Giove toglie il senno a chi vuol mandare in rovina, dicevano i latini. In politica funziona al contrario: Giove fa spesso vincere chi vuol perdere. È un copione classico. Una vittoria larga stordisce, fa scambiare un passaggio per un destino. È successo al Pd nel 2014: trionfo alle europee, poi la sonora sconfitta del 2018. È successo alla Lega nel 2019, di nuovo alle europee: dalle stelle del 34 per cento al Papeete, nel giro di un’estate. Le vittorie, se mal digerite, sono il modo più rapido per preparare la sconfitta che conta.
Il centrosinistra del 2026 farebbe bene a non sottovalutare questo rischio. Tanto per iniziare, trattenendosi dal parlare ossessivamente di nomi, candidati premier, primarie (come già sta facendo). Il rischio è evidente: trasformare un segnale politico generale in una gara interna. Il messaggio che arriva è tanto chiaro quanto sbagliato: nel Paese abbiamo già vinto, ora possiamo chiuderci tra noi per fare una bella gara interna.
L’aria di chi ha già vinto e deve solo decidere chi si siede dove rischia di avere un effetto deprimente sui voti futuri. Le primarie sembrano far gola non solo a chi si contende la leadership della coalizione, ma anche a chi ha voglia di contarsi. Chi prende più voti a sinistra, chi al centro. Riti e liturgie lontane dall’elettorato non militante.
Il voto al referendum sulla giustizia non è stato un voto di merito. È stato un voto politico, sganciato dai contenuti. Pensarlo come una delega è fuorviante. L’alternativa alla maggioranza di governo è tutta da costruire: nel Paese, giorno per giorno, non solo con un weekend ai gazebo. Proviamo a capire, piuttosto, quali segnali di disagio possono tradursi in un’alternativa di governo, senza enfatizzare troppo il voto. Per carità, è un esercizio tra tanti, poi conterà quello che faranno le forze politiche all’opposizione. Spoiler: il salario minimo è utile ma non basta, dato che è stato costantemente al centro dei programmi elettorali del centrosinistra nel 2018 e nel 2022.
Non c’era bisogno di un referendum sulla giustizia per accorgersi che i giovani italiani trovano solo salari bassi e posizioni poco attraenti. Che l’arretramento dei servizi pubblici ha lasciato gli anziani più fragili, tanto in città quanto nelle aree interne. Che nelle grandi città il costo dell’abitare e del vivere schiaccia i redditi e i sogni di tante famiglie. Giovani sottopagati, anziani soli, costo della vita insostenibile: ecco i cardini di un’alternativa possibile. Se i problemi sono questi, anche le risposte devono stare lì. A partire da chi entra nel mondo del lavoro e si trova di fronte stipendi bassi e contributi alti. Se chiedi ai giovani di reggere il sistema, non puoi trattarli come l’ultima voce del bilancio.
All’inizio della vita lavorativa si gioca molto più di un reddito: si decide se restare, se investire su di sé, se costruire qualcosa. È lì che oggi il sistema chiede di più e restituisce meno. Ecco perché servirebbe una Start Tax, una riforma strutturale del nostro sistema fiscale ispirata a una doppia progressività, quella già esistente sul reddito e una legata all’età. Per aumentare il reddito disponibile dei giovani in una fase delicata della loro vita.
Poi c’è l’altro lato, quello che tutti vedono e che nessuno cura. La non autosufficienza resta affidata alle famiglie, ai loro tempi e alle loro risorse, spesso in modo diseguale. Qui non si tratta di aggiungere un intervento, ma di cambiare sguardo: costruire reti, tenere insieme assistenza e sanità pubblica, disegnare una risposta multidimensionale che integri sostegno monetario e servizi. E realizzare un nuovo patto col terzo settore che superi la logica del tappabuchi: bandi costruiti per durare, che coprano anche i costi di struttura e permettano salari dignitosi a chi ogni giorno produce coesione sociale.
In mezzo c’è la vita quotidiana, quella che passa dall’affitto e dalle bollette. Nelle grandi città il costo dell’abitare è diventato la misura più concreta delle disuguaglianze. Senza un’offerta abitativa accessibile e investimenti che rendano le città vivibili anche per chi non ha redditi alti, ogni aumento di salario evapora. Qui il punto è cambiare logica: meno bonus che privatizzano e parcellizzano l’edilizia, più capacità pubblica di costruire. Edilizia residenziale accessibile, ospedali e scuole che funzionano, infrastrutture, spazi pubblici che tengano insieme le persone e rendano le città vivibili. Anche questo è competere con la seduzione degli schermi: offrire luoghi che valgano il nostro tempo.
Insomma: la sfida è più importante, anche se meno adrenalinica, di una corsa ai nomi. Il Paese non ha bisogno di personaggi in cerca d’autore, ma di proposte. Prima le idee.
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