Tra la fine di un anno e l’inizio del nuovo mettiamo in fila le nostre scelte. È il momento in cui, a volte controvoglia, ci chiediamo che cosa abbiamo speso – energie, parole, risorse – e che cosa abbiamo risparmiato, rinviato, lasciato andare.
Questo appuntamento con il calendario non riguarda solo le scelte private, ma anche quelle collettive. La legge di bilancio, che va chiusa entro dicembre, costringe chi ci governa a contare le proprie scelte. Non sempre è stato così. Per secoli i bilanci non hanno seguito l’anno solare, ma i cicli della natura, adattandosi ai raccolti e alla capacità di pagare le imposte. Con lo Stato moderno il tempo cambia segno: le entrate diventano regolari, monetarie, continue. Il bilancio smette di inseguire l’agricoltura. Non è più l’economia a scandire il tempo pubblico: è lo Stato a fissare il calendario a cui imprese, lavoratori e famiglie si adeguano. Con l’affermarsi delle democrazie, il bilancio acquista sempre più centralità. Il potere di tassare e spendere smette di essere prerogativa del sovrano e diventa materia pubblica. Decidere chi paga e chi riceve diventa l’atto politico per eccellenza. Per questo la legge di bilancio non è come le altre: è l’attimo in cui una visione del futuro smette di essere promessa e diventa scelta. Per questo ogni misura dovrebbe essere discussa in Parlamento e nel Paese. Altrimenti, la politica perde valore.
Purtroppo, quel valore si è smarrito col tempo. La legge di bilancio non è più il luogo delle scelte. È diventata un elenco. Una rincorsa di commi, micro-misure, annunci a effetto, note tecniche. La discussione parlamentare è ridotta al minimo, confinata nel chiuso di una commissione. Le aule parlamentari servono solo a sbandierare risultati da una parte o cartelli dall’altra. Diventano il set di interventi pensati per i social. Ma il limite più grave non è nemmeno lì. È fuori. È l’assenza di una discussione nel Paese. Ognuno parla dei dettagli che lo toccano direttamente, ma non delle scelte di fondo che riguardano l’Italia. C’è chi prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Alla fine le scelte della politica si sono adattate al formato: cibo preconfezionato, servito così com’è.
La legge di bilancio appena approvata non fa eccezione. Pensiamo alle scelte fatte – o non fatte – su alcuni temi chiave: fisco, salari, pensioni, incentivi alle imprese. Rispetto all’Irpef, non è sbagliato, in sé, dare ossigeno ai redditi medio-alti, come fa la manovra, dopo anni di interventi concentrati su quelli più bassi. Il punto debole non è questo, ma l’illusione che si continua a costruire attorno ai cosiddetti tagli delle tasse. Dal 2021 in poi, con il ritorno dell’inflazione, i governi hanno raccontato tutti la stessa storia: riduzioni dell’Irpef per questa o quella categoria. Ma quelle riduzioni sono state in gran parte finanziate da un aumento silenzioso del prelievo, prodotto dal fiscal drag. Il risultato è che alcune categorie sono state compensate, altre no. I pensionati, gli autonomi in regime ordinario, i dipendenti con redditi medio-alti: per loro, negli ultimi anni, il prelievo è aumentato in modo significativo per il fiscal drag, senza compensazioni reali. Altro che riduzione delle tasse.
Sui salari, la detassazione degli aumenti contrattuali contenuta in manovra è una misura giusta. Ma si è scelto il minimo indispensabile. Si sarebbe potuto fare di più, mettendoci più risorse. Oppure accompagnando quell’intervento con altri, come una forte riduzione dell’Irpef per i giovani – una Start Tax – o incentivi alla partecipazione dei lavoratori. Tutte scelte utili. Tutte scelte evitate.
Sugli incentivi alle imprese il gioco è scoperto. Da un lato il governo ha rinegoziato con Bruxelles il Pnrr, tagliando risorse sugli incentivi del Piano Transizione 5.0. Dall’altro, nella legge di bilancio, ha infilato nuovi incentivi che compensano solo in parte quanto tagliato prima. Un gioco delle tre carte che produce solo incertezza. E senza certezze per chi investe, la crescita economica arranca.
Sulle pensioni, la manovra mostra tutta la sua fragilità. Si spende circa un miliardo per dilazionare in tre anni un aumento dell’età pensionabile di tre mesi. Risorse mal spese che si sarebbero potute usare per favorire l’occupazione giovanile o femminile, oppure per ridurre il carico fiscale sui pensionati, tra i più colpiti dal fiscal drag. Invece per loro arriverà solo un aumento simbolico, poco più di 20 euro al mese. Al netto della giusta conferma dell’Ape sociale, il resto del capitolo pensioni è fatto solo di tagli.
Questa non è una manovra ingiusta. È una manovra modesta. Un mero esercizio di sopravvivenza contabile per evitare di scegliere. Un modo come un altro per iniziare il nuovo anno senza scossoni. Per cambiare calendario senza cambiare direzione.
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