L’Italia sta affrontando alcune delle più grandi trasformazioni della sua storia recente. Quella demografica, che ci consegna una popolazione più anziana e una forza lavoro destinata a ridursi. Quella tecnologica, che cambia il contenuto delle professioni e il modo di organizzare il lavoro. Quella ambientale e quella geopolitica, che ridisegnano filiere produttive, mercati e rapporti internazionali. Ognuna basterebbe da sola a mettere sotto pressione il nostro modello sociale. Sovrapposte, rendono urgente una domanda: come governare il cambiamento senza lasciare indietro persone, territori e comunità?
Nessuno può affrontare una sfida di questa portata da solo. Per questo torna di attualità un’espressione che sembrava appartenere al Novecento: patto sociale. Non come nostalgia della concertazione, ma come capacità delle istituzioni e delle parti sociali di costruire insieme risposte a problemi nuovi.
Per fortuna qualcosa si muove. È il caso di CislLab, il “temporary think tank” promosso dalla Cisl: un gruppo di lavoro con il mandato di partire dai contenuti congressuali della confederazione per adattarli alle trasformazioni in corso. Un approccio importante, perché sposta il dibattito da una logica puramente difensiva a una logica di governo delle transizioni. La domanda non è come rallentare il cambiamento, o risarcire chi resta indietro, ma come fare in modo che il cambiamento si traduca in maggiore sicurezza e più libertà sostanziali per tutti e per tutte.
Uno dei temi decisivi è la formazione. La vera sicurezza, oggi, è poter aggiornare competenze e conoscenze lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Va costruito un sistema di formazione permanente di massa: luoghi ben finanziati e valutati nei risultati, dove il diritto alla formazione smetta di essere roba da convegni o qualche ora di buco nei contratti collettivi e diventi esigibile come la scuola per un bambino di sei anni. Con una presa in carico pubblica, ma servizi erogati da comuni, università, centri di formazione, parti sociali e terzo settore. È questa l’infrastruttura che manca al contratto sociale del ventunesimo secolo, come l’istruzione obbligatoria lo è stata per quello novecentesco. In questa prospettiva si colloca la proposta di un reddito di formazione: accompagnare le persone nelle transizioni occupazionali con percorsi personalizzati e una garanzia economica per affrontare il cambiamento senza esserne travolti.
Ma governare le transizioni significa anche chiedersi come distribuire costi e opportunità tra le generazioni. Confindustria e i Giovani Imprenditori hanno ripreso un’idea lanciata alla Leopolda 2025: ridurre il carico fiscale sui giovani. Una proposta che da allora ha trovato sempre più sostenitori. È un segnale importante: quando soggetti diversi convergono sul medesimo problema, probabilmente quel problema esiste davvero.
Attenzione, però: tassare meno i giovani si può fare bene o male. Male: con bonus a scadenza e regimi temporanei. Bene: con una riforma strutturale dell’Irpef ispirata a una doppia progressività, sul reddito e sull’età. È la logica della Start Tax, che con Marcello Orecchia sviluppiamo in un position paper di “Europa 21 Secolo”. L’idea è semplice: ridurre strutturalmente la tassazione nelle fasi della vita in cui il reddito disponibile conta di più per studiare, formarsi, lavorare, investire e costruire un progetto familiare.
Formazione permanente e tassazione generazionale rispondono, in fondo, alla stessa esigenza: aumentare la libertà delle persone nelle fasi della vita in cui sono più esposte all’incertezza. La prima offre competenze per affrontare il cambiamento. La seconda risorse per costruire il proprio futuro.
I materiali per un nuovo patto sociale non mancano: li stanno mettendo sul tavolo i sindacati, le imprese e una parte della politica, ognuno con i propri accenti. La sfida, adesso, è cucirli insieme, trasformando le convergenze in leggi e risorse. Il patto sociale del ventunesimo secolo non si proclama. Si costruisce.


