La Stampa

Salari e congedo, troppe ingiustizie

Tommaso Nannicini
Welfare/##WELFARE#congedi#congedoparitario

Se la parità di genere si misurasse dalle dichiarazioni solenni, l’Italia sarebbe un paradiso scandinavo. Ogni anno si moltiplicano convegni, campagne, hashtag, promesse. Poi si guardano i numeri e succede una cosa curiosa: non è che la distanza tra uomini e donne sparisca. Spesso, piuttosto, si allarga.

Se si vuole capire il divario di genere nel nostro mercato del lavoro, conviene guardare meno ai salari e più agli orologi. In molti paesi la disuguaglianza tra uomini e donne passa soprattutto dalla paga oraria. In Italia, invece, passa prima di tutto dalla quantità di lavoro: quante ore si lavorano, quante carriere si interrompono, quanto tempo resta disponibile per il lavoro dopo aver accudito figli che crescono e genitori che invecchiano. E da come il tempo viene ripartito dentro le famiglie.

Le donne lavorano meno ore, hanno carriere più discontinue, entrano ed escono più spesso dal mercato del lavoro. Non perché manchi il talento o l’ambizione, ovviamente. Ma perché il tempo della cura continua a cadere soprattutto sulle loro spalle. Ogni anno, le madri lavoratrici spendono 64 giorni in più a prendersi cura dei figli rispetto ai padri lavoratori. Più di due mesi in cui i padri in questione si dedicano al lavoro, al calcetto, a un corso di formazione, o bevono una birra con i capi da cui dipende la loro promozione.

Anche in un mondo di cui si parla poco, quello delle libere professioni, questi divari sono marcati. Un’analisi dell’Osservatorio di Confprofessioni, basata sui dati delle casse previdenziali, racconta una storia poco incoraggiante. Negli ultimi dieci anni, la parità reddituale è peggiorata: il reddito medio delle professioniste è passato dal 59,8 per cento di quello maschile nel 2014 al 53,7 per cento nel 2024. In altre parole, una professionista guadagna in media poco più della metà di un professionista.

La fotografia diventa ancora più istruttiva quando si guarda all’età. Tra i più giovani il divario è ancora forte ma più contenuto: sotto i trent’anni le donne percepiscono il 74 per cento del reddito dei colleghi uomini. Ma nelle età centrali della carriera la distanza si allarga rapidamente per poi ridursi. Tra i 41 e i 50 anni il reddito femminile scende attorno al 52 per cento. È difficile sostenere che a quarant’anni le competenze femminili subiscano un calo così brusco. Quello che cambia è qualcos’altro: il tempo disponibile. Sono gli anni in cui gli effetti della cura dei figli e delle famiglie si fanno sentire di più sulle scelte lavorative. Non è un caso che i divari più profondi emergano proprio nelle professioni in cui la disponibilità di tempo è decisiva, come nel caso dell’avvocatura, dove il reddito medio delle donne è meno della metà di quello degli uomini.

Insomma, lavoro dipendente o autonomo cambia poco: dietro ai divari di genere si nasconde uno squilibrio più profondo, quello nel tempo della cura. Riequilibrarlo richiede molte cose. La cura non riguarda solo i figli che nascono, ma anche i genitori che invecchiano. E per cambiare il peso delle norme sociali e culturali servono trasformazioni profonde nell’organizzazione del lavoro e del welfare. Ma una politica importante – anche come segnale – sarebbe quella dei congedi. Servirebbe un congedo paritario, reso più generoso ed esteso tanto ai dipendenti quanto agli autonomi. Paritario tra tutti i genitori o gli adulti di riferimento, indipendentemente dal genere. Con stessa durata e condizioni. Con una copertura generosa al 100%, perché la condivisione funziona quando non implica una rinuncia al reddito. Congedi non trasferibili: se si possono cedere, infatti, l’asimmetria si riproduce, come dimostra l’esperienza internazionale. Salvaguardando periodi minimi in cui ciascun genitore sia il caregiver principale, senza sovrapposizioni che svuotano la responsabilità individuale e trasformano i padri in turisti della cura. Riconoscendo, infine, le difficoltà aggiuntive di alcune famiglie, da quelle con persone non autosufficienti a quelle monogenitoriali, attraverso misure più generose.

Un congedo paritario non è solo una politica familiare. È una politica del lavoro, della produttività e della libertà. Serve a redistribuire il tempo, che è la vera radice di molti divari di genere. Negli ultimi anni lo Stato italiano ha dimostrato di saper mobilitare risorse enormi quando decide che una priorità è davvero tale. Per ristrutturare le case abbiamo inventato una collezione infinita di bonus edilizi. Per riequilibrare il tempo tra uomini e donne, almeno nella genitorialità, servirebbe meno. Forse, speriamo, è arrivato il momento di passare dalla stagione dei superbonus a quella delle politiche del tempo.

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