La questione salariale

Tommaso Nannicini
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Altro che ricatto, sul lavoro serve un patto

 

In un’Agorà sulle “retribuzioni giuste”, promossa dal vicesegretario Peppe Provenzano e a cui hanno partecipato il segretario Enrico Letta e il ministro Andrea Orlando, il Partito democratico ha posto la questione salariale al centro della sua agenda politica. Una parte del mondo imprenditoriale agita il fantasma degli anni ’70 e della spirale prezzi-salari. Ma il vero fantasma da scacciare è quello degli anni ’90: una stagnazione dei salari che arriverebbe – oggi – dopo anni di crisi economica anziché di boom, e che sarebbe profondamente ingiusta a fronte di un’inflazione che cresce per fattori esterni e di politiche economiche espansive che distribuiscono miliardi sul sistema imprenditoriale.

Nessun ricatto – come ha titolato l’ex-compassato quotidiano di Confindustria – ma casomai l’esigenza di un patto. Di uno scambio dove a mettere sul piatto qualcosa siano tutti: governo (fisco, welfare e formazione), sindacati (nuove regole su rappresentanza e contrattazione, anche decentrata) e parti datoriali (aumenti salariali concentrati su redditi bassi o laddove gli utili crescono). Un patto insomma, non un ricatto. L’inflazione è una tassa ingiusta su lavoratori e pensionati, soprattutto quelli con redditi bassi, a maggior ragione oggi che riguarda prodotti energetici e alimentari. Non sarebbe forse un ricatto proporre rinnovi contrattuali che tolgano dall’inflazione il peso dell’energia?

Dal canto suo, la politica deve uscire da una logica “tassista” per cui si pensa di poter risolvere tutto con la leva fiscale. Le tasse servono, ma non sono tutto. Per un principio di traslazione d’imposta, se il lavoro è debole, non c’è riduzione delle tasse che possa avvantaggiarlo. La questione salariale ha bisogno di interventi lungo quattro direttrici.

Sindacati più forti. Dobbiamo rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva, con regole sulla rappresentanza che sconfiggano i contratti pirata. Per poi estendere erga omnes, cioè a tutte le lavoratrici, il trattamento economico complessivo dei contratti più rappresentativi. E la leva fiscale può favorire una buona contrattazione detassando gli aumenti contrattuali anche in maniera selettiva, cioè sui salari bassi o laddove gli utili delle imprese crescono (ne ho parlato al Messaggero). In questa cornice, nel contrasto al lavoro povero, potrebbe aiutare anche un salario minimo introdotto per ora nei settori più fragili, scelti dal governo con l’aiuto di una commissione che coinvolga esperti e parti sociali. Alla tedesca, insomma.

Lavoro più forte. La crescita non è una condizione sufficiente perché i salari crescano, ma è senz’altro una condizione necessaria. Il Pnrr rischia di diventare un’enorme occasione mancata se non usciamo dalla logica “velocista” per cui l’unica cosa che conta è spendere velocemente, senza preoccuparci del come. Servono politiche industriali e della formazione che facciano ricadere quegli investimenti sul tessuto produttivo del nostro Paese, gestendo gli appalti in maniera non meramente burocratica ma strategica. La domanda da porci non è: spenderemo tutto entro il 31 dicembre 2026? Ma piuttosto: che economia avremo il 1 gennaio 2027? Anche qui la leva fiscale può aiutare: con una riforma che tassi (molto) di meno il lavoro, soprattutto se a tempo indeterminato, e di più rendita e ricchezza (ne ho scritto su Linkiesta, provando a sfidare il tabù italico del catasto). C’è poi il nodo della precarietà tra i giovani da aggredire, come sta facendo il Pd con le idee di Chiara Gribaudo e dei giovani democratici, sostituendo tirocini malpagati con un sano apprendistato.

Lavoratrici più forti. Chi lavora deve essere più forte anche sul mercato, con una dotazione di competenze che ne rafforzino la produttività e quindi la posizione contrattuale. Come mi è capitato di proporre a più riprese, dobbiamo costruire un nuovo spezzone di stato sociale che assicuri dai rischi legati alle trasformazioni che imprese, lavoratori e lavoratrici affronteranno sull’onda della transizione digitale e della rivoluzione verde. Serve un reddito di formazione: una garanzia del reddito agganciata a servizi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro. E serve un sistema di formazione permanente di massa: sottolineo “di massa”. Quando hai un bambino di sei anni da mandare a scuola, sai che dietro l’angolo c’è un istituto e ti interroghi sulla qualità dei docenti. Dobbiamo fare lo stesso con la formazione permanente, per renderla un diritto soggettivo realmente esigibile, non roba da convegni o qualche ora di buco nei contratti collettivi. Serve un’infrastruttura di luoghi – ben finanziati e soprattutto valutati e monitorati nei risultati che producono – in cui ricevere servizi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro (appena lo perdi e sei a rischio di perderlo). Con una presa in carico pubblica e digitale, ma con servizi erogati da comuni, università, scuole, centri di formazione, terzo settore.

Lotta allo sfruttamento. Ultimo ma non da ultimo, non ha senso parlare di dignità del lavoro e lotta al lavoro povero, finché tollereremo di avere nel nostro Paese filiere basate su uno sfruttamento lavorativo che in alcune realtà diventa schiavitù, come ci racconta da anni il grande Marco Omizzolo con la sua attività non solo di indagine ma di sostegno ai cosiddetti “invisibili” del nostro mondo del lavoro. Filiere dove spesso criminalità organizzata e lavoro nero vanno a braccetto. Con Sandro Ruotolo, abbiamo presentato al Senato un disegno di legge per il contrasto dello sfruttamento lavorativo e per l’emersione del lavoro nero, frutto anche di un percorso di ascolto nelle comunità colpite da questi fenomeni criminali. La nostra proposta prevede un programma di protezione e assistenza per le vittime di questa piaga. Garantendo loro sostegni economici mensili (il massimo della Naspi per 24 mesi), formazione, alloggio e reinserimento lavorativo. Per accompagnare alla legalità chi oggi è sfruttato per disperazione e assenza di alternative. Perché non sono queste lavoratrici e questi lavoratori a essere invisibili, ma siamo noi a essere troppo spesso ciechi.