Il Riformista

Il testo dell’accordo sulle pensioni tra Italia e Albania già finanziato ma nascosto in un cassetto

Tommaso Nannicini
Democrazia/#Albania

Per la prima volta dalle ondate migratorie degli anni ’90, l’Albania ha riconquistato la prima pagina dei giornali italiani. Peccato che il motivo non sia stato tra i migliori. Con quella vocazione alla teatralità tipica di un artista prestato alla politica (o di un politico prestato all’arte, a seconda dei punti di vista), il premier albanese Edi Rama è venuto a Roma per firmare con la presidente italiana Giorgia Meloni un accordo sul niente. L’Italia, forse, farà in Albania quello che potrebbe fare con minori costi e maggiore rispetto del diritto internazionale sul proprio territorio. Per numeri irrisori e con complicazioni gestionali e violazioni umanitarie senza precedenti. L’Albania, in cambio, avrà qualche foto in prima pagina per il suo presidente e un po’ di spiccioli.

Secondo qualche giornale italiano, sul piatto dello scambio ci sarebbe anche l’accordo bilaterale tra i due paesi in materia di riconoscimento dei diritti pensionistici. Ma come al solito, i nostri giornali sentono il bisogno irrefrenabile di scrivere senza approfondire. L’accordo sulle pensioni tra Italia e Albania è già scritto e finanziato. Se non è ancora diventato realtà è perché evidentemente ai due governi, quello di Tirana compreso, non interessa davvero. Figuriamoci se può essere oggetto di scambio. Il niente per il niente.
Non è difficile districarsi in questa vicenda, basta leggere le fonti. La legge di bilancio per il 2022, con un mio emendamento, ha stanziato 136,5 milioni in dieci anni, a partire dal 1° gennaio 2023, per finanziare quell’accordo (si vedano i commi 1004-05 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2021, n. 234). Dopodiché, dal 2032 in poi, ci saranno 20,3 milioni all’anno per far fronte al riconoscimento dei diritti delle persone di uno dei due paesi che lavorano nell’altro. Grazie a quel finanziamento, Italia e Albania hanno concluso rapidamente l’iter negoziale per arrivare a un testo condiviso di convenzione previdenziale, firmato il 26 luglio 2022 a Tirana. Come capo delegazione per il nostro Paese (su nomina del ministro Orlando) ricordo bene quei giorni: l’entusiasmo delle due delegazioni per l’importante lavoro portato a termine; la speranza della comunità albanese in Italia, che con la sua mobilitazione aveva permesso al sottoscritto, Geri Ballo e Giovanni Lattanzi di portare quella battaglia per i diritti dentro i palazzi della politica.

Italia-Albania, che fine ha fatto l’accordo sulle pensioni già finanziato?

Dopodiché, cose è successo? È successo che Draghi è caduto e i due governi non hanno potuto apporre la firma dei ministri competenti su quel testo, già siglato dalle delegazioni negoziali che loro stessi avevano nominato. Un mero passaggio formale che non si è potuto concretizzare. Poi è arrivato il governo Meloni e ci si aspettava che quel passaggio formale avvenisse subito, per non disperdere le risorse già stanziate a partire dal 1° gennaio 2023. Ma niente, qualche burocrate ha tenuto l’accordo fermo in un cassetto con motivazioni di lana caprina. Nessun motivo tecnico, infatti, osta l’apposizione formale delle firme: il testo dell’accordo è lo stesso su cui si basa la relazione tecnica della legge di bilancio già bollinata dalla Ragioneria Generale dello Stato; il testo è stato centellinato da rappresentanti di tutti i ministeri. Insomma: pura insipienza o abuso di potere burocratico. Ma quando i burocrati si comportano così, la colpa è sempre della politica che non interviene. Bastava una telefonata. La telefonata di un ministro italiano che diceva agli uffici: “tirate fuori quel testo o saltate tutti”. La telefonata del governo albanese che diceva a quello italiano: “perché avete fatto sparire un testo bilaterale già concordato e finanziato? Dobbiamo ritirare l’ambasciatrice da Roma?” Ma il telefono è rimasto muto.

Dietro alle firme dell’accordo Italia-Albania sulle pensioni c’era tanta anima e tanto cacciavite. La sofferenza di chi ha lavorato per anni, dando un contributo alla crescita di un paese che non era il suo, e non vede riconosciuto quel sacrificio con la pensione che gli spetta. La passione della comunità albanese in Italia. La competenza di tecnici che, invece di frenare, si sono rimboccati le maniche per risolvere problemi, individuando le risorse, i diritti e l’iter negoziale in maniera innovativa e tra mille ostacoli. Dietro alle firme dell’accordo tra Meloni e Rama, invece, si respira il cerone delle dirette televisive, gli slogan urlati delle televendite, la presa in giro verso chi non ha strumenti per cambiare canale. Rendendo ancora più inaccettabile il boicottaggio dell’altro accordo, quello sulle pensioni. Una vergogna. Pagata purtroppo dalla miriade di persone, albanesi e italiane, che hanno versato contributi a cui non corrisponde alcuna pensione. Speriamo che qualcuno cominci un po’ anche a provarla, quella vergogna, e si decida a fare una telefonata per tirare quel testo fuori da un cassetto e firmarlo.
Mai come in questo caso il titolo di questa rubrica casca come il cacio sui maccheroni. L’arte è bella, il cabaret pure. Ma ridateci la politica. Firmate l’accordo, quello giusto.

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