La Stampa

Anziani, il welfare cancellato per legge

Tommaso Nannicini
Welfare/##WELFARE#autosufficienza

Tasse che salgono contro tasse che scendono. Tasse che nascono contro tasse che scompaiono. Il dibattito sulla legge di bilancio ruota in gran parte intorno alle tasse. Ogni volta lo schema si ripete: l’attenzione pubblica si concentra sulle aliquote Irpef, sui bonus fiscali, sui ritocchi tributari dell’ultima ora. Poco o nulla, invece, si discute della spesa. Dei suoi obiettivi, della sua qualità, della sua capacità di incidere sulla vita delle persone e di rispondere ai bisogni di un Paese che invecchia e non cresce. Come se l’Italia si fosse ormai rassegnata a una spesa pubblica che procede per inerzia, senza essere reindirizzata e migliorata da riforme permanenti e incisive.

Eppure, è proprio sul fronte della spesa che si misura la lungimiranza della politica economica. L’esempio più eloquente è quello del grande assente dell’ultima manovra: l’attuazione della riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, prevista dalla legge delega 33 del 2023 ma ancora ferma ai box. Una riforma che avrebbe dovuto dare al nostro Paese un sistema nazionale, stabile e generoso, di assistenza alle persone non autosufficienti: integrando sanità, welfare locale e trasferimenti monetari. Ma il decreto attuativo approvato nel 2024 ne ha per ora svuotato la sostanza, rinviando la costruzione di un sistema integrato e lasciando immutata la frammentazione che condanna milioni di famiglie a cavarsela da sole tra burocrazia e spese private.

A denunciare questa impasse è il “Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza”, un’alleanza che riunisce oltre sessanta organizzazioni: dalla Federazione Alzheimer a Cittadinanzattiva, dalle associazioni dei caregiver familiari al Forum del Terzo Settore, dalle società scientifiche di geriatria ai sindacati dei pensionati. È la comunità italiana della cura, quella che ogni giorno si misura con la realtà degli anziani fragili e di chi li assiste. Il Patto chiede di rimettere in moto la riforma su tre fronti concreti: un sistema nazionale integrato che coordini le risorse di Stato, regioni e comuni, oggi disperse in filiere separate; l’introduzione di un servizio domiciliare pubblico per gli anziani non autosufficienti, che oggi non c’è; una prestazione universale per la non autosufficienza, che riformi l’indennità di accompagnamento differenziandola secondo i bisogni effettivi delle persone, come avviene nei sistemi più avanzati di welfare europeo.

Il sistema attuale, infatti, lascia troppo sole le famiglie. L’assistenza domiciliare delle Asl offre solo prestazioni di tipo medico e infermieristico, in media dodici visite all’anno, utili ma non sufficienti a gestire la complessità dei bisogni. L’indennità di accompagnamento è insufficiente per i casi più gravi: occorre passare da 542 euro mensili uguali per tutti a importi variabili secondo il bisogno, prevedendo anche incentivi per chi usi la prestazione per assumere badanti regolari o per usufruire di servizi di cooperative sociali accreditate.

La riforma prevedeva anche la semplificazione dei passaggi da compiere per poter ricevere sostegni pubblici. Il decreto attuativo, invece, determina procedure addirittura più complicate rispetto alle attuali. Oggi, una famiglia che si trova d’improvviso a gestire la cura di un proprio caro non autosufficiente si scopre sola di fronte a un labirinto di uffici, sigle e procedure. Non sa a chi rivolgersi, né cosa chiedere a chi. L’Asl si occupa di una parte, il comune di un’altra, l’Inps di un’altra ancora: nessuno che accompagni, nessuno che coordini. La frammentazione dei soggetti diventa frammentazione dei diritti. E quella che dovrebbe essere una rete di protezione si trasforma in un percorso a ostacoli, in cui molti rinunciano per sfinimento o si arrangiano a proprie spese.

A più di due anni e mezzo dall’approvazione della legge delega, nulla di quello che era stato ipotizzato è stato realizzato. Il decreto attuativo ha rinviato la domiciliarità, cancellato la prestazione universale, ridotto il Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente a un acronimo senza contenuto. E, soprattutto, nessuna risorsa aggiuntiva è stata prevista per ampliare i servizi. Per far funzionare davvero la riforma servirebbero tra i 5 e i 7 miliardi l’anno, ma il bilancio dello Stato non ne contempla neanche uno. È questo il vero problema dell’attuale manovra: non le tasse che salgono o scendono, ma la spesa che resta ferma, incapace di trasformarsi. In un Paese in cui la popolazione anziana cresce e i servizi di assistenza arrancano, rinviare la riforma della non autosufficienza significa rinviare un pezzo essenziale di giustizia sociale. E non c’è taglio fiscale che possa compensare questo ritardo.

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