Schiacciati tra la tentazione di fuggire all’estero per inseguire i propri sogni e la paura di riporli in un cassetto, i giovani italiani vivono il futuro con un’ansia maggiore rispetto a chi li ha preceduti. Per questo andrebbe presa sul serio la proposta di introdurre una valutazione d’impatto generazionale per ogni disegno di legge, rilanciata ieri sulla Stampa dal presidente del Cnel, Renato Brunetta. Una sorta di semaforo che vada dal rosso delle misure contro i giovani al verde di quelle che allargano le loro opportunità.
Una proposta simile, se possibile ancora più forte per la sua natura di vincolo costituzionale, viene avanzata da tempo da Vincenzo Galasso: una regola fiscale da inserire nella nostra Carta fondamentale, con l’obiettivo di destinare ai giovani under 35 una somma equivalente per ogni euro speso a favore degli over 60. In questo modo si sancirebbe in Costituzione un principio di parità intergenerazionale.
Se ci fosse stato il semaforo di Brunetta, il superbonus edilizio e quota 100 si sarebbero beccati un bel rosso, mentre Industria 4.0 e gli investimenti in formazione avrebbero preso un verde. Con la regola di Galasso, invece, il superbonus avrebbe visto la luce solo se accompagnato da una serie di misure concrete a favore delle giovani generazioni, visto che – di per sé – ai giovani non dava nulla e anzi sottraeva risorse.
Detto questo, ai giovani servono strumenti di emancipazione, più che semafori. Di fronte a una nuova transizione demografica e a un progresso tecnologico che nessuno fermerà, bisogna metterli nelle condizioni di realizzare il proprio futuro come meglio credono, bilanciando tempo, lavoro e libertà in forme nuove. Non secondo le ricette delle generazioni del secolo scorso, né secondo gli algoritmi dei tecno-oligarchi. Tra chi sogna di riportarci nel Novecento e chi vuole portarci su Marte, serve una terza via: che parli dei problemi di oggi, non delle nostalgie o delle utopie altrui.
Qualcuno obietta: le nuove generazioni stanno meglio delle precedenti. C’è più ricchezza, la casa dei genitori, l’approdo in qualche università. Peccato che non tutti abbiano famiglie in grado di sostenerli. E peccato che chi le ha, spesso, voglia altro: ciò che le generazioni precedenti avevano. Un ascensore sociale non del tutto bloccato, che permetta di mettersi in gioco e costruire il proprio futuro. Il proprio, non quello di altri.
Salari che crescono solo con l’anzianità; tirocini non pagati e finte partite Iva; una formazione autoreferenziale, lontana dal mondo del lavoro; un welfare più attento all’età della pensione che a farti costruire una storia contributiva: sono gli ingredienti di una ricetta che ha negato a intere generazioni il diritto a sognare. I bamboccioni sono gli adulti che hanno fatto queste scelte, non i giovani che le stanno subendo.
Salari, casa, formazione e genitorialità condivisa: difficile immaginare un’agenda politica per i giovani senza queste opportunità di scelta. Dagli investimenti alle tasse, sulle retribuzioni le proposte si moltiplicano, ma serve anche un cambio di cultura economica. I giovani hanno un vantaggio dalla loro: sono sempre meno. Se l’offerta di lavoro cala e la domanda resta stabile, i salari dovrebbero salire. Eppure, per molti datori di lavoro la legge della domanda e dell’offerta vale solo quando si parla di energia o di prezzi da aumentare, non quando si tratta di pagare di più chi lavora. Se ci sono margini per assorbire gli shock energetici e geopolitici, ci devono essere anche per far crescere i salari. Anni fa, un presidente di Confindustria disse che il vero competitor delle imprese italiane era il reddito di cittadinanza. Non i salari europei. Per la serie: dimmi il tuo competitor e ti dirò chi sei. Se dopo il Pnrr, il nostro sistema produttivo non compie un salto verso maggiore qualità e salari più alti, avremo perso un’occasione.
E ancora: è necessario un reddito di formazione, un sostegno economico individuale legato a percorsi di istruzione, riqualificazione o aggiornamento. Non un sussidio passivo, ma uno strumento attivo per permettere a ciascuno di investire su di sé nei momenti di transizione o vulnerabilità. A questo va affiancato un sistema di formazione permanente davvero di massa: universale, accessibile, capillare, con strutture territoriali e standard di qualità, come scuola e sanità. Non piattaforme per pochi o voucher occasionali, ma un’infrastruttura pubblica che riconosca la formazione continua come diritto sociale e condizione di cittadinanza attiva nel XXI secolo. Infine, per chi sceglie di diventare genitore, congedi paritari, come la Spagna ci ha dimostrato di poter fare.
Brunetta concludeva il suo intervento di ieri con l’esortazione a non rubare il futuro ai giovani. Il problema è che l’abbiamo già fatto. Ora possiamo solo restituire la refurtiva.
Giovani, non basta la legge-semaforo
Tommaso Nannicini
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