Il decreto varato ieri dal governo avrebbe potuto benissimo ispirarsi al 31 dicembre anziché al primo maggio: più che una riforma del lavoro somiglia a un milleproroghe. Gli incentivi all’assunzione in scadenza per donne, giovani e Zes vengono riscritti e rilanciati per altri dodici mesi. Cambia il marketing, non la sostanza.
Sarebbe ingeneroso non riconoscere, però, che nel decreto ci sono anche due aperture serie: il giusto salario e una clausola antinflazione per i contratti scaduti, accompagnata da una nuova infrastruttura dati sulle retribuzioni. Due passi nella direzione giusta, anche se da soli non bastano e quello che manca risuona di più rispetto a quello che c’è.
Partiamo dal salario giusto. È la prima volta che nel nostro ordinamento si dice per legge cos’è la giusta retribuzione prevista dall’articolo 36 della Costituzione, provando a estendere erga omnes i minimi salariali contrattuali. È un passo notevole. Ci sarà chi obietterà, e l’obiezione non è infondata, che la Cassazione con le sentenze gemelle del 2023 ha già affermato il potere del giudice di andare anche sopra i minimi contrattuali, se ritenuti inadeguati. Vero. Ma il decreto offre comunque un riferimento normativo certo, che oggi manca. Il problema è che questo passo, per camminare, avrebbe bisogno di altre due gambe: regole chiare sulla rappresentanza sindacale e datoriale, e perimetri settoriali più ampi. Gli oltre mille contratti depositati al Cnel non sono un capriccio: sono il frutto di perimetri settoriali troppo stretti, che alimentano dumping e concorrenza sleale. Senza misurazione vera della rappresentatività e perimetri allargati, il riferimento ai contratti leader resta un recinto disegnato bene, ma con pochi pali piantati a terra.
Veniamo alla seconda apertura. Il decreto disegna con chiarezza un’infrastruttura di dati per monitorare retribuzioni e contratti nel nostro Paese. C’è solo da augurarsi che venga realizzata senza intoppi. Si aggiunge poi una clausola sui contratti scaduti: gli aumenti decorrono dalla scadenza naturale e dopo un anno di vacanza scatta un adeguamento automatico pari al trenta per cento dell’inflazione. C’è chi sostiene che con questa clausola i contratti non si rinnoveranno più, perché ai datori converrà restare scaduti pagando un piccolo pegno. Ma la vertenza resta aperta, e i sindacati, se sanno fare il proprio mestiere, non possono certo accontentarsi del trenta per cento dell’inflazione. Il meccanismo, peraltro, non è nuovo. Il trenta per cento è esattamente l’indennità di vacanza contrattuale prevista nel Protocollo Ciampi-Giugni del 1993. Si riscoprono misure di altri periodi in cui l’inflazione era un tema, e non è per forza una cattiva notizia.
L’assente che balza agli occhi, però, è il coinvolgimento dello Stato nella difesa del potere d’acquisto dei salari dall’inflazione. Da una parte, si pretende che le imprese si facciano carico dell’aumento dell’inflazione anche in assenza di un contratto rinnovato, ma non si fa niente per evitare che lo Stato metta le mani in tasca di chi lavora per via del fiscal drag. Se non si indicizzano gli scaglioni Irpef all’inflazione, come noto, il gettito fiscale aumenta per via del drenaggio fiscale e i salari reali si riducono. Altri paesi europei hanno scelto di sterilizzare il fiscal drag indicizzando automaticamente gli scaglioni; in Italia, secondo le simulazioni dell’Osservatorio delle libere professioni, tra il 2014 e il 2024 il fiscal drag ha sottratto fino a 128 euro al mese di reddito a un lavoratore, superando i benefici cumulati degli interventi Irpef nell’arco di un decennio. Una riforma seria avrebbe inserito, accanto alla regola sui contratti scaduti, un articolo gemello sul fiscal drag.
Nel decreto ci sarebbe stato, infine, anche un terzo passo nella direzione giusta, salvo sparire all’ultimo giro di boa. Il ministero del lavoro, stando alle anticipazioni, voleva investire cinquecento milioni sulla formazione. Ma poi sembra sia arrivato il veto del ministero dell’economia. Eppure, la formazione è oggi l’investimento pubblico più importante che possiamo fare: più della spesa militare, più dei bonus edilizi. Senza un sistema di formazione permanente di massa, non gestiremo i costi sociali del progresso tecnologico. E mancheremo un target europeo ben più importante di quello sul deficit: il 47 per cento di occupati in formazione. Irraggiungibile senza investimenti veri.
Insomma: di proroga in proroga, di vincolo in vincolo, nel nostro Paese il lavoro avrà poco da festeggiare questo primo maggio.
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