Da più parti si dice che i politici dovrebbero offrire messaggi chiari e radicali. È vero, c’è bisogno di una politica che torni a fare il suo mestiere: indicare una rotta per il futuro, piuttosto che vivacchiare tra proposte al ribasso con la scusa che “non c’è alternativa”. Ma radicalismo non vuol dire gridare più forte gli slogan che tengono ciascuno nella sua comfort zone. Più tasse sui ricchi, a sinistra. Meno immigrati, a destra. Radicalismo significa rovesciare il tavolo. Traghettare i propri valori dentro una realtà squassata da mutamenti geopolitici, demografici e tecnologici senza precedenti. Significa uscire dalla bolla del quotidiano per cambiare prospettiva.
È sconvolgente che questa domanda di radicalità resti inevasa, mentre c’è una sovrapproduzione di radicalità fittizia, urlata: montagne che ogni giorno partoriscono topolini di proposte del tutto inefficaci. Bonus temporanei, patrimoniali, decontribuzioni, blocchi navali: la stessa minestra in mezzo alla tempesta. Per carità, spesso si tratta di strumenti seri, ma senza una visione più ampia diventano politiche placebo: annunciate giusto per far finta di fare qualcosa, in un mondo che nessuno sa più governare.
Pensiamo alla patrimoniale. La risposta sbagliata alla domanda giusta. Una domanda giusta che è duplice. Nel breve periodo: come riequilibrare la tassazione dal lavoro verso altre basi imponibili, visto che in Italia è soprattutto il primo a pagare il conto. Nel lungo periodo: come ripensare il fisco, di fronte a un’economia immateriale, dove lavoro e consumi diventeranno sempre più spersonalizzati. Queste domande toccano al cuore la sovranità economica, il rapporto tra potere pubblico e cittadini. Mica pizza e fichi. Per questo è sbagliato ridurre tutto a un referendum pro o contro la patrimoniale.
Come ha spiegato Marco Cerrato sul Corriere Economia, uno studio commissionato dalla Commissione Europea ha sancito che le patrimoniali, dove sono fatte male, si aggirano in un attimo, mentre dove sono fatte bene pretendono registri, scambi di informazioni e coordinamento internazionale che in pochi hanno. La Francia l’ha svuotata dopo che la sua imposta sui grandi patrimoni, da cinque miliardi di gettito, era scesa a poco più di uno, e quasi ovunque in Europa il gettito è calato mentre i patrimoni esplodevano. Una patrimoniale fatta all’amatriciana non fa piangere i ricchi: li fa ridere, perché spostare il portafoglio dove l’aliquota morde meno è un gioco da ragazzi.
Che fare, allora? In Italia due cose, senza troppi proclami: riformare il catasto – perché non è giusto che un attico in centro paghi quanto una casa in un piccolo paese – e portare le tasse di successione agli standard europei. Magari superando anche i regimi speciali che premiano chi vive di rendite più che del proprio lavoro. Per il resto, rafforzare quelle infrastrutture che rendono il tema fiscale affrontabile su scala globale o almeno europea.
E qui arriva la seconda domanda. In un’economia sempre più immateriale anche la base imponibile lo diventa, libera di migrare dove conviene: l’anno in cui Ed Sheeran ha versato al fisco britannico più di Starbucks e Amazon avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. In un saggio recente, gli economisti Anton Korinek e Lee Lockwood ci ricordano una cosa che diamo per scontata: il welfare si regge quasi solo su una base, il lavoro e i consumi che tassiamo. E l’intelligenza artificiale rischia di erodere quella base, riducendo il peso del lavoro nell’economia proprio mentre il bisogno di redistribuire si fa più acuto. La soluzione non è un trucco fiscale, ma un cambio di rotta da preparare prima che arrivi la frana. Spostare il baricentro dal lavoro: dapprima verso i consumi, che reggono ancora, e verso le rendite e i monopoli dell’economia digitale: tassarli non frena nulla – i margini di profitto bastano e avanzano per innovazione e redistribuzione – purché si abbia l’infrastruttura per farlo, sovranità economica compresa.
Poi, ed è l’idea più feconda, non limitarsi a tassare i profitti a cose fatte, ma dare ai cittadini una fetta delle macchine prima: fondi sovrani che investono nelle aziende dell’intelligenza artificiale; partecipazione dei lavoratori; una dote di capitale universale; impegni delle imprese a condividere guadagni straordinari. Così i frutti delle macchine arrivano a ciascuno per diritto, non per carità. E quando a produrre quasi tutto saranno le macchine – se mai ci arriveremo – toccherà tassare loro: la potenza di calcolo, i robot, il capitale che lavora al posto nostro. Ecco la radicalità vera. Non l’ennesima bandierina, ma decidere chi e che cosa tassare nell’economia che sta arrivando, prima che arrivi. Navigare nella tempesta senza preoccuparsi della minestra. Qualcuno dirà che è buttare la palla in tribuna. Ma il gioco è cambiato. A buttarla in tribuna sono i bonus che non mordono e le tasse che non funzionano. Ridisegnare il campo è giocare la partita vera.


