La Stampa

I ricchi e la manovra delle occasioni perse

Tommaso Nannicini
Economia/#economia#manovra

Negli ultimi giorni, la polemica politica si è scaldata intorno alle audizioni parlamentari sulla manovra economica. In particolare, si è gridato allo scandalo per il taglio della seconda aliquota dell’Irpef, dal 35 al 33 per cento: aliquota che riguarda la fascia di reddito tra 28 e 50 mila euro e coinvolge circa 14 milioni di contribuenti. Come hanno messo in evidenza Banca d’Italia, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio, circa la metà dei benefici di questo taglio andrà a chi ha un reddito superiore ai 48 mila euro e oltre l’85 per cento ai due quinti più ricchi della popolazione. Il vantaggio medio stimato si aggira intorno ai 411 euro l’anno per le famiglie più benestanti e poco più di 100 euro per quelle più povere. Da qui l’accusa delle opposizioni: una manovra per ricchi.

Ma queste critiche sottacciono un altro aspetto che emerge dalle audizioni. Negli ultimi anni, le riduzioni d’imposta e i bonus Irpef hanno riguardato soprattutto i redditi bassi: per esempio, è per loro che gli interventi fiscali hanno più che compensato il fiscal drag, o trascinamento fiscale, cioè l’aumento automatico delle tasse che si verifica quando l’inflazione spinge i redditi nominali in scaglioni più alti senza guadagni reali (rimpolpando così le casse dello Stato ma svuotando le tasche dei contribuenti).

Solo per i dipendenti con redditi medio-bassi il fiscal drag è stato più che compensato, soprattutto se si considera anche la decontribuzione e l’assegno unico alle famiglie. Gli autonomi, dal canto loro, hanno beneficiato dell’ampliamento del regime forfettario, che ha messo una fetta consistente della categoria al riparo dal trascinamento fiscale. Gli unici a rimetterci – gli unici, cioè, per cui i benefici dei tagli fiscali sono stati inferiori alle perdite dovute al fiscal drag – sono stati i pensionati, insieme ai redditi medio-alti delle altre categorie. A questo punto, ci stava un taglio all’Irpef anche per questi ultimi, per restituire un po’ d’ossigeno a quella parte del Paese che ha pagato l’aumento del prelievo reale senza gridare troppo. Tra l’altro, il taglio è davvero minimo. Noccioline. Anche perché la cifra della manovra resta quella di tenere i conti in ordine. Casomai, ci si dovrebbe chiedere perché ci si sia dimenticati dei pensionati, i più colpiti dal fiscal drag.

Non per niente, se parlate con quello che alcuni hanno ribattezzato scherzosamente il “sindacato dei ricchi” — dai grandi studi professionali ai gestori delle ricchezze private — vi accorgerete che nessuno di loro considera questa una manovra a proprio favore. Al contrario: tra l’intervento sulle banche, la stretta sui dividendi delle holding e l’aumento della tassa sui neodomiciliati, il giudizio è che si stia raschiando il barile delle entrate fiscali laddove si può ancora raschiare, ma di sicuro non favorendo i ricchi, che casomai subiscono il costo di norme improvvisate e della maggiore incertezza regolatoria.

Le vere critiche che si dovrebbero muovere alla manovra stanno altrove: nell’eccesso di prudenza e nella mancanza di coraggio. Non c’è solo la mancata tutela dei redditi da pensione a saltare all’occhio, ma l’assenza di qualsiasi misura capace di aggredire la scarsa crescita economica dovuta alla stagnazione della produttività e di rispondere ai nuovi bisogni innescati dall’invecchiamento della popolazione. Le ingiustizie delle nostre società non si combattono solo a colpi di tasse e redistribuzione dei redditi – come sembra credere qualcuno tra le opposizioni – ma con investimenti produttivi e sociali capaci di prendersi cura dei nuovi bisogni.

Il problema di questa legge di bilancio non è quello che c’è – come i presunti regali ai ricchi – ma quello che manca: una riforma della non autosufficienza; politiche credibili su casa, formazione e salari; investimenti forti nella ricerca di base e nel trasferimento tecnologico. Se l’obiettivo era rilanciare produttività, servizi alla persona e capitale umano, siamo ancora fermi al palo. Nell’illusione che la crescita dei giganti tecnologici statunitensi finisca per arrivare anche da noi, per sgocciolamento, quando i nuovi ricchi del mondo verranno a comprarsi un po’ d’Italia, sotto forma di case in campagna, beni di lusso, imprese boutique o vacanze da sogno. Per la serie: buona fortuna.

Purtroppo, mentre la maggioranza gioca con le aliquote dell’Irpef e le opposizioni si divertono a spulciare le tabelle delle audizioni parlamentari, i nostri anziani sono sempre più soli e i nostri giovani vanno sempre più all’estero.

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