Su pensioni d’oro, flat tax e altri inganni

Tommaso Nannicini
Welfare/#pensioni

Guido Alberto è un pensionato di 68 anni con un assegno mensile pari a poco meno di 6.000 euro: la sua, volendo usare la definizione del contratto di governo Lega-5 Stelle, è una “pensione d’oro”. Il Nostro, infatti, è una delle circa 30.000 persone a cui l’Inps eroga assegni pensionistici per più di 5.000 euro netti al mese.

Nel caso di Guido Alberto la parte di pensione non giustificata dai contributi versati, che il governo ha promesso di tagliare, corrisponde a circa 300 euro netti al mese. Se la proposta dovesse andare in porto, quindi, la sua pensione scenderebbe a poco meno di 5.700 euro. Il gettito complessivo di un intervento di questo tipo può essere stimato attorno ai 115 milioni di euro: una cifra molto lontana dal miliardo con cui il ministro Di Maio continua a promettere di finanziare il reddito di cittadinanza. Ma – si sono subito affrettati ad affermare i 5 Stelle – al di là del risparmio effettivo per le casse dello Stato, quello dei tagli alle “pensioni d’oro” è un tema di equità sociale non più rinviabile: la lotta ai privilegi, dicono, è una questione di principio prima ancora che di efficienza economica. Bene. Anche a me era capitato di parlarne in tempi non sospetti (ovviamente per la parte non legata ai contributi, che è però poca cosa nelle pensioni alte), correva l’anno 2012.

Peccato che con l’introduzione della flat tax, contenuta nello stesso contratto di governo di cui sopra, la pensione di Guido Alberto, appena decurtata di circa 300 euro, non solo tornerebbe ai livelli precedenti ma addirittura aumenterebbe di circa 1.700 euro. Complessivamente, quindi, Guido Alberto vedrebbe crescere il proprio reddito disponibile da poco meno di 6.000 a oltre 7.500 euro. Dalla pensione d’oro a quella di diamante.

In termini di finanza pubblica, poi, a fronte di una minore spesa pensionistica di 115 milioni, si avrebbe una riduzione del gettito fiscale di circa 862 milioni, solo per aumentare il reddito dei percettori di pensioni d’oro, con un conseguente aumento del deficit scaricato sulle future generazioni. Il tutto su una platea di sole 30 mila persone. Non male come risultato per chi si propone demagogicamente di tagliare i privilegi e redistribuire risorse a chi ne ha più bisogno. Quando sbandi troppo a sinistra qualche volta ti ritrovi a destra.