La Stampa

Stangata per i liberi professionisti Ingegneri e consulenti i più colpiti

Tommaso Nannicini
Economia/#Dazi#P.Iva#professionisti

Tanto tuonò che piovve. La bozza di accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea prevede aumenti dei dazi che penalizzeranno l’economia italiana, soprattutto nei settori e nei territori più esposti all’export verso il mercato americano. Il Centro studi di Confindustria ha già stimato i comparti manifatturieri più colpiti. L’Inps, nel suo rapporto annuale, ha indicato dove le ricadute occupazionali potrebbero essere più gravi. Ma c’è un anello mancante a cui nessuno guarda: i liberi professionisti, vecchi e nuovi, che sostengono il nostro sistema produttivo. Che impatto avranno i dazi su di loro? Uno studio dell’Osservatorio di Confprofessioni, “Le libere professioni alla prova dei dazi”, basato su dati che mappano i settori delle imprese clienti di un ampio campione di lavoratori autonomi, colma questo vuoto, restituendo una classifica delle professioni e delle aree più esposte agli effetti indiretti dei dazi.

L’accordo Usa-Ue è fortemente asimmetrico e penalizza l’economia europea. C’è chi lo difende sostenendo che una guerra commerciale avrebbe fatto ancora più danni. Ma è un po’ come se, dopo una grandinata che ha distrutto le coltivazioni di una certa zona, qualcuno tirasse un sospiro di sollievo: meno male che non è arrivato uno tsunami a spazzare via le abitazioni. Però, che fortuna. Nell’immediato, gli effetti sul nostro tessuto produttivo saranno pesanti, anche perché non ci siamo preparati per tempo, diversificando i mercati di sbocco e puntando su settori a più alto valore aggiunto. Ora c’è chi propone di usare i fondi europei per indennizzare le imprese più colpite. Ma significherebbe spostare risorse nate per sostenere l’innovazione verso meri risarcimenti per uno shock esterno. Ritardando ancora il salto di qualità dell’economia europea. Un capolavoro. Non è facile, poi, capire chi sarà più colpito. Lo studio di Confprofessioni allarga lo sguardo e mostra che le filiere sono lunghe: anche i liberi professionisti che lavorano con le imprese esportatrici rischiano cali di fatturato. Ma vediamo meglio.

Lo studio ricostruisce i settori produttivi a cui fatturano i liberi professionisti italiani, grazie a un sondaggio realizzato nelle ultime settimane. In media, il 58% del fatturato dei professionisti proviene da imprese. E una parte di queste opera nei settori più esposti ai dazi di Trump, per via dell’alto volume di export verso gli Stati Uniti: dalla farmaceutica ai macchinari, dall’auto all’alimentare, passando per il tessile e i prodotti chimici. Sulla base della quota di fatturato legata a imprese esportatrici, lo studio costruisce un indice di vulnerabilità del lavoro autonomo all’aumento delle barriere commerciali Usa, a causa della pressione sui costi che ricadrà sui loro clienti. L’indice – normalizzato rispetto alla situazione del professionista medio – è superiore a 100 per le categorie più esposte e inferiore per quelle meno colpite. Il grafico in questa pagina offre un quadro d’insieme.

Le tre categorie in cima alla classifica, perché più esposte alle ricadute dei dazi, sono quelle che lavorano a stretto contatto con le imprese: consulenti del lavoro, ingegneri e altre professioni economico-finanziarie (tra cui consulenti imprenditoriali, finanziari e di marketing). Per loro, l’indice di vulnerabilità è quasi il doppio rispetto alla media dei professionisti italiani, fissata a 100. Anche le professioni tecnico-specialistiche, come periti industriali e consulenti informatici, sono molto esposte allo shock commerciale, con un indice normalizzato intorno a 162. I commercialisti si collocano a metà classifica (indice 95), anche per via di una forte eterogeneità interna in termini di fatturato e area geografica. Meno vulnerabili avvocati, notai, architetti, geometri, professionisti in ambito culturale, archeologi, medici e odontoiatri, con indici inferiori a 100.

Altri elementi interessanti emergono dalle differenze geografiche e anagrafiche. Come mostra il grafico, i professionisti del Nord Est risultano i più vulnerabili, probabilmente perché un sistema di piccole e medie imprese tende a esternalizzare di più, ricorrendo a figure esterne. Più esposti rispetto alla media anche i maschi e le classi d’età più alte: i primi perché più presenti nelle categorie tecnico-scientifiche, le seconde perché fatturano di più alle imprese rispetto alle persone fisiche.

Questo indice di vulnerabilità delle libere professioni ai dazi coglie un elemento più generale di dipendenza da shock nei rapporti transatlantici, come le turbolenze nel cambio tra euro e dollaro. E restituisce l’immagine di un sistema professionale fortemente interconnesso con un tessuto imprenditoriale a sua volta esposto ai mercati globali. Per carità, la teoria economica ci ricorda che uno shock commerciale non si traduce necessariamente in un impatto diretto sugli input produttivi: può essere assorbito da aumenti di prezzo o da una riduzione dei margini di profitto. Ma se alcuni settori produttivi si dimostreranno poco resilienti rispetto a questo shock, l’effetto finirà per ricadere anche sul lavoro autonomo. Di conseguenza, qualsiasi risposta che arriverà dalle politiche pubbliche non potrà che essere sistemica, più che settoriale.

Il testo del rapporto “Le libere professioni alla prova dei dazi”, a cura dell’Osservatorio di Confprofessioni, sarà disponibile sul sito: https://osservatoriolibereprofessioni.eu/