È comprensibile che i partiti tradizionali ed europeisti festeggino per la sconfitta di Viktor Orbán, uno dei leader populisti e sovranisti più longevi alla guida di un paese dell’Unione Europea: primo ministro per quasi venti anni, di cui gli ultimi sedici consecutivi. Dopo i festeggiamenti, però, servono le analisi. Altrimenti, si rischia di mancare i prossimi giri di boa, scambiando un evento per un cambio di fase, la fine dell’era populista. È successo con Macron nel 2017, con Biden nel 2020 e con Tusk nel 2023. E rischia di succedere oggi con Magyar in Ungheria. La vittoria viene celebrata come la prova che il sistema funziona, che i cittadini alla fine scelgono per la democrazia liberale e l’ancoraggio all’Europa. Poi, puntualmente, ci si sveglia con la sorpresa successiva.
Péter Magyar ha fatto qualcosa di raro e di istruttivo insieme. In due anni – due, non venti – ha costruito dal nulla un partito che ha battuto un sistema di potere consolidato, in un paese in cui i media sono quasi tutti in mano al governo e in cui i collegi elettorali erano stati ridisegnati su misura. Non ha vinto perché l’Europa lo sosteneva. Non ha vinto perché le opposizioni si erano unite. Ha vinto perché ha capito una cosa che in molti continuano a ignorare: la gente non vota contro qualcuno per principio. Vota contro qualcuno quando trova qualcosa di diverso (e di meglio) per cui votare.
Magyar non arriva da Marte. E neanche dall’opposizione. È un ex Fidesz (il partito di Orbán), un insider che conosceva il sistema dall’interno e lo ha usato a proprio vantaggio. I suoi avversari gliel’hanno rinfacciato per mesi. Non è servito a nulla, perché gli elettori ungheresi non cercavano la purezza. Cercavano la credibilità. E Magyar, parlando di salari bassi, ospedali che cadono a pezzi, giovani che emigrano, élite arricchite a spese degli altri, ha dato loro qualcosa di riconoscibile. Qualcosa di vero.
Per carità, chi ironizza contro le sinistre europee che festeggiano per la vittoria di un leader di centrodestra (il partito di Magyar è iscritto al gruppo popolare europeo) sbaglia. Il cambio di governo a Budapest è un passo in avanti importante per l’UE, perché batte un leader che ne minava il funzionamento dall’interno. Chi ha una visione diversa e crede che debba nascere un’Europa federale, quindi, fa bene a festeggiare. Le elezioni nazionali hanno sempre più una dimensione europea, che va oltre le appartenenze ideologiche.
Ma le forze europeiste sbaglierebbero a leggere le elezioni ungheresi come una storia di valori. Liberaldemocrazia contro illiberalismo. Occidente contro Putin. Europa contro sovranismo. Tutto vero. Ma ridurre Magyar a simbolo geopolitico significa perdere una parte importante della storia. Significa non vedere che Orbán non è caduto per le sanzioni di Bruxelles, le risoluzioni del Parlamento europeo o anni di procedure di infrazione. È caduto perché dentro il paese si è incrinato il patto materiale su cui reggeva il suo potere. Inflazione, salari fermi, sanità al collasso, politiche pronataliste senza nessun effetto: quando le sue promesse si sono rivelate vuote, il sistema ha cominciato a scricchiolare. Magyar ha fatto la cosa giusta al momento giusto: si è inserito in quella crepa.
Un altro errore sarebbe aspettarsi che Budapest cambi tutto e subito. Non funzionerà così. Magyar governa un paese con istituzioni profondamente rimodellate da sedici anni di potere concentrato. Magistratura, media, università, appalti pubblici: tutto porta ancora il segno di Orbán. Smontare un sistema così richiede anni, una maggioranza solida, e la capacità di non cadere nelle stesse trappole.
Forse, oltre alle conseguenze geopolitiche, i partiti europei farebbero bene a leggere la lezione di Budapest in chiave elettorale. Magyar ha fatto propria una domanda che troppi partiti continuano a schivare: di che cosa hanno bisogno le persone, ogni giorno, per credere che la politica valga il loro tempo? La sua risposta, più che di valori e riforme istituzionali, ha parlato di altro: il costo dell’affitto, il pronto soccorso che funziona, i propri figli che non devono scegliere tra restare e avere un futuro. La lezione di Budapest non è che la democrazia vince sempre. È che vince solo quando qualcuno si prende la briga di meritarsela. Giorno per giorno. Proposta per proposta. Senza aspettare che gli avversari si autodistruggano.
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