Conflitto o partecipazione, piazza o azienda, referendum o contratti: Cgil e Cisl appaiono sempre più divise, non tanto sui contenuti quanto sull’idea stessa di sindacato. Una distanza emersa in modo plastico al Congresso della Cisl. Daniela Fumarola, segretaria dell’organizzazione, ha tenuto una relazione solida e orientata al futuro, legando la battaglia per una legge sulla partecipazione dei lavoratori alla proposta di un patto della responsabilità tra governo, sindacati e imprese. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha fatto un saluto tutt’altro che formale, dicendo no alle proposte della Cisl e rilanciando su salario minimo, mobilitazione permanente degli scontenti del capitalismo e legge sulla rappresentanza (ovvero stabilire per legge come misurare il “peso” dei sindacati chiamati a firmare i contratti collettivi).
È importante chiarire il senso di questo conflitto, perché altrimenti ogni scontro finisce per essere letto attraverso le lenti del gossip e dei personalismi. Landini che convoca i referendum sul lavoro per lanciare un’Opa ostile sulla leadership del centrosinistra. L’ex segretario Luigi Sbarra che “regala” la Cisl al centrodestra prima di entrare al governo come sottosegretario al Mezzogiorno. Se si riascoltano con attenzione la relazione di Fumarola e l’intervento di Landini, si capisce che dietro c’è altro. C’è di più.
I punti di partenza sono condivisi: la perdita di rappresentanza del sindacato, il bisogno di intercettare i giovani, i salari che stagnano. Ma le letture, e le ricette che ne derivano, divergono. Per Fumarola, la via d’uscita è riformista: passa da nuovi strumenti – come quelli per la partecipazione organizzativa – e dalla formazione di quadri sindacali capaci di risolvere problemi e recuperare credibilità nei luoghi di lavoro. Non sui social, a mo’ di influencer. “Il conflitto, lungi dall’essere antitetico alla partecipazione, ne rappresenta spesso una componente fisiologica e necessaria”, scrive la segretaria della Cisl. Da qui le sue proposte: attuare la legge sulla partecipazione facendola vivere nelle aziende, a partire dalle partecipate. Riconoscere il diritto alla contrattazione di secondo livello, territoriale laddove non c’è quella aziendale. Promuovere un patto tra forze politiche e sociali per favorire la crescita della produttività. La bussola è sempre la cooperazione: con la politica, sulle priorità del Paese; con le imprese, sull’organizzazione del lavoro.
Landini parte dall’idea che il mondo del lavoro debba essere “soggetto e non oggetto” delle trasformazioni in corso. Per riuscirci, il sindacato deve intercettare gli scontenti di questo modello di sviluppo anche fuori dai luoghi di lavoro. Da qui il suo bilancio non del tutto negativo del referendum: “dobbiamo mantenere vivo il rapporto coi comitati locali che l’hanno sostenuto, e il sindacato deve tornare ad ascoltare le persone”. E ancora: “tutto quello che la Cgil ha fatto in questi mesi è stato un investimento, l’inizio di un lavoro che non può assolutamente terminare”. La via d’uscita dalla crisi del sindacato, qui, è più disintermediata: creare connessioni, anche dirette, fuori dai canali tradizionali. Conflitto nelle piazze, sui social, in azienda. E poi ratifica popolare – o populista – via referendum o votazioni in fabbrica. Da qui le proposte: salario minimo, misurazione della rappresentanza, votazioni sulle scelte sindacali, mobilitazione permanente. E da qui la contrapposizione tra partecipazione e contrattazione, che in teoria non regge: come si applicano bene i contratti o si negozia con efficacia, senza strumenti di partecipazione? Ma per Landini questa contraddizione si scioglie come neve al sole: perché per lui, la contrattazione serve ad esasperare i conflitti, non a governarli.
Tra questi due modelli di sindacato, è naturale avere le proprie preferenze. Vale anche per me, come si sarà capito. Ma se proviamo a spogliarcene per un attimo, dovremmo riconoscere che entrambi possono dare risposte, ciascuno a suo modo. Ci sono situazioni (e ingiustizie) di fronte alle quali esasperare il conflitto è l’unico modo per smuovere le acque stagnanti dello sfruttamento, requisito necessario per qualsivoglia azione collettiva. Talvolta, invece, è solo agitazionismo permanente, che rallenta la marcia dei diritti in modo sterile e controproducente.
In fondo, la ricchezza del pluralismo sindacale italiano sta anche in questo: nella diversità degli strumenti e dei modelli. A patto che, a un certo punto, si riscopra il valore dell’unità. Che non significa omologazione, ma saper marciare divisi per ottenere risultati uniti. Quanto più la politica saprà restare lontana da questo derby sindacale, evitando di esasperarlo per interessi di parte, tanto più si eviterà di trasformare le differenze sugli strumenti in una divisione permanente del mondo del lavoro, che non fa bene a nessuno. De pluribus, unum.
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