Se la sinistra europea (e non solo) si misurasse dalle sue posizioni sull’intelligenza artificiale, oggi sembrerebbe una tribù composta da sciamani e ingegneri. Da una parte, c’è chi annuncia la fine del lavoro come liberazione. Dall’altra, chi la combatte in teoria, mentre la subisce in pratica.
Tolte le visioni apocalittiche, infatti, il dibattito si sta sviluppando intorno a due posizioni opposte. Entrambe progressiste, ma diverse tra loro. Per semplificare, potremmo chiamarle con due nomi che richiamano il secolo scorso, superandolo: post-laburismo contro tecno-laburismo.
Il post-laburismo parte da una constatazione: una parte sempre più ampia di lavoro umano sarà sostituita da algoritmi e robot. Ma non è necessariamente una tragedia. Può essere, al contrario, una liberazione. Meno lavoro, più tempo. Meno fatica, più vita. A una condizione, però: che la ricchezza prodotta dalle macchine sia redistribuita tra tutti. Per poterlo fare serve un reddito universale, incondizionato, capace di garantire autonomia senza passare dal lavoro. È una posizione che accetta la sostituzione del lavoro e la converte in tempo libero, autonomia o qualche forma di cittadinanza sociale.
Il tecno-laburismo rifiuta questa resa preventiva. Il lavoro, per le persone, resta un momento di riconoscimento e costruzione di senso. La sfida non è uscire dal lavoro, è cambiarlo, e cambiarlo non è semplice. Bisogna orientare l’innovazione in modo che le macchine aumentino le capacità umane invece di sostituirle. Quello che serve, in questo caso, non è il reddito ma la partecipazione: più voce a chi lavora e più controllo sui processi organizzativi.
Quando il dibattito esce dalle polarizzazioni da tribù e si fa serio, su questa frattura si confrontano alcuni tra i più importanti autori del panorama contemporaneo. Sul versante post-laburista si va dalle pionieristiche riflessioni di Philippe Van Parijs a partire dagli anni Ottanta a libri recenti come La società del post-lavoro di Helen Hester e Will Stronge, o ai lavori del centro Autonomy di Londra. Sul versante tecno-laburista, le ricerche di economisti come David Autor, Daron Acemoglu ed Erik Brynjolfsson mostrano come le tecnologie debbano essere progettate e governate, non subite passivamente.
E qui, se proviamo a leggere queste due posizioni con le lenti del Novecento, destra contro sinistra, il cortocircuito è evidente. Il post-laburismo è “di sinistra” negli strumenti: redistribuzione, welfare, reddito. Ma rompe con la centralità del lavoro che è stata, per un secolo, il cuore della promessa del movimento operaio. Il tecno-laburismo, a sorpresa, resta fedele a quella tradizione: il lavoro come leva di autonomia e cittadinanza. Ma sposta il conflitto dentro la tecnologia e le imprese, più che fuori.
Nel primo caso la libertà passa dalla riduzione del lavoro. Nel secondo, dalla sua trasformazione. Nel primo si vogliono proteggere le persone dal mercato del lavoro. Nel secondo, dare loro più potere dentro il mercato del lavoro. Due idee diverse di emancipazione, che poggiano su analisi diverse dei processi economici.
La differenza, vista da vicino, non è solo teorica. Cambia l’interlocutore principale del conflitto politico. Il post-laburismo dialoga soprattutto con lo Stato fiscale: chiede una tassa e costruisce un trasferimento. È una politica leggibile, facilmente comunicabile nei dibattiti pubblici. Il tecno-laburismo dialoga con l’impresa e con il disegno della tecnologia: chiede comitati di valutazione algoritmica, contratti collettivi sull’uso dei dati, clausole sull’addestramento dei modelli, partecipazione dei lavoratori alle scelte di automazione. È una politica più faticosa, che incanta meno, e più dura da imporre. Gli sciamani redistribuiscono a valle. Gli ingegneri contrattano a monte.
C’è poi un altro elemento, che forse pesa più di quanto si dica. Pagare gli umani perché stiano fuori è, in fondo, la richiesta più leggera che si possa rivolgere a chi fa profitti grazie all’intelligenza artificiale. Una richiesta magari difficile da ottenere, perché serve una tassazione efficace delle multinazionali, ma chiara negli esiti. Riguarda quanto distribuire, non come produrre. Il tecno-laburismo, al contrario, chiede di aprire la scatola nera: di sedersi al tavolo dove si decide quali compiti automatizzare, con quali criteri, come spartire il guadagno di produttività. Sposta il conflitto dove la rendita si forma, non dove si distribuisce ciò che ne avanza.
Una sintesi è possibile, e probabilmente è anche necessaria. Un reddito minimo per chi è in difficoltà, un reddito di formazione per chi si sposta, investimenti sulla qualità del lavoro e sulla partecipazione di chi lavora, domanda pubblica per orientare un’intelligenza artificiale che potenzi anziché sostituire il lavoro umano. Reddito e lavoro, non reddito o lavoro. Ma c’è un dettaglio che vale la pena riconoscere. La tradizione laburista, nei suoi giorni migliori, non si è limitata a chiedere risarcimenti. Ha chiesto di stare nella stanza dove si decideva. Anche stavolta, prima di incassare l’assegno, vale la pena chiedere di sedersi al tavolo dove si decide.
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