Di Maio non farà il salario minimo ma salari al minimo per tutti

Tommaso Nannicini
#salariominimo

Oggi, insieme al segretario del Pd Zingaretti, al capogruppo Marcucci e ai colleghi della commissione lavoro al Senato, abbiamo presentato la proposta PD a mia prima firma su giusta retribuzione e salario minimo.

Il salario minimo è al centro delle proposte del PD non da oggi: era nel nostro programma elettorale e in avvio di legislatura abbiamo presentato i disegni di legge Delrio-Gribaudo alla Camera e Laus al Senato.

Quello che abbiamo sempre detto, a partire dal nostro programma, è che per noi il salario minimo è utile se si affianca a un rafforzamento della contrattazione collettiva. Non lo diciamo per strizzare l’occhio al sindacato. Lo diciamo perché siamo convinti che, se il salario minimo produce una fuga dalla contrattazione collettiva, tutti i lavoratori sono più deboli. La proposta che la maggioranza sta cucinando corre questo rischio: piuttosto che un salario minimo per alcuni rischiamo di ritrovarci salari al minimo per tutti. Il perché è semplice: con la fuga dai contratti collettivi avremo salari più bassi e meno tutele contrattuali.

Il PD vuole una giusta retribuzione per tutti, non salari al minimo. E per farlo bisogna trovare un equilibrio tra contrattazione collettiva e salario minimo di garanzia, tra autonomia delle parti sociali e intervento della legge.

Il nostro punto di partenza è l’articolo 36 della Costituzione: “un lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro”. Si capisce già in questa definizione che il concetto di giusta retribuzione è ampio: quantità e qualità del lavoro non possono essere soltanto un numero, ma cambiano da settore a settore, da qualifica a qualifica, da territorio a territorio. E cosa sia una giusta retribuzione lo può decidere solo la contrattazione collettiva.

Per questo proponiamo che i minimi fissati dalla contrattazione collettiva valgano per tutti i lavoratori, qualsiasi sia il sindacato a cui sono o non sono iscritti. Non solo: proponiamo che le tutele contenute nei contratti collettivi, che non sono fatte solo di retribuzione ma di garanzie che rendono più forte chi lavora, si estendano a tutti i lavoratori. E proponiamo un salario minimo di garanzia, deciso anch’esso con il coinvolgimento delle parti sociali, che dia tutele ulteriori laddove la coperta della contrattazione collettiva potrebbe non arrivare.

Attenzione però. E così vengo al secondo punto della nostra proposta: se quanto viene stabilito dai contratti collettivi deve valere per tutti, è importante che le regole che stabiliscono chi può firmare questi contratti siano chiare e generali. E che stiano in un atto normativo. In questo caso, la forma è sostanza. Servono regole certe sulla rappresentatività delle associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro che possono firmare contratti che poi valgono per tutti. È l’unica strada per rafforzare e rendere più efficace il nostro sistema di relazioni industriali.

Per questo proponiamo una sede istituzionale, una commissione paritetica presso il Cnel composta delle organizzazioni che rappresentano i lavoratori e i datori di lavoro, incaricata di riscrivere i criteri per la misurazione della rappresentatività, in autonomia ma con tempi certi. Dopodiché queste regole saranno recepite da un atto normativo, un decreto del Ministro del Lavoro, che non potrà cambiarle ma solo acquisirle: dovrà decidere se prendere o lasciare quanto deciso in autonomia dalle parti sociali.

Si tratta di una sfida in positivo – lo dico chiaramente – anche alle parti sociali, affinché facciano un salto di qualità nello scrivere tutte insieme, nella loro autonomia, le regole del nostro sistema di relazioni industriali. Non con accordi a menù, ma in una sede istituzionale unica che dia legittimità e certezza a quelle regole. Solo con un salto di qualità di questo tipo si potrà garantire una giusta retribuzione per tutti.

PS: chiudo con una postilla su un’altra questione che non sta nel disegno di legge ma che abbiamo posto con un emendamento, e che secondo me dà il senso di cosa intendiamo quando diciamo che le leggi devono attivare un circolo virtuoso con la contrattazione collettiva: la questione dei riders. È ormai da un anno che il ministro Di Maio si fa selfie a tavoli con sigle più o meno rappresentative dei riders. Un anno di selfie: cos’è successo nel frattempo? È successo che la Corte d’appello di Torino, in virtù di una norma contenuta nel Jobs act, ha esteso anche a loro la disciplina del lavoro subordinato e grazie a quell’estensione alcuni lavoratori si sono viste riconosciute delle tutele, anche retributive, sancite dal contratto collettivo nazionale della logistica. Ma è quella norma ad aver permesso a un giudice di usare la contrattazione collettiva per estendere le tutele dei lavoratori. Con la collega Valeria Fedeli, a luglio dello scorso anno, abbiamo presentato un disegno di legge che toglie al giudice la discrezionalità sull’applicazione di quella norma, stabilendo in poche righe che si applica a tutti i lavoratori organizzati da piattaforme digitali, riders e non solo. Con qualche selfie di meno e con un po’ di attenzione in più alle proposte del PD, forse anche in questo caso avremmo qualche tutela in più per i lavoratori.