La Stampa

L’Unione Europea fragile e i danni della politica placebo

Tommaso Nannicini
Democrazia/#Draghi#Eu#Regionali

Da una parte, c’è il monito di Draghi perché l’Europa smetta di essere un nano politico. Dall’altra, ci sono le proposte dei partiti in vista delle regionali. Nel mezzo, c’è il divario tra una politica rivolta al futuro e una insabbiata nel presente. Basta riavvolgere il nastro della settimana per cogliere questa spietata architettura degli opposti.

Come ha evidenziato Pietro Reichlin su queste colonne, il monito di Draghi colma la parte mancante del suo rapporto sulla competitività europea. L’Europa è debole sullo scenario globale perché è fragile politicamente. Ha una banca centrale che difende la moneta, ma non ha un ministro dell’economia capace di gestire debito e tasse. Ha istituzioni comuni, ma non ha partiti e sindacati capaci di costruire un discorso pubblico davvero comune. Sta qui il ritardo dell’Europa, ancor più che negli scarsi investimenti. Nonostante i passi avanti compiuti durante la pandemia, restiamo in mezzo al guado: gli Stati hanno ceduto sovranità, ma una vera sovranità europea ancora non esiste. E mentre noi siamo fermi là in mezzo, il mondo ha iniziato a correre sull’altra sponda, lasciandoci indietro.

In tutto il mondo, dopo gli anni della “fine della storia”, si è assistito a un ritorno della politica. A tratti inefficace, a tratti violento, ma pur sempre un ritorno. In Cina, da Deng Xiaoping a Xi Jinping, la politica è riemersa con la selezione cruenta della classe dirigente, il rafforzamento dell’ideologia di Stato, il controllo pubblico dell’economia. In Occidente, dagli anni Novanta della globalizzazione e delle istituzioni multilaterali, siamo passati a un’economia globale del conflitto, in cui tutti sono in guerra contro tutti. La stessa ondata populista, letta da molti come espressione antipolitica, conteneva una domanda tutta politica: contestava istituzioni democratiche che avevano delegato le decisioni ad altri, dagli esperti ai mercati. “Riprendiamoci il controllo” era lo slogan dei fautori della Brexit, presto imitato da tanti sovranisti con l’invito a riprendersi moneta e confini. Una strada che, come si è visto, non porta lontano, anzi porta dalla parte sbagliata. Ma la domanda era sensata. Oggi si tratta di capire che l’unico modo per riprendere davvero il controllo non è rinchiudersi nei confini nazionali, diventando schiavi di decisioni prese altrove, da Washington a Pechino, ma costruire una vera sovranità europea.

Che c’entra tutto questo con il dibattito in vista delle regionali? C’entra perché l’unico modo per vivere questo ritorno della politica è ritrovare il coraggio delle scelte e l’ambizione di cambiare davvero la vita delle persone con misure concrete. La cifra del periodo che dobbiamo lasciarci alle spalle, infatti, sono le “politiche placebo” di Allan McConnell: misure simboliche che comunicano la volontà di affrontare un problema, senza reale impatto. La morte della politica. Ebbene, dalla Toscana alla Calabria, abbondano le proposte placebo tanto a destra quanto a sinistra: dalla proposta della maggioranza di usare i fondi del Pnrr per compensare le imprese colpite dai dazi a quelle di Pd e 5 Stelle su redditi di cittadinanza e salari minimi regionali.

In alcuni casi si tratta di idee sensate – come integrare l’assegno nazionale di inclusione con risorse aggiuntive per chi è in difficoltà – ma lontane dalle promesse altisonanti con cui vengono presentate e con mille contraddizioni, dalla portata effettiva all’uso di risorse temporanee, come quelle europee, per finanziarle. E senza mai affrontare la questione politica dirimente a livello regionale: come rafforzare servizi sociali, politiche del lavoro e strategie di sviluppo per generare crescita, non solo assistenza e risarcimenti.

Anche sulla proposta di salario minimo regionale, avanzata in Toscana da Pd e 5 Stelle, emerge un elemento simbolico che stride con la realtà. Bene premiare nei bandi le imprese che lo adottano, ma che senso ha se poi gli enti locali, dalla regione ai comuni, bandiscono gare per il terzo settore con salari da fame? Nelle cooperative sociali il lavoro deve garantire salari dignitosi, e per farlo il pubblico deve metterci risorse, alzando i bandi almeno del 30%. Se davvero si vogliono combattere i salari bassi, si cominci da quelli che dipendono dal pubblico, invece di agitare misure bandierina. Il terzo settore non può essere una priorità solo quando c’è da organizzare convegni e non quando si devono trovare le risorse finanziarie per valorizzare le professionalità che ci lavorano.

Il problema è che farlo è faticoso, amministrativamente più difficile delle proposte placebo. Ma se il pubblico, regioni in testa, iniziasse a far funzionare ciò che gli compete davvero, la politica farebbe quel salto invocato da Draghi. Ridurre il divario tra parole e fatti. Ricostruire fiducia che le cose possano davvero cambiare. Partendo dalla propria regione, passando per l’Italia, fino a un’Europa federale capace di rilanciare lo sviluppo.

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