fiscale: sono queste le carte da giocare. Perché – per dirla alla Trump – l’Europa, le carte da giocare, ce le ha. Ammesso che si svegli, e cominci a giocare la partita in modo unitario e strategico.
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