Perché con Vannacci non può funzionare una politica modalità contabile

Il generale Vannacci ha costruito una carriera sul gusto del politicamente scorretto: dire l’indicibile, purché faccia rumore. Di solito il rumore è tutto lì. Ogni tanto, però, anche una provocazione da caserma può intercettare un nervo scoperto della politica italiana degli ultimi decenni. È il caso di una frase pronunciata di recente mentre gli si chiedevano le coperture finanziarie delle sue “proposte”: “io sono un politico, non un ragioniere”. Sette parole che liquidano due categorie in un colpo solo.

La prima è quella dei politici che hanno rinunciato ad avere una visione. Quelli che da anni ci spiegano soprattutto ciò che non si può fare: per colpa del debito, dell’Europa, dei mercati, e via vincolando. Come se governare volesse dire amministrare l’esistente, con diligenza e senza immaginazione. È la politica del “vorrei ma non posso”, che ha via via ceduto spazio decisionale ai mercati, alle autorità indipendenti, alla magistratura, alle burocrazie sovranazionali. Una politica che fatica a proiettare quella che Salvatore Veca chiamava l’ombra del futuro: una progettualità ideale, i fini ultimi dell’azione politica. Senza quell’ombra, resta solo la gestione. E la gestione non mobilita nessuno.

La seconda categoria è quella dei commentatori, degli economisti, dei fact-checker che riducono ogni proposta politica a una tabella Excel. Come se il valore di un’idea potesse essere misurato ex ante con stime inevitabilmente fragili, costruite su ipotesi discutibili, fatte da chi non ha mai visto una legge di bilancio da vicino. Per carità: smascherare le promesse impossibili e la demagogia è un servizio pubblico. Ma è ben diverso dal trasformare il dibattito politico in una gara tra ragionieri, tutti chini sulle coperture e nessuno disposto a interrogarsi sul futuro che una proposta prova a costruire. La prima domanda da fare a un’idea non è quanto costa. È dove porta.

Lungi da me sottovalutare il rischio opposto. La politica che vive di soli slogan o le utopie che infiammano i cuori ma sfasciano la realtà. Quello che serve, per dirla con JFK, è un idealismo senza illusioni: la capacità di indicare una direzione alta senza perdere il senso del possibile. I vincoli esistono, vanno spiegati. Ma devono mantenere il rango di strumenti. Il ragioniere serve al politico. Non può sostituirlo.

Detto questo, se Vannacci vuole essere coerente con la sua affermazione, dovrebbe essere il primo a chiedere una cosa semplice: di non essere più chiamato “generale”. Se crede nel suo nuovo ruolo, sia un politico fino in fondo. Senza bisogno di rifugiarsi nell’autorevolezza della divisa, così come altri prima di lui si sono rifugiati in titoli, professioni e soprannomi per prendere simbolicamente le distanze dalla politica mentre la facevano eccome. È un vecchio trucco: presentarsi come altro dalla politica per esercitarla senza pagarne il prezzo. Dal cavaliere al generale.

Non mi sfugge che il generale, pardon, l’onorevole Vannacci usi quella frase come scudo: per proteggere le assurdità e le sparate propagandistiche che pronuncia senza alcun principio di realtà. La remigrazione non sta né in cielo né in terra, ma per accorgersene non serve un ragioniere. Basta, appunto, chiamarla per quello che è. Non si smaschera con un file Excel, a colpi di stime. Si smaschera con una controvisione positiva, mobilitante e sostenibile, capace di parlare alle stesse paure con risposte vere invece che con capri espiatori. Serve il coraggio di indicare un futuro e la responsabilità di costruire il percorso per arrivarci. A.A.A. cercasi politici con visione. Astenersi ragionieri, cavalieri, generali, prefetti, editori, organizzatori di eventi e, va da sé, professori.

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