Ci sono proposte che dicono più del problema che della soluzione. Lunedì, davanti a una platea della Lega, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha rilanciato un’idea che aveva già accennato a Cernobbio: un patto tra Stato e imprese per detassare gli aumenti di stipendio dei giovani, con una “sorta di flat tax” sugli aumenti, come già avviene attraverso la tassazione agevolata del 5 per cento sui rinnovi contrattuali. Il problema c’è tutto, nel momento in cui il potere d’acquisto dei salari torna a essere minacciato da un’inflazione al 3,3 per cento, il valore massimo da tre anni. Le retribuzioni d’ingresso, ha ammesso Giorgetti, sono “troppo basse”, un problema “di assoluta evidenza”. Fin qui, appunto, la diagnosi, che è difficile non condividere.
Il segnale lanciato dal ministro dell’economia è giusto, perché in Italia la questione salariale e la questione giovanile sono due facce della stessa medaglia. Nel 1985 un lavoratore over 55 guadagnava in media il 21 per cento in più di uno under 35; nel 2019 il divario era più che raddoppiato, salendo al 45 per cento. L’Italia resta l’unico grande paese europeo in cui i salari crescono sempre e comunque con l’età, mentre altrove c’è un picco tra i 40 e i 50 anni e poi una discesa: un neolaureato guadagna da noi 32 mila euro lordi l’anno, quasi 40 mila in Francia, oltre 57 mila in Germania. E il conto lo presenta l’Istat: nel 2024 hanno lasciato il Paese 191 mila persone, e nell’ultimo decennio sei espatriati su dieci avevano tra i 18 e i 34 anni. Il problema dell’Italia non sono le culle vuote, ma gli aerei pieni di giovani che vanno a inseguire i loro sogni da altre parti. Nel nostro Paese, chi parla di giovani senza parlare di salari fa solo retorica, mentre chi parla di salari senza parlare di giovani fa contabilità.
Ben venga il segnale lanciato da Giorgetti. La proposta del ministro, però, ha tre limiti. E conviene dirli prima che finisca in una relazione tecnica. Il primo: una detassazione degli aumenti premia solo chi è già dentro. Chi deve ancora entrare non ha nulla da aumentare, e chi cambia lavoro – cioè la mobilità che dovrebbe far salire i salari – resta fuori dal bonus. Il secondo è un incentivo perverso: se lo Stato detassa gli aumenti, all’impresa conviene assumere a un salario d’ingresso più basso e alzarlo dopo, a tassazione ridotta. Molto dipende dalle aspettative. Se la misura è percepita come permanente, la scorciatoia diventa una strategia; se è percepita come una tantum, si esaurisce nel giro di un rinnovo. In entrambi i casi rinviare l’aumento diventa la scelta dominante per molte imprese. Il terzo limite riassume gli altri due: non è una riforma, è un bonus. L’ennesimo regime speciale che frammenta il sistema fiscale. Non per niente prende la forma di una “flat tax”, l’escamotage più usato per rendere labirintico e iniquo il nostro fisco.
Per affrontare il problema che il nostro non è un paese per giovani, serve altro. Che cosa? Per esempio, una riforma strutturale del prelievo sul reddito ispirata a una doppia progressività: in base al reddito, come vuole l’articolo 53 della Costituzione, e in base all’età. È la Start Tax che abbiamo proposto con Marcello Orecchia alla Leopolda del 2025 e messo nero su bianco in uno studio di Europa 21 Secolo (“Start Tax: le ragioni e le varianti di una proposta”). Nella versione di base, tutti i contribuenti under 35 – dipendenti e autonomi non in regime forfettario – pagano l’Irpef con tre aliquote del 10, 20 e 30 per cento (invece del 23, 33 e 43) a scaglioni invariati, con un’estensione fino a 39 anni per chi ha completato un percorso universitario e un décalage di tre anni verso il regime ordinario. Un giovane con 25 mila euro di reddito avrebbe 271 euro netti in più al mese; con 35 mila, 391 euro. La progressività ne esce addirittura rafforzata, perché il beneficio è distribuito in modo più omogeneo lungo la scala dei redditi, senza sconti proporzionali che finiscono per premiare chi guadagna di più. Il costo, circa 12,5 miliardi, lo 0,6 per cento del Pil, sta dentro un paio di leggi di bilancio, a patto che sia una priorità.
Non è né un bonus né una trovata estemporanea. La letteratura sulla tassazione differenziata per età (age-based taxation) è stata portata avanti da fior fiore di economisti in riviste internazionali. Secondo alcuni di questi studi, un’imposta modulata per età cattura oltre il 60 per cento dei guadagni di benessere di un sistema ottimale, restando semplice da amministrare. La logica è che l’età è un dato verificabile e non manipolabile, correlato a due cose che il fisco dovrebbe guardare: l’elasticità dell’offerta di lavoro, più alta tra i giovani, e i vincoli di liquidità, più stringenti all’inizio della carriera. Portogallo, Polonia e Croazia hanno forme di fiscalità per età. Nessuno di questi paesi detassa gli aumenti. Detassano tutti il reddito.
La buona notizia è che la sensibilità verso una proposta di questo tipo c’è, tra le forze sociali e tra quelle politiche. Confindustria e Cisl hanno ripreso l’idea di tassare meno i giovani in varie forme. In Parlamento ci sono gli emendamenti di Casa Riformista, presentati a più riprese nel corso dell’ultimo anno, alcuni dei quali firmati da tutte le opposizioni di centrosinistra. E ora anche la maggioranza, per voce del suo ministro dell’economia, avanza verso l’idea di tassare meno i giovani. Il diavolo, però, è come sempre nei dettagli. Quando maggioranza, opposizione e parti sociali guardano nella stessa direzione, il rischio non è che non si faccia nulla. È che si faccia poco, con una misura bandiera da esibire in campagna elettorale per accontentare un po’ tutti, e che quel poco chiuda la porta a proposte più incisive e strutturali.
Non dovremmo, invece, accontentarci. Detassare un aumento è un gesto. Tassare meno chi entra nel mondo del lavoro è un modello di sviluppo. E di gesti, ai giovani, questo Paese ne ha già fatti tanti. Adesso deve scegliere. Deve sceglierli.



