La multinazionale svedese Electrolux ha annunciato millesettecento esuberi in Italia su quattromila dipendenti. Vale la pena ripetere i numeri: millesettecento famiglie, quasi la metà della forza lavoro italiana di questo gigante degli elettrodomestici (è il secondo al mondo dopo Whirlpool). Un pezzo di manifattura del nostro Paese che scompare nel silenzio di una politica industriale che il governo dice di avere e che, alla prova dei fatti, non ha mai fatto vedere. Il governo Meloni ha puntato tutto su stabilità e conti in ordine. Per carità: lo spread è sceso, la credibilità si è consolidata e il deficit si è ridotto rispetto al 2022. Quasi sempre, però, la sostanza è meno solida del marketing. Eurostat ha certificato che l’obiettivo del 3 per cento del Pil è stato mancato, ancorché di un soffio. Risultato: l’Italia è rimasta nella procedura d’infrazione europea. E tutto questo solo per una crescita dello zero virgola. Per la serie: stabilità senza sviluppo, austerità fine a sé stessa. C’è stato il rigore, ma non è arrivato il goal.
Il punto, però, non è l’aritmetica delle regole europee. Il punto è cosa abbiamo sacrificato sull’altare di un obiettivo mancato. Le politiche di Transizione 5.0 si sono trasformate in un caso di scuola alla rovescia: settemila imprese che avevano fatto esattamente ciò che il governo aveva chiesto loro – innovare, digitalizzare – si sono viste tagliare il credito d’imposta di due terzi. In altre parole: “esodati 5.0”. Poi, come contentino, è arrivato l’iperammortamento, riesumato dal piano Industria 4.0 di dieci anni fa, ma i decreti attuativi sono in ritardo di mesi e le imprese rinviano gli acquisti. Stop and go, metto e levo: il legittimo affidamento di chi investe è diventato una lotteria a premi.
Investire tutto sulla stabilità senza politiche per la crescita non è prudenza: è una scommessa che scarica costi e incertezza sul sistema produttivo. Senza coraggio, la politica industriale continuerà a giocare sulla difensiva, perdendo. Perché, allora, non cambiare schema? Tre cose, almeno, si possono fare già da domani mattina, come ha proposto di recente Giorgio Gori. Restituire alle imprese i proventi delle quote ETS, che la norma europea dal 2023 vincola al 100 per cento alla transizione: dei diciotto miliardi incassati ne sono tornati indietro solo un miliardo e sei. Il nove per cento. Un furto. Estendere a tutte le piccole e medie imprese che innovano gli sgravi fiscali oggi riservati a chi investe in start-up: per rafforzare il capitale, favorire le fusioni, attaccare il problema delle piccole dimensioni del nostro tessuto produttivo. E ancora: un programma serio sull’applicazione dell’intelligenza artificiale al manifatturiero. Le gamme ad alto valore aggiunto che Electrolux dice di voler tenere in Italia le tieni solo se sali di tecnologia.
Senza politica industriale, anche la finanza per le imprese giovani è ossigeno sprecato. Chi fa venture capital in Italia lo dice spesso con franchezza: il massimo successo a cui si può aspirare è far crescere una buona idea imprenditoriale fino al punto in cui può essere venduta agli americani. Le idee, da noi, ci sono. Mancano i soldi per farle crescere fino in fondo, e così se le prendono quelli che i soldi ce li hanno. Nel 2025 il venture capital italiano ha raccolto un miliardo e mezzo di euro: la Francia oltre quattro volte tanto, la Germania quasi cinque, il Regno Unito più di dieci. Gli Stati Uniti, duecentodieci miliardi. Centoquaranta volte noi. La sindrome del vivaio: alleviamo, gli altri raccolgono.
Detto tutto questo, anche se dobbiamo muoverci subito, nessuno di questi cantieri può restare nazionale. Il modello su cui un po’ tutti i governi europei hanno galleggiato per trent’anni – mercato unico più moneta unica, sicurezza in subappalto a Washington, energia in subappalto a Mosca, manifattura in subappalto a Pechino, welfare in ritirata – è finito. Non lo sta facendo finire Trump: Trump è solo l’ufficiale giudiziario che notifica lo sfratto. Il rapporto Draghi del 2024 stimava in ottocento miliardi l’anno gli investimenti necessari per non scivolare in una lenta agonia. Dodici mesi dopo, ha aggiornato la cifra a milleduecento miliardi e ha pronunciato la frase che andrebbe incisa sulla porta di ogni governo: “il confine tra economia e sicurezza è sempre più sfumato”. Eppure, il bilancio europeo 2028-2034 prevede un aumento dello 0,02 per cento del reddito nazionale lordo. Lo zero virgola zero due, per dare risposta a un’epoca. Non ci siamo. Né a Roma né a Bruxelles. Mentre chi governa mette a posto i decimali, gli stabilimenti chiudono.


