Perché battersi per i salari significabattersi per la produttività

Ogni volta che in Italia escono i dati sull’occupazione, il dibattito politico recita lo stesso copione. Chi sta al governo festeggia – occupati ai massimi, salari che ripartono – e chi sta all’opposizione ribatte che cresce solo il lavoro degli anziani, trattenuti dalla riforma Fornero, il resto è propaganda. Le tifoserie si scontrano per ventiquattr’ore, poi i numeri tornano nel cassetto in attesa del comunicato successivo. Un dibattito quanto mai sterile, dato che la questione salariale è troppo seria per essere affrontata così.

Eppure, quest’anno gli strumenti per prendere sul serio il tema ci sarebbero: il rapporto annuale dell’Inps, presentato a inizio luglio, e uno studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), uscito alla fine dello stesso mese, che analizza le retribuzioni dei dipendenti privati dal 1990 al 2026, incrociandole con tutte le riforme dell’Irpef nello stesso periodo. Messi in fila, i due rapporti compongono la radiografia più completa che abbiamo della questione salariale italiana. E, purtroppo per le tifoserie di cui sopra, raccontano una storia che non fa comodo a nessuna delle due.

Partiamo dal mercato del lavoro. L’occupazione cresce davvero, non solo tra i capelli grigi: tra il 2021 e il 2025 sono entrati cinque milioni di lavoratori dipendenti, in buona parte giovani e immigrati. Ma è proprio questo allargamento a spiegare, in parte, perché i salari reali calano. Chi entra guadagna meno di chi c’è già: i sedici milioni di dipendenti presenti in entrambi gli anni hanno visto la retribuzione crescere del 26,6 per cento, mentre la media segna solo un più 14,7, al di sotto del 18,4 di inflazione cumulata. È l’aumento dell’occupazione, paradossalmente, a tirare giù la media, perché chi entra è solitamente meno produttivo di chi c’era già. A questo punto, chi governa potrebbe cantare vittoria: depurati da questo effetto composizione, i salari di fatto aumentano. Ma non è proprio così. Una parte di quel più 26,6 viene da maggiori giornate lavorate e da passaggi al tempo pieno, non da buste paga più pesanti. Per i dipendenti stabili a tempo pieno la crescita nominale si ferma attorno al 14 per cento, anche qui molto al di sotto dell’inflazione. A parità di ore lavorate, le retribuzioni lorde reali – al netto, cioè, dell’inflazione – sono scese. Le buste paga nette hanno tenuto meglio, ma per merito dei bonus fiscali e dei tagli all’Irpef: la fiscalità generale ha tamponato, non curato.

Il confronto internazionale, ricostruito dal rapporto Upb, è impietoso: tra il 1990 e il 2024, per un dipendente a tempo pieno, la retribuzione reale è diminuita dell’1,6 per cento in Italia, mentre cresceva di oltre il 30 in Francia e Germania. La tentazione, a questo punto, è rifugiarsi nella spiegazione di sempre: i salari italiani sarebbero poco flessibili, ingessati da una contrattazione troppo rigida per adattarsi ai cambiamenti dell’economia. Peccato che i dati raccontino un’altra storia. Uno studio di Fabrizio Mattesini, Franco Peracchi e Jacopo Pitari, uscito quest’anno nella collana VisitInps e basato su cinquant’anni di archivi previdenziali, mostra che i salari italiani non sono affatto rigidi: sono flessibili, soprattutto verso il basso. Nel decennio scorso quasi un lavoratore su tre si è visto ridurre la busta paga da un anno all’altro. E quando l’inflazione è ripartita, come nel 2022-23, i tagli espliciti non sono serviti più: ci hanno pensato i prezzi a fare il lavoro sporco per i datori di lavoro. Nemmeno cambiare lavoro è l’ascensore che può farti uscire dalla trappola: chi si sposta ha più probabilità di perdere salario di chi resta, perfino quando se ne va di sua volontà dimettendosi. Com’è possibile, in un paese in cui i contratti nazionali, sulla carta, sono così dominanti? Semplice: i minimi tabellari tengono, ma le imprese aggiustano tutto il resto, dai premi agli straordinari, passando per le voci variabili. Il contratto nazionale protegge la forma del salario, non la sostanza.

Resta la domanda vera: perché i salari non crescono? Un approfondimento del rapporto Inps su cinquant’anni di dati amministrativi ci aiuta ad allargare lo sguardo. Primo risultato: la stagnazione salariale non è figlia dell’euro, della pandemia o dell’ultima fiammata inflazionistica. La crescita dei salari reali passa dal 3 per cento annuo di fine anni Settanta allo zero della metà dei Novanta, fino al meno 0,6 degli ultimi cinque anni. Un processo di lungo periodo, non un incidente recente. Secondo risultato: i salari che calano non arrivano da imprese che hanno smesso di redistribuire, da profitti che si sono mangiati le buste paga. Perché un’impresa alzi i salari servono due elementi: risorse da distribuire e volontà di farlo. I dati dicono che il secondo non è venuto meno: la quota di profitti che si trasferisce nelle retribuzioni, dopo un calo iniziale, è tornata a salire. È il primo elemento che è sparito. I salari hanno seguito fedelmente il valore aggiunto per addetto; solo che il valore aggiunto per addetto non andava da nessuna parte. La torta non è stata divisa peggio. Ha smesso di crescere. Così la questione salariale si rivela per quello che è: una questione di produttività. In vent’anni quella oraria è cresciuta da noi del 3 per cento, contro il 19 della Germania. Non per colpa della manifattura, che regge il confronto europeo, ma dei servizi di mercato, fermi da decenni: poco digitali, scarsamente capitalizzati e troppo frammentati. Un paese, purtroppo, non va alla velocità del suo motore migliore: va alla velocità della sua zavorra.

Davanti a un mercato che comprimeva le buste paga, la politica ha usato l’unica leva che controllava direttamente: il fisco. E l’ha usata parecchio, altro che immobilismo. L’Upb calcola che la capacità dell’Irpef di redistribuire tra i redditi da lavoro è raddoppiata dal 1990 a oggi, quasi per intero grazie alle riforme degli anni duemila. La svolta arriva con il governo Renzi: è il bonus da 80 euro del 2014, denigrato alla nascita come mancia elettorale, a produrre l’aumento di progressività più forte. È la misura redistributiva più incisiva dell’intero periodo. E infatti nessuno l’ha più toccata: il governo Conte II l’ha portata a 100 euro mantenendone intatto il disegno, e le riforme successive hanno proseguito sulla stessa strada, fino a trasferire dentro l’Irpef, nel 2025, i tagli al cuneo contributivo. Il risultato si tocca con mano. La soglia sotto cui non si paga l’imposta è quasi raddoppiata in termini reali, oggi quattro operai e impiegati su dieci non versano un euro di Irpef e per le buste paga più basse il fisco non si limita ad azzerare il prelievo, ma eroga un sussidio. Un esempio aiuta a capire quanto abbia contato quella svolta. Un operaio a tempo parziale, tra il 1990 e il 2026, ha perso l’11,7 per cento di retribuzione lorda, ma se guardiamo al netto, a quello che gli entra davvero in tasca, la perdita si ferma al 3,4. Gran parte del danno inflitto dal mercato è stata assorbita dalle riforme fiscali. Un ammortizzatore silenzioso.

Qualcuno obietterà che c’è il rovescio della medaglia, visto che le risorse pubbliche non sono infinite. Vero, e anche questo si evince dallo studio Upb. La linea che separa vincitori e vinti di questa lunga marcia sta attorno ai 35 mila euro lordi: sotto quella soglia, il fisco di oggi è più generoso di quello del 1990; sopra, è invece più oneroso. Sia per gli effetti degli interventi fiscali sia per una riforma tanto insidiosa quanto silenziosa: il fiscal drag o drenaggio fiscale. Quando, come in Italia, scaglioni e detrazioni non si adeguano all’inflazione, anche un aumento di stipendio che serve solo a difendere il potere d’acquisto fa salire le tasse. Una tassa occulta, mai votata da nessun parlamento, che colpisce soprattutto i redditi medio-alti. Prima ha redistribuito la politica, con i tagli all’Irpef sui redditi bassi; poi si è messa a redistribuire l’inflazione, caricando il conto sulla classe media. Con un effetto perverso: oggi un aumento di stipendio è tassato molto più del reddito che c’era prima, al punto che la legge di bilancio per il 2026 ha dovuto mettere gli aumenti dei rinnovi contrattuali fuori dall’Irpef, per non vederli mangiati dal fisco.

Questa è l’evidenza, rimessa in fila. Che cosa dovrebbe farne una politica riformista che non si accontenti di commentare i rapporti quando escono? Tre cose, secondo me. La prima è smettere di raccontarsi favole: il fisco ha tamponato la questione salariale, non l’ha curata. Redistribuire a valle non sostituisce le politiche per la produttività, la crescita delle imprese e la qualità del lavoro. Serve un patto per la crescita in cui l’aumento dei salari reali sia l’obiettivo da cui si parte e la produttività l’impegno che tutti – imprese, sindacati, governo – sottoscrivono per sostenerlo: investimenti immateriali e più tecnologia nei servizi (prima che l’intelligenza artificiale li spazzi via del tutto perché non si sono preparati), capitale paziente che faccia crescere le imprese invece di esportarle, formazione e contrattazione di prossimità che leghi retribuzioni e organizzazione del lavoro, partecipazione dei lavoratori. Rovesciando il paradigma degli ultimi decenni – prima gli incentivi a pioggia, poi la speranza che i salari seguano – che non ha funzionato.

La seconda riguarda il futuro dell’Irpef. Dopo aver giustamente protetto i più fragili, tocca alla classe media. Non per togliere ai primi, ma per non perdere la seconda. Le prossime riforme dovranno agganciare scaglioni e detrazioni all’inflazione, per fermare la tassa occulta del drenaggio fiscale; abbassare le aliquote sui redditi medi; e riportare dentro l’Irpef i redditi usciti per via di troppi regimi di favore, perché una progressività che si applica a una base sempre più stretta smette di essere progressività e diventa accanimento su chi non può scappare.

La terza riguarda i giovani, i grandi assenti di questa storia. Chi entra oggi nel mercato del lavoro trova salari d’ingresso tra i più bassi d’Europa, carriere piatte, contributi pieni. Con la promessa, in cambio, di pensioni più magre. All’inizio della vita lavorativa i redditi sono bassi, la ricchezza accumulata quasi nulla, i vincoli di liquidità mordono. Ed è proprio allora che si decide tutto: se formarsi, se mettersi in proprio, se rischiare, se restare in Italia o fare le valigie. Chiediamo ai giovani di scommettere sul futuro e intanto li tassiamo come se quel futuro l’avessero già in tasca. Per questo, con Marcello Orecchia, per il think tank “Europa 21 Secolo” (www.europa21secolo.eu), abbiamo messo nero su bianco la proposta di una Start Tax: una riforma strutturale dell’Irpef ispirata a una doppia progressività, quella già esistente sul reddito e una nuova legata all’età.

Nella versione più ambiziosa, la Start Tax prevede per gli under 35 tre aliquote ridotte – 10, 20 e 30 per cento – senza toccare gli scaglioni esistenti. Non è un bonus a pioggia, ma un fisco che resta progressivo sul reddito, anzi più di oggi, e diventa per la prima volta progressivo anche sull’età: 270 euro netti in più al mese per i giovani che guadagnano 25 mila euro l’anno, quasi 400 per quelli che ne guadagnano 35 mila. Qualcuno dirà: l’ennesima agevolazione. È l’esatto contrario. L’età è un’informazione trasparente e non manipolabile: come insegna la teoria dell’imposta ottimale, modulare il prelievo lungo il ciclo di vita per favorire chi ha vincoli di liquidità maggiori ed elasticità dell’offerta di lavoro più alta (i giovani, per l’appunto) migliora insieme efficienza ed equità.

C’è di più. Daron Acemoglu, David Autor e coautori (“Baby Busts and Growth Booms: Demographic Change and the Macroeconomy”, Nber) mostrano che la transizione demografica legata al calo della fecondità non porta necessariamente al declino economico: storicamente, i paesi che fanno meno figli investono di più in ricerca e innovazione, sostituendo con la tecnologia il lavoro che manca. Ma per imboccare quella strada servono proprio le persone che stiamo perdendo. Il problema dell’Italia non sono le culle vuote, sono gli aerei pieni. Pieni di giovani che vanno all’estero a inseguire i propri sogni e salari più alti. Ecco perché la Start Tax non serve solo all’equità tra generazioni, che già non è poca cosa, ma anche alla crescita economica.

Per carità, il conflitto distributivo esiste e va governato. Ma illudersi che basti spartire meglio una torta ferma significa condannarsi a litigare sulle briciole. La stagione che ha usato il fisco come ammortizzatore ha fatto il suo dovere, ma ha raggiunto i limiti che le sono propri. La prossima stagione riformista dovrà partire da una consapevolezza che i dati appena messi in fila rendono inevitabile: i salari torneranno a crescere solo se tornerà a crescere la produttività. Dentro questo circolo, oggi interrotto, la classe media e i giovani non sono i destinatari di qualche attenzione in più: sono la condizione perché il circolo riparta. La prima perché regge il gettito e la domanda, i secondi perché portano le energie e le idee senza cui la produttività resta una parola vuota. Battersi per i salari, oggi, vuol dire battersi per la produttività. Il resto è consolazione.

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