Le parole del ministro Nordio sul Csm come “sistema paramafioso” e quelle del pm Gratteri su “indagati e massoneria deviata” che votano per il Sì sono il segno di un dibattito pubblico che scivola dall’argomento all’insulto: toni dai quali dovrebbe tenersi alla larga chiunque abbia a cuore le nostre istituzioni. Ma, sul piano politico, le parole del ministro rischiano di essere più controproducenti di quelle del pm. Perché chi ha la responsabilità di portare avanti un cambiamento deve farlo con più misura di chi si limita a dire sempre no. Onori e oneri. Come ci insegna la storia repubblicana.
C’è un filo rosso che unisce le grandi battaglie referendarie. Un filo che non riguarda le singole leggi – divorzio, aborto, scala mobile – ma una questione più profonda: chi ha il diritto di esercitare, di fatto, un potere di veto su leggi approvate dal Parlamento, pretendendo di rappresentare l’interesse generale. E soprattutto, come si fa a ridimensionare quel veto senza trasformare la politica in una guerra di religione.
Nel 1974, sul divorzio, non era in discussione solo una norma, ma il peso pubblico della Chiesa cattolica in una democrazia pluralista. Nel 1981, sull’aborto, si tornava a toccare quel nervo scoperto. Nel 1985, col referendum sulla scala mobile, il nodo era diverso ma analogo: poteva una grande confederazione sindacale esercitare un potere di veto sulle scelte di politica economica del governo?
In tutti e tre i casi c’era un’istituzione – religiosa o sindacale – che rivendicava una forma di rappresentanza morale dell’interesse generale. E in tutti e tre i casi, la politica, o perlomeno la sua parte più saggia, scelse una strada precisa: non quella dello scontro frontale contro l’istituzione che provava a esercitare il suo veto, ma quella dei contenuti. C’è da augurarsi che lo stesso avvenga col referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, anche se per ora i toni della campagna hanno preso tutt’altro andazzo.
Nel 1974, la campagna per il No all’abrogazione del divorzio non fu, nella sua versione vincente, una crociata anticlericale. Certo, l’anticlericalismo esisteva. Ma il messaggio che fece breccia era un altro: chi crede nel matrimonio non deve avere paura del divorzio. Era un invito a separare la fede dalla legge, a riconoscere che una norma non impone comportamenti, ma offre libertà. Non era “contro la Chiesa”, ma per una società più giusta e più libera. Nel 1981, la difesa dell’aborto legale si giocò molto sul terreno della salute pubblica e della fine della clandestinità. Anche qui, più contenuto che anatema.
Nel 1985, con la scala mobile, il conflitto fu aspro. Ma la campagna che vinse non si limitò a dire “la Cgil sbaglia”. Disse: l’inflazione va governata, la politica dei redditi va riformata, il governo deve poter decidere. Si affermò il primato della politica su un meccanismo automatico. Non si abolì il sindacato. Si ridefinì il perimetro della sua influenza.
Il punto è questo: quando una democrazia matura ridimensiona un potere di veto, lo fa non delegittimando l’istituzione, ma contestandone la pretesa di incarnare l’interesse generale al posto della politica. È una distinzione sottile ma decisiva.
Oggi il terreno è diverso, ma la questione è simile. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati non è – o non dovrebbe essere – un processo alla magistratura. Non dovrebbe essere una gara a chi urla più forte contro “le toghe rosse” o contro “la politica corrotta”. Abbiamo bisogno di una discussione su come organizzare meglio le funzioni di accusa e di giudizio in uno Stato di diritto. E in questa discussione nessuno dovrebbe esibire poteri di veto, lanciare anatemi o rilasciare passaporti di moralità.
Se trasformi il referendum in un referendum contro i magistrati, concedi loro ciò che non dovrebbero avere: il monopolio simbolico dell’interesse generale. E regali al fronte contrario l’argomento più forte: la difesa della loro indipendenza sotto attacco. Se invece resti sui contenuti – chiarezza dei ruoli, distinzione netta tra chi accusa e chi giudica, garanzie per ogni cittadino e cittadina – il terreno cambia. Non si tratta di “punire” una categoria, ma di rafforzare l’equilibrio dei poteri. Non di togliere autonomia alla magistratura, ma di renderla più credibile. Come spiega da mesi l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, voce tanto autorevole quanto inascoltata.
I referendum che hanno segnato la nostra storia non hanno vinto perché hanno gridato più forte contro un’istituzione che voleva frenare il cambiamento. Hanno vinto quando sono riusciti a dire: questa regola è migliore per tutti, anche per chi oggi la teme. Ci sono molte ragioni per votare Sì al prossimo referendum, non con il ghigno, ma con la serenità di chi crede nelle istituzioni. Non per punire una casta, ma per dare più garanzie a tutti.
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