Sicurezza sul lavoro, servono i diritti non il Far West

Tommaso Nannicini
#diritti#lavoro

Nel weekend Chiara Gribaudo ha fatto una proposta forte e condivisibile su Repubblica: assumere subito migliaia di ispettori e medici del lavoro per controllare i nuovi standard di sicurezza. Apriti cielo. Alcuni hanno detto che è una proposta contro le imprese. Salvini ha twittato che il Pd vuol far fallire le imprese mandandoci gli ispettori. Argomenti assurdi e pericolosi.

Dire che non serva assumere migliaia di ispettori in un Paese dove prima del Covid-19 tre persone al giorno morivano di lavoro, significa vivere su Marte. Dirlo in una fase di emergenza sanitaria in cui imprese e lavoratori dovranno applicare protocolli del tutto nuovi, per fronteggiare un tema di biosicurezza, significa vivere in un altro universo. I protocolli e la autocertificazioni sono utili, ma non bastano. Servono soldi per aiutare le imprese a sostenere il costo di applicare quei protocolli (leggi: comprare DPI). E servono soldi per assumere ispettori che controllino l’attuazione dei protocolli. L’autocertificazione non basta, senza risorse e senza controlli. E ricordiamoci che la pubblica amministrazione è il più grande datore di lavoro: in ogni ufficio, scuola, ospedale o caserma chi controllerà l’applicazione dei protocolli?

Come ha spiegato il magistrato Bruno Giordano in questo articolo tanto puntuale quanto condivisibile, “per esigere che nel pubblico e nel privato l’autocertificazione non sia un mero onere burocratico, assunto sbrigativamente pur di riaprire, occorrono i controlli e soprattutto i controllori, che da anni sono già in grave deficit di organico”. Le nostre 108 ASL hanno 4.000 ispettori ma soltanto 2.200 si occupano di vigilanza sui luoghi di lavoro, la metà rispetto a dieci anni fa. L’Ispettorato nazionale del lavoro conta di 2.561 ispettori, ma soltanto 222 hanno specifiche competenze tecniche per i sopralluoghi in azienda. Come se non bastasse, adesso il Governo ha attribuito ai prefetti il potere di “assicurare l’esecuzione delle misure” sulla sicurezza sul lavoro, avvalendosi anche degli ispettori del lavoro e dei carabinieri del nucleo tutela del lavoro. Il prefetto, quale autorità di pubblica sicurezza, si avvale di ispettori che non rivestono la qualifica di agenti di pubblica sicurezza e di cui spesso non conosce le competenze.

Davvero qualcuno pensa che questo sistema possa reggere? In attesa di un’Agenzia unica per la sicurezza del lavoro come quella contenuta nella mia proposta di legge n. 526 al Senato, servono scelte forti e immediate come quelle indicate da Chiara Gribaudo e Bruno Giordano. Ne sintetizzo quattro.

  • Reclutamento straordinario di migliaia di ispettori presso le ASL e l’Ispettorato nazionale del lavoro, per un periodo di 2 anni (come abbiamo fatto con medici e operatori sanitari per la Protezione civile).
  • Formazione dei nuovi assunti, sia digitale sia mediante affiancamento a ispettori esperti.
  • Aumento di stipendio e formazione ad hoc anche per gli ispettori già in ruolo.
  • Assegnazione delle auto sequestrate nel corso di indagini per droga o criminalità organizzata non solo alle forze dell’ordine, come avviene oggi, ma “anche a favore delle ASL e dell’Ispettorato nazionale del lavoro”, per dotare ispettori vecchi e nuovi di mezzi di servizio.

La sicurezza del lavoro è un bene pubblico. E servono risorse e apparati pubblici per tutelarlo. Chi dice che gli ispettori sono “contro” le imprese, paradossalmente, si fa portatore di una visione negativa del nostro sistema imprenditoriale. Le imprese hanno bisogno dell’aiuto e della collaborazione di professionisti pubblici della sicurezza per essere sicure su come applicare i protocolli. Senza questa collaborazione, c’è solo il Far West dei diritti che non a caso piace a un leader di destra come Salvini. Far West che rischia (1) di far pagare un costo ai lavoratori più deboli e precari, (2) di svantaggiare la stragrande maggioranza delle imprese che investono sulla sicurezza dei propri dipendenti, innescando una concorrenza sleale, e (3) di innescare focolai di conflitto sociale di cui non abbiamo certo bisogno in una fase di recessione.