La risposta che molti politici e commentatori progressisti hanno dato all’attacco di Elon Musk all’Italia sull’inverno demografico ha un effetto paradossale: dargli ragione.
È curioso come non ci si accorga del circolo vizioso in cui ci si infila con certi argomenti. La loro prima premessa, di solito, è che avere sempre meno figli sia un problema soprattutto italiano. La loro seconda premessa è che in Italia i giovani non abbiano un’idea di futuro e rinuncino ad avere figli perché i salari sono bassi, i lavori precari e mancano gli asili. Con simili premesse, però, è difficile non arrivare alla conclusione di Musk: l’Italia sta sparendo, lo stato sociale è in pericolo perché presto avremo troppo pochi giovani per pagare le nostre pensioni. Per ribattere davvero all’attacco del miliardario americano, dovremmo analizzare meglio proprio queste due premesse.
Non c’è dubbio che l’Italia sia da tempo tra i paesi con la fecondità più bassa. Demografi e demografe hanno perfino coniato un termine specifico – fecondità ultrabassa – per indicare i paesi con tassi inferiori a 1,3 figli per donna: dalla Corea del Sud al Canada, dalla Cina all’Ucraina, dalla Spagna all’Italia. Ma se si guardano le tendenze globali si capisce che questi paesi non sono tanto l’eccezione, quanto quelli che hanno anticipato gli altri. Già oggi circa due terzi dell’umanità vivono in paesi sotto la soglia dei 2,1 figli per donna, considerata il livello necessario per mantenere stabile la popolazione. Solo l’Africa mantiene valori più alti, ma in rapida discesa rispetto ai tassi del passato. Chi ha meno di cinquant’anni deve abituarsi all’idea che presto assisterà a qualcosa che non si vede dal XIV secolo: la decrescita della popolazione mondiale.
Ma è davvero un problema? Ci attende l’apocalisse? In un’ottica macroeconomica, una minore popolazione mondiale significa meno pressione sulle risorse naturali, con vantaggi ambientali ed energetici. Certo, dovremo abituarci a tassi di crescita più bassi (o compensare lo spopolamento con aumenti della produttività). E sarà più difficile ripagare i debiti pubblici (che dipendono dalla crescita aggregata, non da quella pro capite) e sostenere i sistemi di welfare, a meno di riformarli. Secondo alcuni economisti, l’invecchiamento della popolazione ridurrà le idee (che vengono dai giovani) e quindi la crescita della produttività, ma qui il progresso tecnologico può dare una mano. E in ogni caso, per reagire, dovremmo concentrarci sulla valorizzazione dei giovani.
Insomma, il vero problema è la transizione da un equilibrio all’altro. Ma più ci fisseremo sull’idea che costruendo asili spingeremo le persone ad avere figli, più daremo alibi alla politica per non prendersi cura di questa transizione, rinviando le scelte necessarie per adattarsi alla realtà. (Tra parentesi: gli asili vanno fatti, ma per investire sulle magnifiche testoline di bambini e bambine, non per convincere i genitori a fare figli per l’Inps.)
Veniamo così alla seconda premessa, secondo cui in Italia si rinuncia ad avere figli per problemi economici, dagli stipendi bassi alla mancanza di servizi. Anche qui è chiaro che l’incertezza possa spingere chi desidera un figlio a rinviare la scelta (o a non farla mai), così come è chiaro che servano politiche contro la povertà e a sostegno dei redditi. Ma nessuno può pensare di riportare la natalità ai livelli di metà Novecento a colpi di politiche pubbliche, in Italia come altrove. È curioso che da noi si citi sempre la Spagna — dal salario minimo ai congedi paritari — come modello di un paese che cresce a ritmi più alti dei nostri senza dimenticare l’inclusione sociale, salvo non vedere che anche lì il tasso di fecondità è sceso a 1,16, in linea con il nostro 1,18. Per non parlare dei paesi nordici, paradiso delle politiche di sostegno alla natalità, dai trasferimenti generosi ai servizi che ti raggiungono a casa: in Svezia siamo a 1,43 figli per donna, in Finlandia a 1,32. Bastano le politiche per far tornare le persone ad avere più figli? Non pare proprio.
È altrettanto curioso che in Italia ci si allarmi così tanto per lo spopolamento da bassa natalità, quando nell’ultimo decennio se ne sono andate dal nostro paese più di un milione e mezzo di persone in età adulta, di cui il 48% tra i 18 e i 34 anni. Il problema non sono solo le culle vuote, ma gli aerei pieni. Pieni di giovani che vanno all’estero. L’Italia non sparisce perché le giovani donne fanno sempre meno figli, ma perché vecchi uomini fanno fatica a condividere potere e privilegi. Anche per questo servirebbe una strategia diversa: perché non pensare, per esempio, a una “Start Tax” – una riduzione delle imposte sul reddito per chi ha meno di 40 anni – per invertire queste tendenze e attrarre giovani talenti? Sarebbe un modo per rispondere a Musk senza accettare il suo schema: non tanto “facciamo più figli”, quanto “investiamo sui giovani”.
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