La Stampa

I giovani devono pagare meno tasse

Tommaso Nannicini, Marcello Orecchia
Economia/#giovani#salari

Da almeno trent’anni il dibattito pubblico italiano ruota attorno a poche certezze ripetute come un mantra: salari stagnanti, giovani sottopagati, produttività ferma, divario crescente con il resto d’Europa. Tutto vero. Quasi sempre, però, questi problemi vengono ricondotti a una diagnosi altrettanto ricorrente ma assai meno scontata: salari rigidi, eccesso di contrattazione nazionale, scarsa flessibilità, incapacità di adattarsi ai cambiamenti dell’economia.

Un nuovo studio di Fabrizio Mattesini, Franco Peracchi e Jacopo Pitari, uscito nella collana VisitInps e basato su cinquant’anni di dati amministrativi, racconta invece una storia meno consolatoria e più scomoda: i salari italiani non sono affatto rigidi. Anzi, sono sorprendentemente flessibili, soprattutto verso il basso.

È un risultato che costringe a rimettere in ordine le categorie con cui leggiamo la questione salariale. In un paese che si pensa bloccato, una quota rilevante di lavoratori sperimenta ogni anno riduzioni nominali di salario. Quando l’inflazione è bassa, i tagli diventano più frequenti; quando l’inflazione sale, i salari inseguono con ritardo. Se guardiamo ai salari reali, la quota di chi perde potere d’acquisto è ancora più ampia. Il problema, dunque, non è che i salari non si muovono. È che si muovono spesso nella direzione sbagliata, senza un legame solido con la produttività e senza adeguate protezioni.

A rafforzare questa lettura arriva ora anche l’analisi del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS sulle dinamiche retributive nel decennio 2014–2024. I salari nominali crescono, soprattutto dopo la pandemia, ma non abbastanza da compensare l’inflazione. Allo stesso tempo, l’occupazione aumenta in modo significativo, trainata dal lavoro dipendente anche a tempo indeterminato. Ma la crescita si concentra nei settori e nelle tipologie contrattuali a più bassa retribuzione. Il risultato è un paradosso solo apparente: più occupazione, ma salari medi che restano deboli.

Questo aiuta a chiarire anche un altro equivoco. Per anni l’inflazione è stata vista solo come un male da estirpare. Ma la storia economica italiana mostra qualcosa di più complesso. In passato, l’inflazione ha funzionato — nel bene e nel male — come un meccanismo di aggiustamento implicito: consentiva riduzioni salariali reali senza passare da tagli nominali espliciti. Quando l’inflazione scompare, l’aggiustamento non scompare con lei. Cambia forma. Diventa più diretto, più diseguale, più scaricato sui singoli lavoratori. La stabilità dei prezzi non è neutrale dal punto di vista distributivo, soprattutto in assenza di istituzioni capaci di proteggere i salari reali.

Nemmeno la mobilità racconta la storia che ci piace ripetere. In Italia cambiare lavoro non è necessariamente un ascensore sociale, soprattutto per i più giovani. I dati mostrano che la mobilità aumenta la probabilità di una perdita salariale, segnalando un sistema produttivo che fatica a trasformare i cambiamenti di impresa in progressione retributiva. Più che un mercato dinamico, emerge un mercato che aggiusta comprimendo.

Tutto questo avviene in un paese che formalmente ha una contrattazione collettiva forte e centralizzata. Ma è una forza parziale. La flessibilità salariale non passa dai minimi contrattuali, che tengono. Passa dalle componenti variabili: premi, straordinari, bonus, intensità del lavoro. In altre parole, si protegge la forma del salario, ma non la sua sostanza. Il risultato è un sistema opaco, poco prevedibile, spesso regressivo.

Da qui discende una lezione di policy che vale la pena dire con chiarezza. La risposta non è smantellare la contrattazione collettiva. Ma non è nemmeno difenderla così com’è. Serve contrattazione collettiva forte, ma decentrata, nei territori e nelle imprese, per riacciuffare una flessibilità che esiste comunque e che, se non viene governata, scappa. I contratti nazionali possono fissare cornici, diritti, minimi. Ma possono farlo solo fino a un certo punto. Oltre quel punto, senza contrattazione di prossimità, la flessibilità non scompare: diventa arbitrio.

In questo quadro si inserisce la proposta di un Patto per la crescita tra governo e parti sociali, rilanciata dalla CISL, che va presa sul serio. È una proposta giusta, perché riconosce che salari, produttività e coesione sociale non si affrontano con misure isolate o con l’ennesimo incentivo a pioggia. Ma perché abbia senso deve rovesciare il paradigma che ha dominato gli ultimi anni: prima spendiamo per incentivi alle imprese e investimenti pubblici, poi speriamo che i salari seguano come conseguenza.

Questa volta dovrebbe essere il contrario. L’aumento dei salari reali deve essere l’obiettivo da cui si parte, non l’effetto collaterale che forse arriverà. Da lì, tutti — imprese, sindacati, governo — devono dire che cosa serve per compensarlo: più produttività, più innovazione, più formazione, più partecipazione, più qualità del lavoro e degli investimenti. Se i salari restano una variabile residuale, continueremo ad avere crescita occupazionale senza benessere, e flessibilità senza prospettive.

Il problema dei salari italiani non è che non crescono. È che crescono male, quando crescono, e che troppo spesso sono l’unica variabile di aggiustamento di un’economia che fatica a innovare. Continuare a invocare più flessibilità serve solo a non affrontare la questione vera.

Non abbiamo bisogno di più flessibilità. Abbiamo bisogno di più qualità.

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