“C’era una volta il Jobs act. La legge delega del governo Renzi, ispirata all’omonima riforma di Barack Obama. Una legge fortemente osteggiata da Cgil e Uil, tanto da far scrivere a molti che per Renzi era il gesto che doveva spezzare il cordone ombelicale tra partito e sindacati, ciò che per Tony Blair era stata la riscrittura della “Clause IV” dello statuto del New Labour”.
Inizia così un lunghissimo articolo di Tommaso Nannicini oggi sul Foglio, in cui l’economista smonta alla sua maniera le ragioni che hanno spinto la Cgil a promuovere i quattro referendum sul lavoro su cui si voterà domenica e lunedì, 8-9 giugno. Secondo l’ex senatore Pd nella scorsa legislatura, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi, ordinario di Economia politica alla Bocconi, dal 2023 professore all’Istituto universitario europeo, quindi in aspettativa dalla Bocconi, tra gli strateghi del Jobs act renziano, su quella riforma del mercato del lavoro si sono scritte “bufale”.
“Se non fosse tragico per la qualità della politica, farebbe sorridere che chi sostiene l’equazione Jobs act uguale precariato citi come modello la Spagna, un paese con un tasso di lavoro temporaneo doppio del nostro e dove si licenzia dando al lavoratore poche mensilità, anche con Sánchez – scrive Nannicini-. La bufala più sofisticata, però, è che il Jobs act abbia spinto lavoratori e lavoratrici a fare meno gli. Tutto nasce da uno studio targato Inps che trova una fecondità più bassa tra chi ha un contratto a tutele crescenti (introdotto dal Jobs act), percepito come meno sicuro rispetto al tempo indeterminato che c’era prima. In una logica, direbbero gli economisti, di equilibrio parziale, per cui si comparano due contratti e non tutti gli effetti possibili della riforma sulle traiettorie individuali. Quello studio, insomma, misura l’effetto di avere il nuovo indeterminato rispetto al vecchio (il confronto più sfavorevole al Jobs act), ma non tiene conto di chi ha ottenuto un contratto più stabile, per esempio perché prima della riforma era disoccupato o aveva un lavoro precario. Gli effetti di equilibrio generale non vengono stimati. Ma senza sapere quanti lavoratori sono passati da una situazione all’altra, è impossibile dire se l’impatto sulla fecondità sia stato negativo o positivo.
Lo studio, insomma, può dire qualcosa sull’effetto dell’incertezza contrattuale sulle scelte familiari, non sull’impatto complessivo del Jobs act”.
Per Nannicini, al contrario, “il Jobs act ribalta il paradigma che aveva guidato tutte le riforme precedenti, inserite in un’ondata che aveva coinvolto molti paesi Ocse a partire dagli anni ‘90: quella della cosiddetta “flessibilità al margine”, per cui si facilitava il ricorso a forme contrattuali atipiche lasciando immutata la disciplina del lavoro stabile. Queste riforme avevano sì aumentato i margini di flessibilità organizzativa e produttiva delle imprese, ma ne avevano scaricati i costi solo su alcuni, a partire dai giovani, aumentando così il dualismo e il divario di opportunità tra i lavoratori stabili e tutti gli altri. Il Jobs act vuole aggredire questo dualismo, anche se limitatamente alle nuove assunzioni, rimuovendo alcune rigidità per ridare centralità alle assunzioni a tempo indeterminato. Altro che precariato. L’idea è di ridurre il lavoro atipico, dai cocopro alle finte partite Iva, per favorire il tempo indeterminato, tanto che si prevede anche una forte decontribuzione per incentivarlo. Gli apocalittici gridano allo scandalo: prevedendo che tutti i lavoratori assunti a tutele crescenti saranno poi licenziati una volta niti gli incentivi. Ma niente di tutto questo si materializza. Le assunzioni arrivano. I licenziamenti no”.
L’economista ricorda che prima del Jobs act “la protezione dei lavoratori avveniva solo in azienda (e non in tutte). Per chi perdeva il lavoro o non lo trovava, quasi niente. I sussidi di disoccupazione erano ridicoli ed escludevano gran parte dei lavoratori, soprattutto giovani, donne e atipici. La protezione del reddito era andata solo alla cassa integrazione. Che esisteva in molti altri paesi, si pensi al Kurzarbeit in Germania, ma che in Italia – e solo in Italia – era l’unico spettacolo in città. Da nessun’altra parte poteva durare pressoché all’infinito (con deroghe e rinnovi), senza costi per le aziende e mettendo tutti i lavoratori a zero ore. Per non parlare della cassa per cessazione, in base alla quale un’azienda che non produceva più da anni (talora decenni) era tenuta in piedi anche se, intascati i soldi, i piani industriali non venivano rispettati.
L’ipertrofia della cassa aveva spiazzato i sussidi di disoccupazione e le politiche attive del lavoro. Ezio Tarantelli diceva che la cassa fossilizzava i lavoratori nel loro posto di lavoro come la lava con gli abitanti di Pompei. Il Jobs act parte da una filosofia opposta: quella di un capitalismo ben funzionante, perché il mercato è dinamico ma i lavoratori (e non le grandi imprese) hanno una rete di protezione. Questo modello non è né della Thatcher né di Blair.
È il patto sociale delle grandi socialdemocrazie. Goteborg, non Pompei. È un modello che ha consentito alla Svezia di essere una potenza industriale senza aiuti pubblici (lì Saab l’hanno fatta fallire)”
Prosegue Nannicini:
“Il vero colpo all’articolo 18 non arriva dal Jobs act ma dalla riforma del governo Monti nel 2012, allora sostenuta dal Pd di Pier Luigi Bersani e osteggiata dalla Cgil. È allora che si restringe a poche fattispecie la possibilità di reintegro in caso di licenziamento illegittimo per ragioni economiche. Il Jobs act interviene su quelle norme per i nuovi assunti e introduce un principio che ha una logica economica più che giuslavoristica: quello di introdurre costi di separazione che risultino prevedibili ex ante e crescano nel tempo. E’ la logica delle tutele crescenti. La tutela risarcitoria in caso di licenziamento ingiustificato aumenta con l’anzianità di servizio presso lo stesso datore. Rimane, ovviamente, la tutela reintegratoria per i licenziamenti discriminatori e per alcuni licenziamenti disciplinari. Anzi, viene estesa a casi in cui non era prevista o lo era solo in forma attenuata dalla legislazione precedente: i lavoratori di partiti e sindacati, come detto, ma anche i licenziamenti durante il periodo di comporto per malattia o per disabilità che non compromette lo svolgimento delle mansioni lavorative. Spoiler: se vincesse il Sì al referendum, per questi lavoratori il reintegro
scomparirebbe”.
L’economista fa una ricostruzione storica su cosa è cambiato dall’approvazione del Jobs act.
Non è tutto com’era.
“A un certo punto arriva una sentenza della corte costituzionale che di fatto abolisce le tutele crescenti, restituendo alla discrezionalità del giudice l’ammontare dell’indennità risarcitoria. Attenzione: la Corte non dice che le tutele sono basse, anche rispetto ad altri ordinamenti europei, ma che spetta al giudice valutarne l’entità. È una difesa delle prerogative della magistratura più che di chi lavora. Avete capito bene: il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs act, nella sua logica originaria, non esiste più. Se vi state chiedendo perché fa tanto clamore un referendum che vuole abolirlo, non siete i soli.
Gli strumenti: ammortizzatori e politiche attive Ma il contratto a tutele crescenti era solo uno dei tanti ingredienti del Jobs act. Gli altri, di fatto, sono stati confermati da tutti gli interventi dei governi successivi, che li hanno mantenuti e in alcuni casi rafforzati. E nessun referendum si propone di abolirli. Quella riforma ha introdotto la Naspi (con 2,5 miliardi di euro aggiuntivi all’anno): un sussidio che copre il 97 per cento dei lavoratori dipendenti se perdono il lavoro.
Questa copertura se la sognano nella maggior parte dei paesi europei. Il sussidio arriva no a 1.560 euro al mese e dura no a due anni: un anno in più di prima, e i giovani non sono più penalizzati rispetto agli anziani. E’ stata introdotta la Discoll per i collaboratori e i giovani ricercatori. Perno
gli apprendisti possono ottenere la cassa integrazione. Un milione e mezzo di lavoratori delle piccole imprese, prima esclusi, ora possono ottenere integrazioni salariali con i fondi di solidarietà.
E con una legge collegata è stato introdotto il Reddito di inclusione (Rei), poi sostituito da quello di cittadinanza: la prima misura di ultima istanza per combattere la povertà. Prima del Rei, l’Italia era l’unico paese europeo a non avere una misura del genere, insieme alla Grecia. Certo, le risorse messe sul Rei erano insufficienti, ma nessun governo prima ci aveva mai investito tanto (altri 2,5 miliardi nell’arco di due leggi di Bilancio). Per carità, le grandi imprese non possono più usare la cassa integrazione per scaricare i costi della loro incapacità manageriale (o delle loro scelte di rilocalizzazione) sulla collettività, perché non possono averla gratis all’infinito. Se la usano a lungo, la pagano di più, secondo un principio di equità. Le crisi aziendali irreversibili ora sono accertate, ma negli altri casi la cassa integrazione resta eccome: e dura no a due anni, come in Germania (addirittura tre con i contratti di solidarietà)”.
“Uscendo dalla logica precedente della flessibilità al margine, che puntava tutto sui contratti atipici e temporanei, il Jobs act per la prima volta prova a restringerne il campo, combattendo il precariato -continua Nannicini-.
Abolisce i cocopro, contrasta le dimissioni in bianco e introduce una stretta contro le false partite Iva, con una norma che, non a caso, i rider hanno usato per ottenere più diritti in tribunale. In parallelo, la legge sul caporalato rende più stringenti le norme contro lo sfruttamento. Per carità, avremmo potuto fare di più, ma una cosa è dire che la direzione era giusta anche se non si è fatto abbastanza, altra è dire che si è sbagliato tutto. E c’è anche il capitolo delle politiche attive del lavoro, che per la prima volta vengono messe al centro, con il disegno di una rete tra pubblico, privato e terzo settore, l’assegno di ricollocazione e una nuova agenzia nazionale. Purtroppo, quel disegno resta sulla carta, perché le risorse investite sono poche (le riforme a costo zero esistono solo negli editoriali di noi economisti) e il referendum costituzionale del 2016 blocca le competenze esclusive dello stato su quei temi. Ma, di nuovo, la strada era giusta. L’errore è stato non percorrerla con coerenza.
Un referendum sul niente A questo punto, dovrebbe essere chiaro che i referendum di Landini non aboliscono il Jobs act. Dire che lo fanno è una fake news”