Salari bassi, non basta agire sul fisco

Secondo le immancabili indiscrezioni agostane, il piatto forte della prossima legge di bilancio sarà la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, con l’allungamento dello scaglione tassato al 33 per cento dai 50 ai 60 mila euro. Per capire da dove arriva questo intervento, può essere utile rimettere in fila quello che le ricerche degli ultimi mesi ci dicono sui salari, a partire dallo studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) già commentato da Stefano Feltri su queste colonne. Coprendo un lungo arco di tempo, dal 1990 al 2026, quell’analisi restituisce una radiografia doppia: quella di un mercato del lavoro che ha smesso di distribuire crescita e quella di un fisco che ha passato decenni a rincorrerlo. Partiamo dal mercato. Il confronto internazionale è impietoso: tra il 1990 e il 2024, per un dipendente a tempo pieno, la retribuzione reale – al netto, cioè, dell’inflazione – è diminuita dell’1,6 per cento in Italia, mentre cresceva di oltre il 30 in Francia e Germania. E dietro la media c’è una spaccatura: chi sta nella parte bassa della scala ha perso terreno anno dopo anno, complice un part-time spesso involontario che ormai riguarda quasi un terzo dei dipendenti privati, mentre chi sta in alto si è difeso meglio. Trent’anni così lasciano il segno sul mondo del lavoro. La tentazione, spesso, è rifugiarsi nella spiegazione di sempre: i salari italiani sono troppo poco flessibili, ingessati da una contrattazione troppo rigida per adattarsi ai cambiamenti dell’economia. Peccato che i dati raccontino un’altra storia. Uno studio di Fabrizio Mattesini, Franco Peracchi e Jacopo Pitari, basato su cinquant’anni di archivi Inps, mostra che i salari italiani non sono affatto rigidi: sono flessibili, soprattutto verso il basso. Nel decennio scorso quasi un lavoratore su tre si è visto ridurre la busta paga da un anno all’altro. E dal 2022, quando l’inflazione è ripartita, i tagli espliciti non sono serviti più: ci hanno pensato i prezzi a fare il lavoro sporco, erodendo il potere d’acquisto delle retribuzioni. Nemmeno cambiare lavoro è l’ascensore che può farti uscire dalla trappola: chi si sposta ha più probabilità di perdere salario di chi resta, perfino quando se ne va di sua volontà. Com’è possibile, in un paese in cui i contratti nazionali sono così dominanti? Facile: i minimi tabellari reggono, ma i datori aggiustano tutto il resto, dai premi agli straordinari, passando per le altre voci variabili. Insomma: il contratto nazionale protegge la forma del salario, non la sostanza. Davanti a un mercato che comprimeva le buste paga, smarrendo la via dell’innovazione e degli aumenti di produttività, la politica ha usato l’unica leva che capiva: il fisco. E l’ha usata parecchio. L’Upb calcola che la capacità dell’Irpef di redistribuire tra i redditi da lavoro è raddoppiata dal 1990 a oggi, quasi per intero grazie alle riforme degli anni duemila. La svolta arriva con il governo Renzi: è il bonus da 80 euro del 2014, denigrato alla nascita come mancia elettorale, a rivelarsi la misura redistributiva più incisiva di tutto il periodo. E infatti nessuno l’ha poi tolta. Il governo Conte II ha aumentato il bonus a 100 euro; le riforme successive hanno proseguito sulla stessa strada, fino a trasferire dentro l’Irpef, nel 2025, i tagli al cuneo contributivo. Il risultato è che la soglia sotto cui non si paga l’imposta è quasi raddoppiata in termini reali: oggi quattro operai e impiegati su dieci non versano un euro di Irpef e per le buste paga più basse il fisco non si limita ad azzerare il prelievo, ma eroga un sussidio. Un esempio aiuta a capire quanto abbia contato il fisco. Un operaio a tempo parziale, tra il 1990 e il 2026, ha perso l’11,7 per cento di retribuzione lorda, ma, se guardiamo al netto, cioè a quello che gli entra davvero in tasca, la perdita si ferma al 3,4. Gran parte del danno inflitto dal mercato è stata assorbita dalle riforme fiscali. Un ammortizzatore silenzioso. Qualcuno obietterà che c’è il rovescio della medaglia, visto che le risorse pubbliche non sono infinite. E anche questo lo si evince chiaramente dallo studio. La linea che separa vincitori e vinti di questa lunga marcia sta attorno ai 35 mila euro lordi: sotto quella soglia, il fisco di oggi è più generoso di quello del 1990; sopra, invece, è più oneroso. Anche per effetto di una riforma tanto insidiosa quanto silenziosa: il drenaggio fiscale. Quando, come in Italia, scaglioni Irpef e detrazioni non si adeguano all’inflazione, anche un aumento dello stipendio che serve solo a difenderne il potere d’acquisto fa salire le tasse. Una tassa occulta, mai votata da nessun parlamento, che colpisce soprattutto i redditi medio-alti. Prima ha redistribuito la politica, poi l’inflazione, sovraccaricando il conto fiscale sulla parte medio-alta della distribuzione. Con un effetto perverso, però: oggi un aumento di stipendio è tassato molto più del reddito che c’era prima. Il cortocircuito è arrivato al punto che la legge di bilancio per il 2026 ha dovuto mettere gli aumenti dei rinnovi contrattuali fuori dall’Irpef, per non vederli mangiati interamente dal fisco. Insomma: il fisco ha tamponato la questione salariale, non l’ha curata. E redistribuire a valle non sostituisce le politiche per la produttività, la crescita delle imprese e la qualità del lavoro. Gli interventi hanno giustamente aiutato i più poveri, i più colpiti da part-time involontario e discontinuità. Ma quella stagione ha ormai raggiunto i suoi limiti. In questa prospettiva, il proposito del governo di tagliare l’Irpef al ceto medio ha senso. Anche se il diavolo, come sempre, sta nei dettagli e bisognerà capire quante risorse verranno messe davvero sulla misura. A ben guardare, poi, la vera riforma a favore del ceto medio sarebbe un’altra, anche se più difficile da spiegare agli elettori: neutralizzare il drenaggio fiscale, agganciando scaglioni e detrazioni all’inflazione. Dopo aver protetto i più fragili, ora tocca alla classe media. Non per togliere ai primi, ma per non perdere la seconda.

Condividi su