La Stampa

La generazione tre euro e il fisco fondato sull’età

Tommaso Nannicini
Economia/#fisco#giovani

Due mercati, due misure. Per alcune imprese, la legge della concorrenza è chiarissima quando serve a giustificare l’aumento dei prezzi di ciò che vendono, ma improvvisamente si fa confusa quando spiega perché dovrebbero aumentare i salari di chi lavora per loro.

Nei giorni scorsi ha fatto discutere il video di un giovane che voleva fare l’animatore turistico, ma ha poi rinunciato denunciando condizioni abitative non consone e un salario molto basso. Al di là del botta e risposta con i datori di lavoro sull’inesattezza di alcune informazioni fornite dal giovane, resta la realtà di un settore che paga 650 euro al mese per lavorare dalla mattina (quando si devono intrattenere i bambini che si alzano presto) fino al dopocena (quando arriva il turno dei genitori che non mollano).

Alcuni commentatori hanno accolto questa notizia con il solito ritornello: bisogna fare la gavetta se si vuole fare esperienza; quel giovane non aveva abbastanza “passione” e magari ha perso l’occasione di diventare il nuovo Fiorello o Gerry Scotti. Insomma, la vecchia storia sui giovani che non fanno abbastanza sacrifici e hanno perso il senso del lavoro. Curioso: se fai un lavoro con passione, probabilmente lo fai meglio; quindi, dovrebbero pagarti di più, non di meno, sfruttando il fatto che ti piace farlo. In un mercato sano, sei remunerato in base al valore che crei, non a quanto ti diverti a crearlo.

L’altra cosa curiosa è che, in un Paese che fa sempre meno figli, si fatichi a capire che i giovani sono di meno e quindi vanno pagati di più. È la legge della domanda e dell’offerta. È davvero curioso, perché gli italiani e le italiane scelgono sempre più (legittimamente) di realizzarsi al di fuori della genitorialità. E votano (altrettanto legittimamente) per partiti che vogliono limitare l’immigrazione, anche quella legale. Senza contare l’ammontare impressionante di ricchezza privata, accumulata all’ombra del debito pubblico, che le generazioni precedenti stanno per lasciare in eredità alle nuove, riducendo – anche se in modo fortemente iniquo – l’incentivo ad accettare qualsiasi offerta lavorativa.

Tutto questo contribuisce ad alzare quello che gli economisti chiamano “salario di riserva”: la remunerazione minima che si è disposti ad accettare. Di conseguenza, i salari devono salire o le condizioni di lavoro (dalla flessibilità oraria al welfare aziendale) devono migliorare. Le imprese che non ce la fanno devono ridurre i margini di profitto o cambiare modello di business, come avviene quando salgono i prezzi dell’energia o di altri input produttivi. È la legge del mercato, bellezza.

D’altronde, in nessun altro grande paese europeo l’anzianità pesa nella vita quotidiana e nel discorso pubblico quanto in Italia. I giovani, si dice, non devono pretendere troppo: devono accettare tutto quello che serve a fare esperienza. Quando Mario Draghi, allora governatore di Bankitalia, quasi vent’anni fa fece notare che in Italia stipendi e redditi crescono soprattutto con l’anzianità — a differenza degli altri grandi paesi europei — il suo fu uno dei discorsi più ignorati di sempre. Da noi, essere anziani equivale quasi automaticamente a essere esperti, e l’esperienza viene ricompensata non solo con riconoscimento sociale, ma anche con stipendi e redditi che crescono con l’età. È una norma sociale che rallenta la crescita economica. E a pagarne il prezzo più alto sono i giovani, che lavorano con salari più bassi dei loro coetanei europei e americani.

Disuguaglianze tra generazioni così profonde richiederebbero una risposta straordinaria, riprendendo proposte che circolano da decenni. A partire da un fisco che non sia solo progressivo sul reddito, ma anche sull’età: un’Irpef più bassa per chi è giovane, che poi cresca gradualmente con l’anzianità anagrafica. Perché se gli stipendi aumentano con gli anni, anche le tasse possono farlo: dando ossigeno a chi inizia a lavorare per investire nella crescita di tutto il Paese. Il salario minimo serve, ma non riempirà da solo le spiagge né renderà di nuovo accessibili le vacanze, come sembrano far credere alcuni partiti di opposizione. Magari, invece, la detassazione dei giovani potrebbe servire anche a quello.

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