Il Foglio

Rivoluzione Riformista

Tommaso Nannicini
Democrazia

C’è chi li vuole unire. C’è chi li maledice per tutti i mali del Paese. C’è chi li esalta perché con loro al governo tutti quei mali svaniranno. Ma nessuno si ferma un attimo a dirci chi siano. Che cosa vogliano. E chi rappresentino. Siamo noi riformisti: a volte capro espiatorio, a volte salvatori della patria, quasi mai un’idea di futuro. Per chi ha usato per tanti anni quel termine per auto-definirsi, forse, è arrivato il momento di porsi qualche domanda. Perché diamine sono riformista? Che significa? E chi me lo fa fare? Tra i tanti mantra di noi riformisti c’è che il “movimento è tutto”, che la realtà cambia di continuo e lo stesso dovrebbero fare i nostri strumenti per cambiarla, per combattere le ingiustizie che si annidano nei mutamenti spontanei, non governati da un’idea di progresso. Spesso, però, fatichiamo a essere coerenti. Balbettiamo, ci nascondiamo dietro ai vincoli dell’esistente, ripetiamo frasi degli anni ’90, confondiamo la fatica del governare con la lotta per il cambiamento sociale. Ascoltandoci, si ha la sensazione che danno le repliche di Happy Days. Trasmettiamo la nostalgia dei reduci più che la forza degli eredi.

Lo “strumentismo”: malattia infantile del riformismo

Un po’ di storia, come sempre, aiuta. Lo scontro tra massimalismo rivoluzionario e gradualismo riformista è iscritto nel Dna del movimento socialista. Per dirla con Donald Sassoon, gli ingredienti dietro al successo del socialismo nell’Europa occidentale sono tre: 1) un’analisi delle ingiustizie dell’ordine sociale esistente; 2) una teoria sul futuro superamento di quell’ordine; 3) una strategia su come passare da 1 a 2, organizzando le classi sociali svantaggiate in partiti e sindacati. I socialisti non sono gli unici a denunciare le ingiustizie, ma è un’idea di futuro che li rende più attraenti dei luddisti. Ed è una strategia organizzativa che li rende più forti degli anarchici. C’è un fine e ci sono i mezzi.

Dopodiché, tutta la storia del movimento socialista è attraversata dalla tensione tra obiettivi e strumenti, tra fine ultimo e conquiste sociali qui e ora. C’era chi aspettava la rivoluzione e chi voleva qualche diritto. I riformisti erano i secondi. Hanno scommesso sugli spazi aperti dal suffragio universale in seno alla democrazia liberale e sulla capacità del capitalismo di autoregolarsi mediante la lotta politica. E hanno vinto. Non da soli: i socialisti riformisti hanno scritto le pagine più belle alleandosi con il cattolicesimo sociale e il liberalismo egualitario. È così che il termine riformista fuoriesce dall’alveo del socialismo, finendo per essere usato da altri. Ma, se la storia ha un senso, chi si dice riformista non può non dirsi socialista, in un’accezione ampia, capace di inglobare altri filoni culturali in un’idea di progresso e giustizia sociale.

Sempre se la storia ha un senso, si capisce perché il 1989 innesca la crisi del riformismo, anche se non ce ne accorgiamo subito. Il marxismo era fallace e aveva portato alla tragedia liberticida del comunismo. Ma ciò non toglie che avesse fornito un afflato morale e un’idea di futuro che altri non avevano: è anche grazie a quel legame che i socialisti riformisti fanno le scarpe ad altre forze che si limitano a rivendicare una lista di riforme e diritti sindacali. Scomparsa l’illusione, si spenge anche il sogno. E gli eredi dei grandi riformatori del Novecento diventano i tecnocrati del secolo successivo.

Ci sono molte concause dietro alla crisi della sinistra (e della politica) dopo il secolo breve. Superando le ideologie, abbiamo smarrito gli ideali. Rimuovendo le distorsioni dello stato sociale, la sua burocratizzazione e la crisi fiscale dello Stato, abbiamo smesso di occuparci di nuovi rischi e nuove ingiustizie. Superando la partitocrazia, abbiamo rottamato i partiti. Limitando gli stati nazionali, non abbiamo costruito altre forme di sovranità che permettano alla politica di dare risposte. Insomma, abbiamo buttato via svariati bambini con l’acqua sporca.

Il filo rosso della storia ha così fatto esplodere quella che, scimmiottando il compagno Lenin, potremmo definire la malattia infantile del riformismo: lo “strumentismo”. Confondere, cioè, i mezzi con i fini, gli strumenti con gli obiettivi. Ci siamo nascosti dietro all’Europa o ai governi tecnici. E continuiamo a farlo. Certo, è più facile farlo quando c’è da spendere che quando c’è da tagliare la spesa sociale. Ed è giusto farlo quando è il male minore rispetto alla deriva del populismo sovranista. Ma in politica il male minore non scalda i cuori e, soprattutto, non crea nuovi diritti.

Governo, crescita, merito, riforme: sono tutti strumenti, non obiettivi. E non si capisce quando abbiamo smarrito la differenza. Lo stesso vale per Stato e mercato. Oggi si parla di nuovo di Stato imprenditore. Bene, parliamone. Vogliamo entrare nel capitale di alcune aziende strategiche? Definiamo cosa è “strategico”, allora. Lo è ciò che spinge un’innovazione tecnologica che aiuta a produrre beni pubblici (salute, istruzione) e che permette alle imprese non di sostituire lavoro ma di crearlo, ampliando tutele e salari. Non lo è salvare aziende decotte. Parliamone. E parliamo di nomine pubbliche. L’Italia vuole fare come la Francia acquisendo partecipazioni in grandi aziende? Prima si vada a vedere la procedura, trasparente e competitiva, con cui la politica francese seleziona i manager pubblici, che infatti passano di continuo dal pubblico al privato. Scegliamo manager capaci anziché i compagni di scuola di qualche ministro, dopodiché parliamo pure di Stato imprenditore. E, se proprio vogliamo innovare, parliamo anche di “partecipazione”: nei consigli di amministrazione è bene che siedano i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori, non gli amici dei politici.

Insomma, i limiti dello strumentismo non si palesano solo nelle discussioni sui massimi sistemi, ma nel dibattito quotidiano. Faccio altri tre esempi. Secondo alcuni, l’agenda Draghi è il nuovo orizzonte a cui i riformisti e il Pd dovrebbero guardare (esattamente come l’agenda Monti dieci anni fa; nostalgia canaglia). Ma politicamente quell’agenda non esiste. Intendiamoci: il governo Draghi sta lavorando bene nell’interesse del Paese; il Pd deve sentirlo suo e dargli tutto l’appoggio che merita; l’autorevolezza del presidente del consiglio è un bene prezioso. Non solo: il governo Draghi sta facendo meglio del Conte II, e magari un partito che ha confuso la politica con l’hashtag #AvantiConConte avrebbe dovuto dare qualche spiegazione in più su quel passaggio, piuttosto che governare con gli stessi gruppi dirigenti come se niente fosse. Ma l’attuale governo è una grande coalizione in una fase di emergenza: non può essere confuso con un orizzonte politico. A meno che non si confonda il sol dell’avvenire con il bon ton istituzionale e la buona amministrazione.

Secondo esempio: prima viene la crescita poi la redistribuzione, ci spiega una vulgata riformista. Ne siamo sicuri? Non è solo un tema di priorità, del fatto che per la sinistra uguaglianza ed emancipazione dovrebbero essere gli obiettivi cardine, sul cui altare si può anche sacrificare un po’ di crescita se serve. C’è anche un tema di nesso causale, del fatto che spesso la disuguaglianza riduce la crescita economica perché esaspera i conflitti distributivi (Torsten Persson e Guido Tabellini), riduce la mobilità sociale e disperde talenti (Raj Chetty) o crea squilibri macroeconomici (Amir Sufi). Combattere le disuguaglianze può aiutare la crescita, non viceversa. Il Pnrr rischia di cadere vittima dei limiti del riformismo scolastico se non esce dal patto consociativo tra chi pensa che bastino gli investimenti privati e chi gli investimenti pubblici per creare dignità del lavoro e prosperità diffusa. Non è così. Serve un’idea di qualità del lavoro. E servono politiche industriali, della ricerca, della formazione e del welfare coerenti. Anche il progresso tecnologico non è neutrale, ce n’è un tipo che riduce lavoro e uno che lo valorizza. L’intervento pubblico deve favorire il secondo perché, per dirla con Daron Acemoglu, il mercato non basta a creare “good jobs”.

Terzo esempio: la meritocrazia è un altro strumento confuso per obiettivo. È utile se promuove mobilità sociale e produttività. Lo è meno se diventa l’arroganza che cristallizza i successi acquisiti, o la posizione nella scala sociale che si trasmette di generazione in generazione, non più per titolo nobiliare ma per un pezzo di carta comprato in qualche università (Michael Sandel). E anche qui non sempre il mercato c’azzecca: la differenza salariale tra un esperto di finanza e un’educatrice è giustificata dal valore di mercato, ma che ne è del valore sociale? Chi lavora con impegno e dignità deve poter vivere con altrettanta dignità.

Se vogliamo dare un’identità al Partito democratico per farne l’erede delle tradizioni del riformismo dobbiamo ripartire da un’idea di futuro e selezionare classi dirigenti coerenti con quell’idea. No, l’agenda Draghi non basta. Vincere le amministrative non basta. Costruire una coalizione larga non basta. Sono strumenti utili, ma non ci faranno tornare a trovare un senso ancor prima del consenso.

Ritorno al futuro: verso un riformismo radicale

Partiamo da una premessa: non è tempo di riforme ma di rivoluzioni, di cambiamenti radicali. La crisi pandemica non ci chiede solo di curare le ferite sociali che ha creato, ma di rispondere alla domanda di non tornare al mondo di prima, che è entrata nella coscienza collettiva. Si obietterà: ma come, ora i riformisti si mettono a fare le rivoluzioni? La verità è che le hanno sempre fatte. Far votare tutti, indipendentemente dal censo e dal titolo di studio, non è stata una rivoluzione? Far studiare tutti, anche i figli dei contadini e degli operai, non è stata una rivoluzione? Emancipare le donne, rendendole padrone del proprio voto e del proprio corpo, non è stata una rivoluzione? Lo stato sociale – la più grande costruzione del riformismo socialista, del cattolicesimo sociale e del liberalismo egualitario – ha forse qualcosa da invidiare alla rivoluzione francese, russa o americana?

Per tutti: il cuore del nostro impegno deve ripartire dal rendere universale ciò che è solo per qualcuno. Dall’affermare che i diritti, le tutele, le opportunità o sono anche per l’ultimo della fila o, semplicemente, non sono (alla John Rawls). Ma le scelte che si fanno devono essere coerenti con questo impegno. Non si può citare Amartya Sen e poi bloccare un emendamento che riduce il beneficio alle multinazionali del tabacco riscaldato per finanziare l’assistenza domiciliare di persone non auto-sufficienti. Non si può citare Rawls e poi chiedere solo il taglio del costo del lavoro, incentivi automatici alle imprese e cassa integrazione, senza finanziare e monitorare nuovi spezzoni di welfare che coprano anche giovani e partite Iva. Faccio, allora qualche esempio di fini e mezzi coerenti con questa visione.

Un futuro dove chi lavora con impegno ha una vita piena”. Per dirla ancora con Acemoglu, tutti gli investimenti in ricerca e gli incentivi fiscali alle imprese dovrebbero essere ripensati per favorire la “buona” automazione, quella che favorisce la domanda di lavoro di qualità e non quella che la riduce. Facile a dirsi, più complicato a farsi. A meno di non mostrare una determinazione e una coerenza “radicale” di fronte a ogni intervento fiscale. A meno di non rivoluzionare la pubblica amministrazione, innervandola di competenze adeguatamente motivate e valorizzate. A meno di una riforma fiscale che parta da un assunto semplice: l’Italia è un Paese ricco che non cresce; dobbiamo tassare di più la ricchezza e meno il lavoro. Allo stesso tempo, servono interventi per una giusta retribuzione, rafforzando la contrattazione collettiva e introducendo un salario minimo legale qualora le parti sociali non si dimostrino all’altezza della sfida (A.S. 1132). Serve un piano straordinario di lotta all’irregolarità e al sommerso: diamo a tutti i lavoratori sfruttati, italiani o stranieri, la possibilità di emergere con un reddito forte e un percorso di formazione intensiva, se hanno il coraggio di denunciare i loro sfruttatori (A.S. 2404).

Un futuro dove nessuno viene lasciato solo nella fatica del cambiamento”. I disoccupati, i giovani in cerca di prima occupazione, i lavoratori e le lavoratrici precarie o a rischio di perdere il posto di lavoro: sono loro i dimenticati delle nostre politiche di welfare, prima e durante la pandemia. Se perdi un lavoro, lo Stato non deve aspettare che perdi anche la casa per aiutarti. Serve una garanzia del reddito agganciata a servizi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro: un “reddito di formazione” (A.S. 1381). Intorno al quale dobbiamo costruire un nuovo spezzone di stato sociale, che assicuri dai rischi legati alle trasformazioni che imprese e lavoratrici affronteranno sull’onda della transizione digitale e della rivoluzione verde: è il momento di creare un sistema di formazione permanente di massa. Sottolineo: “di massa”. Quando hai un bambino di sei anni da mandare a scuola, sai che dietro l’angolo c’è un istituto e ti interroghi sulla qualità dei docenti. Dobbiamo fare lo stesso con la formazione permanente, per renderla un diritto soggettivo realmente esigibile, non roba da convegni o qualche ora di buco nei contratti collettivi. Serve un’infrastruttura di luoghi – ben finanziati, valutati e monitorati nei risultati che producono – in cui gli individui ricevano servizi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro.

Un futuro dove uomini e donne spendono lo stesso tempo nel lavoro retribuito e non”. L’ottanta per cento delle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro (il fatto che le donne lavorino meno, guadagnino meno o facciano più part time involontario) è oggi spiegato da un unico fattore: fare figli. Il vero nodo è il tempo. Dobbiamo passare da politiche della conciliazione – per cui solo le donne devono conciliare vita e lavoro – a politiche della condivisione. La genitorialità deve essere condivisa. Per farlo non possiamo continuare a giocare con qualche giorno di congedo di paternità, serve una rivoluzione organica che includa misure per le persone, le imprese e i servizi territoriali (A.S. 2125). Quali? Congedo di paternità obbligatorio a 5 mesi, congedi facoltativi di 12 mesi perfettamente paritari, con una copertura retributiva maggiore. E ancora: part-time e lavoro agile agevolati, ma solo se di coppia. Una rivoluzione dei tempi che provocherebbe uno shock sulle imprese. È per questo che vanno aiutate a sostenere questi costi, con sgravi contributivi e manager della condivisione che le aiutino a ripensare la propria organizzazione. E vanno rafforzati servizi integrati dei comuni e del terzo settore per il sostegno alla genitorialità condivisa e alle comunità educanti.

Un futuro dove tutte le libertà sono solidali”. Se il riformismo tornerà a darsi un’idea di emancipazione legata al lavoro e allo stato sociale, supereremo il dibattito sgangherato sul fatto che interessarsi di diritti civili e diritti sociali sia in contraddizione. Chi fatica ad arrivare a fine mese non soffre meno se vive il dramma di un familiare che chiede di accedere a una fine vita assistita. Un impiegato la cui imprese delocalizza non soffre di meno se è vittima di discriminazioni per il genere della persona che ama. Ma soprattutto nessuno di noi soffre di meno quando queste ferite alle libertà solidali rendono la nostra società meno giusta. Come ci ha insegnato Filippo Turati, “le libertà sono tutte solidali, non se ne offende una senza offenderle tutte”. È l’idea di un nuovo contratto sociale alla Rawls che ci chiede di allargare la sfera dei diritti, come se riguardassero tutti perché scelti sotto un velo d’ignoranza.

Insomma: emancipazione delle persone, soprattutto di chi ha condizioni di svantaggio, come obiettivo; radicalità delle proposte come strumento. È il riformismo che si emancipa, che da aggettivo si fa sostantivo. È la prospettiva del riformismo radicale.

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