Distretti, sviluppo, occupazione

Tommaso Nannicini
Democrazia/#politiche

Relazione introduttiva di Tommaso Nannicini

1. LA DOMANDA: COME COMPETERE
SU QUALITÀ E INNOVAZIONE?
Al centro della nostra riflessione sui temi dell’economia e del lavoro, abbiamo voluto porre quella che per noi rappresenta la “domanda delle domande”: come aiutare l’economia toscana a rafforzare la propria competitività, virando verso una rotta di sviluppo ad alto contenuto d’innovazione? Come rispondere alle sfide del progresso tecnologico e della competizione internazionale (che proviene ormai “a tenaglia”, sia da nazioni ad alti tassi di crescita della produttività, sia da paesi in via di sviluppo a basso costo del lavoro), senza avviare una rincorsa fatta solo di competizione di costo (e quindi di erosione delle tutele del mondo del lavoro e di contrazione del welfare per ridurre il cuneo fiscale), ma innescando al contrario un circolo virtuoso di sviluppo di alta qualità, incentrato su livelli elevati di innovazione tecnologica e qualificazione delle risorse umane (ovvero, come recita il nostro titolo, incentrato sulla qualità dell’impresa e del lavoro)?
Come Ds e come Ulivo, nel momento in cui poniamo al centro della nostra elaborazione lo slogan dello “sviluppo di alta qualità”, dobbiamo sentire in pieno il peso dell’onere della prova rispetto alle nostre proposte, per evitare il rischio che questa formula faccia la fine di altre, lanciate negli anni passati e ormai ammuffite nei nostri cassetti. Noi vogliamo scongiurare questo rischio e – per quello che compete alla politica e allo spazio dell’agire pubblico – vogliamo contribuire alla creazione delle scelte e del contesto istituzionale adatti a favorire un processo di aggiustamento strutturale che spinga la regione in questa direzione virtuosa.
Si tratta di sfruttare tutte le risorse disponibili in termini finanziari, di creatività istituzionale e di credibilità degli enti territoriali (a partire dalla Regione), affinché si inneschi un gioco di squadra tra tutti gli agenti del sistema (istituzioni, imprese, sindacati, università, centri scientifici e della ricerca): un gioco di squadra che guardi a un modello di economia che compete su qualità e innovazione, piuttosto che accontentarsi di fare della nostra regione un “grande parco giochi” (come ha dichiarato il presidente Martini). Si tratta, innanzitutto, di individuare un metodo, che non è sganciato dal merito dei problemi che dobbiamo affrontare.

Nel PRS della Toscana, si propone di sostenere lo sviluppo della regione attraverso un modello di “governance cooperativa”. È questo il metodo da rilanciare (partendo dai buoni risultati che la concertazione continua a dare nella nostra regione, e in netto contrasto con una politica del governo che mira a dividere il fronte sociale, a contrabbandando la morte della concertazione – di per sé – come un forte volontà di riforma dell’esecutivo…salvo poi dimenticarsi delle riforme in un cassetto). Nel modello di governance cooperativa, la stessa programmazione diventa uno strumento per cooperare e non l’illusione di individuare una guida che si porta dietro tutti gli altri soggetti del sistema. La governance cooperativa è qualcosa di più della sussidiarietà verticale e orizzontale, per cui si lascia sbrigliare i problemi a chi sta più in basso o più a lato, se questo è in grado di farlo meglio. È piuttosto l’idea di lavorare insieme per raggiungere, ognuno con i suoi strumenti, con le sue risorse e con le sue funzioni, un obiettivo condiviso.

2. IL CONTESTO (1): LE POLITICHE DEL GOVERNO BERLUSCONI
Ma facciamo un passo indietro. La sfida che vogliamo lanciare – declinare in concreto gli strumenti adatti a favorire l’innovazione – deve tenere conto del contesto nel quale si colloca. E questo significa tenere conto di due elementi: i) dell’orientamento di politica economica del governo nazionale; ii) delle specificità dell’economia toscana (delle sue debolezze e dei suoi punti di forza) sulle quali finiscono per impattare le sfide esterne di cui abbiamo parlato. Riguardo al primo punto, non sono pochi gli elementi di preoccupazione. Quando, come Ds, parliamo di “rischio declino”, non ci riferiamo al fatto che nel nostro paese non esistano le risorse per rilanciare lo sviluppo. Al contrario. Queste risorse ci sono: in termini imprenditoriali, finanziari, di qualità della ricerca e del capitale umano.
La preoccupazione che ci muove è che queste potenzialità risultino in parte inespresse e in parte incapaci di coordinarsi a sufficienza tra loro, per problemi di fallimento del mercato in alcuni ambiti o per carenze dell’intervento pubblico in altri. Ci preoccupa, principalmente, il fatto che l’operatore pubblico (il governo) potrebbe non svolgere al meglio il ruolo che gli compete di fronte alle sfide che ci aspettano. Questo non perché tutte le risposte debbano venire dal pubblico. Al contrario: gran parte delle risposte verranno, come sempre, dal mondo delle imprese, del lavoro, dell’università e dalla società nel suo complesso. Ma non è secondario che le istituzioni pubbliche svolgano al meglio il loro compito, facendo innanzitutto il proprio mestiere (in termini di servizi, infrastrutture, snellimento burocratico), ma anche anticipando alcuni processi di aggiustamento non più rinviabili, con lo scopo di accompagnarli e favorirli.
Volendo sintetizzare al massimo le aree di preoccupazione rispetto all’azione del governo, direi che due riguardano le cose fatte (conti pubblici e mercato del lavoro) e due riguardano le cose non fatte (liberalizzazioni e ricerca). Se si guarda a questi primi due anni di politica economica del governo Berlusconi, emerge con sempre maggiore chiarezza che il vero filo rosso che lega gli atti del governo è improntato alla più sfacciata cultura dell’irresponsabilità. Si promette tutto e il contrario di tutto, limitandosi a nascondere i problemi di compatibilità sotto il tappeto. Poi, visto che come ci insegnano gli economisti “nessun pasto è gratis”, si cercano di scaricare i costi delle proprie promesse su chi sembra dare meno problemi: le future generazioni, i consumatori o- ammesso che non se ne accorgano- i partner europei. Gli esempi e i campanelli d’allarme si sprecano (decontribuzione previdenziale; cartolarizzazioni; lassismo su deficit e inflazione).
Da questo punto di vista, assistiamo a un vero e proprio ritorno all’indietro.
Con l’opera di risanamento finanziario dei governi dell’Ulivo, si era affermata anche in Italia l’importanza della cultura della stabilità monetaria e finanziaria: l’idea che nel medio periodo non puoi sostenere la crescita dell’economia con strumenti “drogati” come i deficit pubblici, l’inflazione e le svalutazioni competitive.
La cultura della stabilità è innanzitutto cultura della responsabilità, perché ti spinge a ricercare un progetto che coniughi sviluppo e tutela dei più deboli all’interno di una comune assunzione di responsabilità dei soggetti pubblici e privati.
E la cultura della responsabilità è anche cultura della solidarietà: solidarietà verso i giovani e le generazioni future, ma anche solidarietà verso i più deboli (visto che non esiste niente di più iniquo e regressivo della tassa da inflazione). Oggi, tutto questo viene colpevolmente dimenticato dal centrodestra.
Un altro elemento di preoccupazione emerge dai primi passi della riforma del mercato del lavoro, che ci allontanano dal binomio europeo tra flessibilità e sicurezza. La proliferazione immotivata degli strumenti contrattuali per la flessibilità in entrata esaspera i problemi di “segmentazione” del mercato del lavoro, per cui tutti i costi della flessibilità finiscono per ricadere su una fascia di lavoratori meno attrezzati a competere sul mercato, con ripercussioni negative su formazione e capitale umano. La destrutturazione dei servizi pubblici per l’impiego (piuttosto che il loro rilancio in una cornice di utile competizione con i servizi dei privati), unita al niente in termini di risorse per gli ammortizzatori sociali, ci allontana anni luce da quel percorso – indicato dalla Carta dei diritti proposta dall’Ulivo – di rafforzamento delle tutele nel mercato del lavoro (sotto forma di informazione, formazione e ragionevole garanzia del reddito).
Un aspetto critico riguardo alla cose non fatte da questo governo investe il settore delle politiche per la concorrenza. Come ha denunciato Bersani, non esiste più una direzione di marcia, un’idea chiara di dove si voglia andare, in tema di liberalizzazioni. In questo mese, c’è stata una relazione annuale meno pubblicizzata di quella della banca centrale ma non meno importante: la relazione del presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Giuseppe Tesauro. Da quella relazione, emerge (con la nettezza dei numeri) come le insufficienti liberalizzazioni e le incrostazioni oligopolistiche di un insieme di importanti settori rappresentino un freno per la crescita. E come questo effetto si manifesti attraverso i maggiori costi sopportati dalle imprese che tali beni e servizi acquistano per le loro produzioni, e in modo particolare da una parte significativa dei settori esportatori italiani. La relazione individua i settori più problematici dal punto di vista della concorrenza (telecomunicazioni, servizi professionali alle imprese, trasporti, energia, commercio, assicurazioni). E mostra che i comparti produttivi che utilizzano maggiormente come input intermedi i beni e i servizi dei settori “problematici” sono quelli con i risultati peggiori in termini di contrazione della crescita e di cattiva performance sui mercati internazionali.
Ma un limite ancora più grave riguarda la seconda “cosa non fatta”: gli investimenti in ricerca e valorizzazione del capitale umano. È dal flusso degli investimenti pubblici e privati e dal loro contenuto d’innovazione, infatti, che si misurano le possibilità di un’economia di competere nel medio periodo. Si dovrebbe lanciare una politica di investimenti pubblici in capitale fisico (migliori infrastrutture), capitale umano (migliore istruzione e formazione) e in capitale ambientale (migliore tutela dell’ambiente naturale e del patrimonio culturale). Di tutto questo, non c’è traccia nelle scelte del governo. In questa ottica, possiamo trarre un primo insegnamento: forse, non ci è ancora chiaro come creare sviluppo di qualità. Ma il governo, perlomeno, ci sta indicando come non si crea.
a) Non si crea sviluppo di qualità (e qui siamo proprio all’abc): tagliando i fondi per la ricerca. La spesa per ricerca in Italia ammonta all’1% del pil (0,6% pubblico e 0,4% privato), contro il 2,2% della Francia, il 2,5% della Germania e il 2,6% degli Usa. Ma il vero problema sta nella derivata, nella variazione piuttosto che nel livello: -3% in Italia, contro +2,2%, +2,1% e +8,5%. La prima vittima dell’irresponsabilità del centrodestra in tema di conti pubblici sono gli investimenti in ricerca. Su questo punto, è particolarmente importante l’accordo siglato da Confindustria e sindacati, che indica quattro priorità in vista del prossimo Dpef (ricerca e innovazione, formazione, infrastrutture e Mezzogiorno). Tutti punti che i Ds vorrebbero al centro di un forte dibattito parlamentare aperto al confronto con le rappresentanze sociali; dibattito che difficilmente il centrodestra accetterà di sviluppare. Proposte: spesa pubblica in ricerca dal 2004, 0,75%, 0,85% e 1%; meccanismo semplificato di incentivi diretti alle imprese (pmi che investono R&S); finalizzare imposta aggiuntiva sui tabacchi e 8 per mille dello stato alla spesa per la ricerca.
b) Non si crea sviluppo di qualità: affermando un dualismo tra ricerca generalista e ricerca applicata. Perché è vero che esiste un problema di raccordo tra università e mondo produttivo. E che l’80% dei PhD statunitensi finisce a lavorare in imprese, contro il 50% della Germania e il 5% dell’Italia. Ma è difficile sostenere che i PhD che finiscono in miriadi di imprese innovative del Massachusetts non abbiano niente a che fare con l’ambiente di ricerca e di alta formazione fornito da Harvard, Mit e via snocciolando.
c) Non si crea sviluppo di qualità: assecondando la tentazione della competizione di costo, che può affiorare in parte del mondo imprenditoriale. Esempio: destrutturazione delle tutele nel mercato del lavoro.
d) Non si crea sviluppo di qualità: limitandosi ad applicare la “legge del garage”.
Qualche consulente berlusconiano avrà scoperto che negli Usa la Sun è nata
in un garage, la Microsoft è nata in un garage. Di qui la prescrizione: incentiviamo la costruzione dei garage (magari in una logica di condoni a pioggia).
Messaggio: premio a chi non rispetta le regole; non a chi innova.

3. IL CONTESTO (2): L’ECONOMIA TOSCANA DI FRONTE
ALLA GLOBALIZZAZIONE
Queste sono alcune delle preoccupazioni legate alla politica economica del governo con cui dobbiamo fare i conti. Ma veniamo al secondo elemento di contesto: lo stato dell’economia toscana. Le difficoltà congiunturali (nel 2002, flessione dell’export del -5,1% contro il -3,9% dell’Italia, crescita del pil dello 0,2% contro l’1,8%) riportano alla luce nodi strutturali già noti. Non c’è bisogno di dilungarsi qui sulle caratteristiche del modello dell’economia toscana: esiste ormai una messe di studi sull’argomento. Ricordiamo alcuni di questi aspetti nel nostro documento, che non a caso si è avvalso del contributo di un esperto come Mauro Grassi. Rapidamente, i principali motori dell’economia regionale, che le hanno permesso di raggiungere standard elevati di benessere, sono rappresentati da: i) un sistema tradizionale di distretti industriali e artigianali del “made in Italy” (della moda in particolare) e della meccanica strumentale; ii) un nucleo industriale di alta e media tecnologia centrato su poche ma significative presenze imprenditoriali; iii) un terziario fortemente radicato sulle risorse paesaggistiche e ambientali della regione; iv) un’area di produzione agroalimentare di qualità.
I punti di forza di questo complesso di settori, pur tra molte differenze settoriali e geografiche, sono quelli tipici della tradizione toscana: i) il modello distrettuale fondato sulla piccola impresa, sul radicamento locale e sulla conoscenza contestuale, che si fonda più sull’esperienza e sulle competenze operative che sui patrimoni di conoscenza scientifica; ii) l’apertura ai mercati internazionali;
iii) una forza lavoro, una società e un sistema di istituzioni che si caratterizzano per una forte adesione ai valori del lavoro, dell’impresa e della crescita economica, pur all’interno di un quadro di coesione sociale e di attenzione alla sostenibilità ambientale. Questi stessi elementi di forza, tuttavia, rischiano di diventare punti di debolezza di fronte alle sfide della globalizzazione, se non ci sapremo adattare al nuovo contesto. La scarsa diversificazione del mix settoriale, la forte esposizione verso gli scambi con l’estero e la preponderanza della piccola dimensione d’impresa rendono il tessuto produttivo toscano particolarmente fragile nel nuovo contesto internazionale, caratterizzato da una crescente apertura degli scambi e dal ritmo incessante del progresso tecnologico. È noto che le scarse dimensioni delle singole imprese sfavoriscono l’“internalizzazione” di certe funzioni aziendali diventate oggi strategiche anche per i settori cosiddetti maturi: R&S, commercializzazione all’estero, qualità dei prodotti e dei processi, adeguazione alle norme tecniche, ecc. In sintesi, ci sono opportunità da cogliere, che rischiano di diventare fattori di svantaggio competitivo se verranno abbandonate a se stesse, a causa dei limiti strutturali del sistema imprenditoriale toscano.

4. L’OBIETTIVO: L’INNOVAZIONE DEL TESSUTO PRODUTTIVO
Di fronte a questo quadro, occorre aiutare le imprese toscane a “prendere
tempo” (Romano Prodi), a parare i colpi che arrivano dalla duplice “tenaglia” della competizione internazionale. Ma è indispensabile che non si finisca per “perdere tempo”. Ovvero, è necessario avere ben chiara fin d’ora la direzione di marcia lungo la quale ci si deve incamminare. Se ci poniamo l’obiettivo di aiutare il rafforzamento del sistema produttivo, per metterlo al riparo delle sfide che arrivano dall’esterno, dobbiamo sapere: 1) che difficilmente, si può pensare ad espansioni di tipo quantitativo che arrivino dall’industria tradizionale (dove è richiesto piuttosto un lavoro di “mantenimento”, fatto di investimenti in qualità e delocalizzazioni); 2) che anche i nuclei di industria di qualità legati a nicchie paesaggistiche, ambientali e artistiche non possono dare particolari elementi di dinamismo quantitativo al sistema regionale (perché per la loro stessa natura e non riproducibilità restano confinati in dimensioni contenute).
Come abbiamo scritto nel nostro documento, “la spinta ad una nuova e forte reindustrializzazione della regione deve allora puntare a rafforzare quei nuclei sparsi di imprese e di distretti di alta e media tecnologia (dalla meccanica fine all’elettronica, dalle biotecnologie alla farmaceutica, dalla industria legata all’ICT al terziario tecnologico per le imprese), che possono rappresentare un elemento valido per dare un contenuto non effimero e duraturo allo sviluppo regionale. Si tratterebbe di un processo d’innovazione del sistema produttivo che non si connoterebbe per la pesantezza dei processi e per il forte impatto ambientale e logistico sui sistemi territoriali: puntando al contrario a sfruttare al massimo il fattore della conoscenza e a interagire con quei nuclei regionali di produzione e di domanda in grado di assorbire e di sollecitare l’innovazione (dai beni culturali alla sanità, dalla formazione al restauro all’agricoltura)”.
È bene chiarire che la Toscana non parte da zero su questa strada: sia in termini di nuclei d’imprese sparse sul territorio (si pensi alla cosiddetta Arno Valley); sia in termini di potenziale di ricerca e alta formazione presente nella regione (i tre atenei universitari, i centri del CNR, i poli di alta formazione, per un peso totale del 10% del potenziale di ricerca del nostro paese); sia in termini di politiche regionali approntate per lo scopo specifico di incentivare l’innovazione e il trasferimento tecnologico. Su quest’ultimo punto, basti pensare: al Programma Regionale di Azioni Innovative (PRAI), con i suoi interventi a favore dell’innovazione nel sistema Moda, nel campo delle biotecnologie e nel settore delle tecnologie optoelettroniche; ad alcune misure e azioni del Docup ob.2 (volte alla creazione di imprese innovative e al sostegno della società dell’informazione); alle attività di animazione, sensibilizzazione e supporto degli attori del sistema regionale con lo scopo di promuovere la loro partecipazione al VI Programma Quadro per la Ricerca.

5. LO STRUMENTO: UN PROGETTO INTEGRATO
PER L’INNOVAZIONE
Si tratta di partire da questo insieme di risorse e di interventi, per favorire un maggiore gioco di squadra tra gli attori del sistema regionale e creare una maggiore sinergia tra le politiche pubbliche. Mancano, infatti, due aspetti fondamentali: manca un forte e deciso effetto scala (cioè, si interviene in questo campo con risorse limitate e non tali da modificare gli attuali scenari di sviluppo regionale); e manca una politica unitaria e coordinata, almeno fra le istituzioni pubbliche, per mettere a punto e monitorare una strategia integrata su scala regionale.
Perché, allora, non pensare a un Progetto integrato per l’innovazione (analogo a quello varato per il sistema Moda), che sappia perseguire le necessarie economie di scala in questa direzione, tenendo insieme i settori dell’e-government, degli aiuti alle imprese, della formazione, della ricerca e della finanza? L’adozione di un progetto integrato per l’innovazione in Toscana permetterebbe al governo regionale di lanciare un segnale importante al mondo delle imprese e della ricerca, investendo sulla risorsa “credibilità” nell’assumere un ruolo guida all’interno del processo di riqualificazione verso un modello di sviluppo di alta qualità.
La strategia del progetto integrato dovrebbe puntare su alcuni fattori come:
• un effetto domanda (qualificata e mirata) della pubblica amministrazione: in particolare in quei settori che richiedono interventi innovativi (e-government, investimenti in sanità, formazione, beni culturali, restauro, turismo, agricoltura, ecc.);
• l’immissione di “nuovi soggetti imprenditoriali” provenienti da spin-off universitari o delle più grandi imprese innovative: in particolare attraverso il supporto di strumenti reali (incubatori) e finanziari (seed capital, capital venture, ecc.) alla nascita di nuove imprese;
• l’ingresso in imprese innovative e capaci di crescita di capitale di rischio supportato da fondi pubblici e privati, appositamente costituiti per il sostegno a imprese e a settori tecnologicamente avanzati;
• il rafforzamento di strumenti di formazione post-diploma o di prima formazione universitaria fortemente mirati all’ingresso qualificato nel mondo produttivo locale.
La strategia del progetto potrebbe (e dovrebbe) trarre insegnamento da alcune esperienze significative, che abbiamo voluto sottolineare con alcuni interventi programmati all’interno della nostra discussione, come quella del Polo Tecnologico Sant’Anna Caldera; quella dell’accordo tra Finmeccanica e Regione Toscana (in merito a lifelong learning, polo toscano di optoelettronica, reti telematiche e polo produttivo ferroviario); quella del fondo chiuso d’investimento SICI sul versante della finanza d’impresa.
Per far capire bene che occorre interrogarsi da subito sulla direzione di marcia della nostra economia nel medio-lungo periodo, abbiamo scelto di concentrare la nostra elaborazione sui temi dell’innovazione e del trasferimento tecnologico. Ci sono altri punti, tuttavia, che (in stretta integrazione con quanto detto) dovrebbero giocare un ruolo importante all’interno delle nostre politiche per la qualità dell’impresa..
• Finanza d’impresa. Collegare il binomio “fare impresa” e “fare finanza d’impresa”, attraverso la partecipazione diretta della Regione o il suo ruolo propulsivo sul sistema bancario, per la creazione di fondi d’investimento che si configurino come un’iniezione selettiva di sostegno allo sviluppo imprenditoriale (anche pensando ad appositi strumenti per gli start up e gli spin off universitari).
Ponendosi anche l’obiettivo di promuovere una rete informativa regionale in grado di facilitare l’uso di questi strumenti.
• Certificazione e servizi alle imprese per la sfida globale. Difendere attraverso
la certificazione del “100% italiano” (o toscano) le imprese che decidono di
competere su una fascia alta di qualità e di prezzo, radicando sul territorio tutte le
fasi del processo produttivo per sfruttare le risorse umane presenti. Non per far
rientrare dalla finestra misure protezionistiche a scapito dei paesi a minor costo
del fattore lavoro, ma per garantire l’informazione dei consumatori e proteggere
dalla concorrenza sleale imprenditori che scelgono di competere sulla qualità.
• Internazionalizzazione. Individuazione di servizi per sostenere le imprese nella sfida globale (ricerca sbocchi di mercato, marketing territoriale, ecc.), da fornire in una cornice di collaborazione tra pubblico e privato. Rilancio dello sportello
unico regionale per l’internazionalizzazione; consorzi per l’export (sul modello della proposta di legge Ds sulle piccole e medie imprese).
• Tempi, monitoraggio e ricaduta degli investimenti “strutturali”. Pensare a cosa (e come) accelerare tra i programmi strutturali che hanno una ricaduta maggiore nel breve periodo in termini di sostegno alla domanda (investimenti infrastrutturali), monitorandone strettamente i tempi d’attuazione.
• Liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Accompagnare e governare il
processo di riorganizzazione dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale
(trasporti, gas, elettricità, acqua e rifiuti). Individuare specifiche politiche settoriali, che mirino alla riduzione dei prezzi attraverso le opportune iniezioni di
competitività, all’aumento delle esternalità positive di tipo ambientale, a una
riorganizzazione industriale che porti alla crescita delle imprese gestori (che potranno rappresentare l’ossatura della nuova struttura di grandi imprese toscane).
Per concludere, sottolineo ancora una volta come le scelte selettive che abbiamo operato rispetto ai temi da affrontare siano legate al desiderio di porre al
centro della nostra elaborazione programmatica la sfida di definire gli strumenti
capaci di farci imboccare la strada di uno sviluppo di alta qualità. La sfida di definirli in negativo rispetto al vicolo cieco nel quale ci sta conducendo la politica
economica del centrodestra e – soprattutto – la sfida di definirli in positivo nel
contesto socio-economico della Toscana. In un contesto dove la chiave del successo si giocherà ancora una volta sulla nostra capacità di favorire una comune
assunzione di responsabilità verso un traguardo condiviso, da parte delle istituzioni pubbliche, del settore privato e della società nel suo complesso.