Battersi per i salari vuol dire battersi per la produttività

È appena uscito il rapporto annuale dell’Inps e, puntuale come un rito, ognuno ci ha letto quello che voleva leggerci. Chi sta al governo festeggia: occupazione ai massimi, salari che ripartono. Chi sta all’opposizione ribatte: cresce solo il lavoro degli anziani trattenuti dalla riforma Fornero, il resto è propaganda. Purtroppo per entrambe le tifoserie, i dati raccontano un’altra storia.

Primo: l’occupazione cresce davvero, non solo tra i capelli grigi. Tra il 2021 e il 2025 sono entrati cinque milioni di lavoratori dipendenti, in buona parte giovani e immigrati. Ma è proprio questo allargamento a spiegare perché i salari reali calano. Chi entra guadagna meno di chi c’è già: i sedici milioni di dipendenti presenti in entrambi gli anni hanno visto la retribuzione crescere del 26,6 percento, ma la media segna solo un più 14,7 (al di sotto del 18,4 dell’inflazione). È l’aumento dell’occupazione, paradossalmente, a tirare giù la media.

A questo punto chi governa potrebbe cantare vittoria: depurati dall’effetto occupazione, i salari aumentano. Non proprio. Una parte di quel più 26,6 viene da maggiori giornate lavorate e da passaggi al tempo pieno, non da buste paga più pesanti. Per i dipendenti stabili a tempo pieno la crescita si ferma attorno al 14 percento nominale, anche qui sotto l’inflazione. Le buste paga nette hanno tenuto meglio, è vero, ma per merito dei tagli del cuneo: la fiscalità generale ha tamponato, non curato.

La domanda vera, allora, è perché i salari non crescano. Un box del rapporto Inps, curato da Maria De Paola e Fabiano Schivardi su cinquant’anni di dati amministrativi, ci aiuta ad allargare lo sguardo. Primo risultato: la stagnazione salariale non è figlia dell’euro, della pandemia o dell’ultima fiammata inflazionistica. La crescita dei salari reali passa dal 3 percento di fine anni Settanta allo zero della metà dei Novanta, fino al meno 0,6 degli ultimi cinque anni. Un processo di lungo periodo, non un incidente recente.

Secondo risultato: i salari che calano non arrivano da imprese che hanno smesso di redistribuire, da profitti che si sono mangiati le buste paga. Perché un’impresa alzi i salari servono due elementi: risorse da distribuire e volontà di farlo. I dati dicono che il secondo non è venuto meno: la quota di profitti che si trasferisce nelle retribuzioni, dopo un calo iniziale, è tornata a salire. È il primo elemento che è sparito. I salari hanno seguito fedelmente il valore aggiunto per addetto; solo che il valore aggiunto per addetto non andava da nessuna parte. La torta non è stata divisa peggio. Ha smesso di crescere.

Così la questione salariale si rivela per quello che è: una questione di produttività. In vent’anni quella oraria è cresciuta da noi del 3 percento, contro il 19 della Germania. Non per colpa della manifattura, che regge il confronto europeo, ma dei servizi di mercato, fermi da decenni: poco digitali, poco capitalizzati, frammentati. E un paese non va alla velocità del suo motore migliore: va alla velocità della sua zavorra.

Che fare, allora? Rovesciare il paradigma degli ultimi decenni: prima gli incentivi a pioggia, poi la speranza che i salari seguano. Non funziona. Serve un patto per la crescita in cui l’aumento dei salari reali sia l’obiettivo da cui si parte e la produttività l’impegno che tutti – imprese, sindacati, governo – sottoscrivono per sostenerlo: investimenti immateriali e tecnologia nei servizi; capitale paziente che faccia crescere le imprese invece di esportarle; formazione e contrattazione di prossimità che leghi retribuzioni e organizzazione del lavoro; partecipazione dei lavoratori.

Per carità, il conflitto distributivo esiste e va governato. Ma illudersi che basti spartire meglio una torta ferma significa condannarsi a litigare sulle briciole. Battersi per i salari, oggi, vuol dire battersi per la produttività. Il resto è consolazione.

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