La Stampa

La sinistra partecipi alla riforma della Giustizia

Tommaso Nannicini
Democrazia/#giustizia

Le parole sono importanti. E in politica ancor di più. Non è vero che, nell’era delle fake news e delle verità alternative, chi ricopre un ruolo pubblico può dire tutto e il contrario di tutto. Quando si gratta sotto la superficie, la sostanza continua a pesare come un macigno. Nel dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri — riforma promossa dall’attuale maggioranza — ci sono due argomentazioni ricorrenti, due nuvole di parole, che le forze di opposizione farebbero bene a evitare. Pena, gratta che ti gratto, una perdita complessiva di credibilità per chi si candida a governare.

La prima argomentazione è che la riforma mina al cuore la nostra democrazia, perché era prevista anche nel “Piano di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli. Per essere poi ripresa da Berlusconi e ora da Nordio. Ma che c’entra? La separazione delle carriere è sostenuta da illustri giuristi, intellettuali e rappresentanti della società civile da decenni. Tutti piduisti antidemocratici? La mozione Martina — che nel 2019 fu votata dal 36% degli iscritti al Pd e dal 22% dei partecipanti alle primarie — proponeva testualmente: “La realizzazione di un processo basato sulla parità delle parti e la terzietà del giudice è il nostro progetto in materia di giustizia penale. Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. La mozione fu promossa da una fetta rilevante dell’attuale gruppo dirigente del Pd. Tutti piduisti antidemocratici? E poi, nel Piano Gelli c’era tanta roba. Anche il taglio dei parlamentari, fortemente voluto (e ottenuto) dal Movimento 5 Stelle. Nessuno li ha accusati di perseguire piani occulti o manovre massoniche. Perché sollevare il sospetto solo sulla separazione delle carriere? Evidentemente, perché non si hanno argomentazioni più solide. E chi ascolta lo capisce.

La seconda argomentazione è che il principio della separazione delle carriere può anche essere valido, ma l’attuale maggioranza lo applica all’interno di una riforma pasticciata. Insomma: potremmo anche discuterne, ma non così. Il “noncosismo” è la nuova frontiera del trasformismo nel centrosinistra, soprattutto nel Pd. Visto che devo giustificare i miei cambiamenti di linea per compiacere la leadership del momento, dico che il problema sta nei commi, nei cavilli attuativi, non nel principio generale. Il premierato? Ci sta, ma non così. La partecipazione dei lavoratori in azienda? Ci sta, ma non così. E via snocciolando. Con l’effetto collaterale, però, che gran parte dei politici d’opposizione sembrano maestrini con la matita blu più che legislatori. Così si fugge dalla sostanza dell’indirizzo politico, senza mai rispondere alla domanda centrale: sul principio della separazione delle carriere siete d’accordo o no?

In verità, da un’ottica di centrosinistra, si può tranquillamente criticare la riforma della maggioranza, non votandola, rimarcando però la validità del principio della separazione delle carriere. Che non è un attacco alla magistratura, ma il naturale completamento della riforma Vassalli del 1989, che trasformò il processo penale italiano in senso accusatorio. Giudice e pubblico ministero dovrebbero avere ruoli distinti: il primo terzo e imparziale, il secondo parte nel processo. Eppure, continuano a condividere concorsi, carriere e organi di autogoverno, in un cortocircuito che tradisce lo spirito della riforma. La cultura della giurisdizione unitaria — secondo cui giudici e pubblici ministeri appartengono a un unico corpo, interscambiabile — contraddice il principio del contraddittorio, che presuppone una netta distinzione tra chi giudica e chi accusa. Se sono “colleghi”, formati insieme, valutati insieme, gestiti dallo stesso consiglio, è difficile evitare almeno l’ombra del sospetto: che si assomiglino troppo, che condividano approcci, linguaggi, priorità. Separare le carriere significa sgombrare il campo da questa ambiguità, rendendo più chiaro il ruolo di ciascuna delle parti.

Per carità: questa è una linea politica, che a sua volta può essere criticata, sempre da un’ottica di centrosinistra. Ma a patto di restare sul merito della questione. Dicendo da che parte si sta e perché. Non invocando complotti massonici o dando lezioni sui commi. Perché le parole, appunto, sono importanti.

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