Una comunità fiscale per sbloccare l’Ue

Ogni sette anni l’Europa mette in scena lo stesso rito: ventisette governi chiusi in una stanza a contrattare decimali di reddito nazionale lordo, ciascuno con il proprio saldo netto da difendere davanti agli elettori di casa. Il negoziato sul bilancio 2028-2034 è entrato nella fase decisiva e Mauro Campus ha spiegato bene su queste pagine perché la posta, questa volta, è più alta del solito: le premesse su cui l’Unione ha costruito il suo modello, dall’energia a buon mercato alla protezione militare americana, si sono erose contemporaneamente, mentre la proposta della Commissione ruota intorno a una capacità di spesa inchiodata all’1,15 per cento del reddito nazionale lordo.

La diagnosi di Campus è condivisibile in pieno. E il calendario elettorale la rende ancora più seria. A Bruxelles vige una legge non scritta: quando un grande paese si avvicina alle urne, l’integrazione si mette in pausa. E siccome la Spagna tornerà alle urne già il 29 novembre, dopo la crisi del governo Sánchez, e nel 2027 voteranno Francia, Italia, Grecia e Polonia, il rischio è che la pausa si allunghi. Forse è anche per questo che una delle proposte più utili arrivate sul tavolo europeo sta passando quasi sotto silenzio.

È il caso della proposta presentata dalla Spagna a luglio: quella di una “European Sovereign Facility” per dotare l’Unione di un vero safe asset, un titolo comune sicuro e liquido come i titoli del tesoro americani. In base al meccanismo previsto dagli spagnoli, la Commissione accentrerebbe una parte dei programmi di emissione nazionali e girerebbe agli Stati i fondi sotto forma di prestiti. Non un euro di debito in più: questa la promessa. E con la partecipazione di tutti gli Stati membri, l’Unione potrebbe emettere fino a 850 miliardi l’anno, raggiungendo in cinque anni i 5.000 miliardi di stock che Olivier Blanchard e Ángel Ubide indicano come la soglia di un safe asset globale.

Si tratta di una proposta importante da cui partire. Manca, però, un pezzo. Si risolve il problema dell’offerta, producendo un titolo comune sufficientemente grande, ma non quello della domanda politica: a che cosa serve l’Europa che quel titolo dovrebbe finanziare. Un safe asset che si limita a rimpacchettare debito nazionale è ingegneria finanziaria di grande eleganza. Ma non è un progetto politico.

Serve altro nei tempi descritti da Campus. Per esempio, una Comunità fiscale europea come quella che abbiamo proposto con Federico Fabbrini (“Toward a European Fiscal Community: Treaty Design and Club Formation”): un trattato internazionale tra gli Stati membri disposti a firmarlo, fuori dai Trattati dell’Ue ma compatibile con essi, sulla strada già percorsa da Mes e Fiscal compact. La proposta si basa su tre ingredienti mai messi insieme prima. Un esecutivo federale, non intergovernativo: un board eletto da un’assemblea interparlamentare, che risponda ai parlamenti e non ai governi. Un titolo comune, gli European Growth Bonds, che finanzia solo investimenti nuovi (ricerca di frontiera, reti energetiche e digitali transfrontaliere, diffusione dell’intelligenza artificiale) senza mutualizzare un centesimo di debiti passati. E una porta aperta: ogni Stato Ue può aderire in qualsiasi momento successivo.

La logica politica sta tutta in un’inversione. Quindici anni di progetti di unione fiscale sono morti sulla stessa premessa: che Berlino e i paesi frugali dovessero esserci dal primo giorno e che ogni disegno fiscale dovesse quindi essere annacquato fino a comprarne il consenso. Il consenso non è mai arrivato e il dibattito ha interiorizzato un veto tedesco che sul piano giuridico non esiste. La nostra proposta ribalta la premessa: una comunità fiscale può partire senza la Germania e, anzi, all’inizio funziona meglio proprio perché la Germania resta fuori. L’assenza dei frugali non è un limite: è la disciplina. Se il club spende bene, l’adesione degli esterni diventa conveniente e il costo di finanziamento crolla; se spende male, resta un emittente caro e di media taglia. La qualità della spesa comune diventa quindi la moneta con cui si compra l’ingresso di Berlino. E quell’ingresso ha un prezzo di mercato: nelle stime, l’adesione tedesca vale 16 punti base. È la logica di Schuman: le realizzazioni concrete creano solidarietà di fatto.

C’è poi una ragione in più per non aspettare Berlino. Con l’AfD in crescita, nessun governo tedesco avrà presto la forza politica di firmare un nuovo trattato fiscale. E chi continua a subordinare ogni passo avanti al via libera tedesco consegna il futuro dell’integrazione europea agli umori dell’elettorato più euroscettico. Diluire le ambizioni per includere tutti fin da subito non è prudenza: è un modo per non partire mai.

Chi dovrebbe partire, allora? Proprio i paesi che vanno al voto. Italia, Spagna e Grecia (che insieme al Portogallo la stampa anglosassone battezzò sprezzantemente Pigs) arrivano all’appuntamento con i conti in ordine e spread che quindici anni fa nessuno avrebbe pronosticato. E poi la Francia, che è il caso più istruttivo. Parigi è intrappolata in un dibattito sul deficit che sembra non avere vie d’uscita: ogni governo che prova a rimettere in ordine i conti cade, e intanto il Rassemblement national cresce proprio sulla promessa di sottrarre la Francia ai vincoli europei. Un titolo comune che finanzi a livello europeo gli investimenti che i bilanci nazionali non riescono più a sostenere offrirebbe ai francesi una terza via tra l’austerità e la ribellione sovranista. Per le forze europeiste, a Parigi come a Roma, Madrid e Atene, la Comunità fiscale europea potrebbe essere molto più di una proposta tecnica: potrebbe essere un modo per trattare le elezioni del 2027 non come l’ennesima ragione per mettere l’Europa in pausa, ma come l’occasione per chiedere agli elettori un mandato esplicito a rilanciare l’integrazione, con un programma comune e un trattato già scritto da firmare dopo il voto. Le destre nazionaliste fanno rete da anni. Non sarebbe male se anche le forze europeiste imparassero a farlo.

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