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La politica non lasci soli i patronati

Tommaso Nannicini
Welfare/##WELFARE

In mezzo all’emergenza da Covid-19, anche a fronte dei troppi buchi e della frammentazione del nostro Stato sociale, il legislatore ha messo in campo una valanga di misure emergenziali (dai bonus categoriali al reddito di emergenza, dai congedi straordinari al reddito di ultima istanza).

L’imponente produzione di atti normativi e interpretativi nel bel mezzo di una pandemia e in aggiunta a una legislazione ordinaria già particolarmente farraginosa e sotto pressione per i bisogni creati dalla crisi ha creato sfide inedite sia per i patronati sia per le amministrazioni pubbliche. Di fronte a queste sfide, i patronati si sono rimboccati le maniche per non abdicare alla loro funzione di prossimità, fornendo consulenza normativa e gestendo tutte le pratiche. E rimanendo sempre aperti, nel rispet­to dei protocolli di sicurezza, anche quando gli sportelli degli enti pubblici erogatori risultavano chiusi. A fronte di questo sforzo, la politica non può limitarsi ai complimenti. Servono risposte concrete che ridisegnino il nostro Stato sociale valorizzando la funzione sociale dei patronati.

Le aree d’intervento sulle quali la politica deve dare risposte sono essenzialmente tre (in ordine decrescente di urgenza e in ordine crescente di importanza):

1) sburocratizzare velocizzare i rimborsi;

2) rivedere le regole di finanziamento del fondo patronati per ampliarlo;

3) investire sulla qualità e sulla formazione, per valorizzare ­ appunto – la funzione sociale dei patronati.

Prima area d’intervento. Gli anticipi ai patronati sull’attività svolta nell’anno precedente sono fermi ai dati controllati nel 2017, i conguagli sono fermi ai dati del 2012.E questo perché, anche se tutte le pratiche sono digitalizzate, ci si affida ancora a controlli cartacei, pratica per pratica, degli ispettori dell’lnail.

Chiaro che questo sistema non funziona, provoca ritardi e costi di gestione inutili. Senza contare che gli ispettori dell’lnail potrebbero essere usati in modo migliore, in un Paese dove ogni otto ore si muore sul lavoro o recandosi sul posto di lavoro. Il processo con cui si erogano i rimborsi e con cui si fanno i controlli va completamente rivisto, basandolo sui dati informatizzati di lnps, lnail e Ministero dell’Interno (che già presentano numero di pratica, codice del patronato e sede) e sull’autodichiarazione di ogni patronato (dove risultano già sia le pratiche sia i punteggi organizzativi). L’lnail dovrebbe semplicemente accedere alle banche dati esistenti, realizzare un controllo in back office e ispezioni a campione, permettendo erogazioni immediate degli anticipi e dei conguagli già in corso d’anno.

Seconda area d’intervento. Molti patronati sostanziano la propria funzione sociale dando servizi per pratiche assistenziali o previdenziali che non generano punteggi organizzativi. Questa attività va valorizzata, ma soprattutto va ripensato il finanziamento del fondo patronati, allargando la base su cui si applica l’aliquota di finanziamento anche alla spesa assistenziale, non solo a quella previdenziale.

Terza area d’intervento. Non di soli rimborsi vivono i patronati, ma di buone pratiche da parte degli enti gestori di previdenza e assistenza: buone pratiche e un gioco di squadra che devono rendere più facile l’attività di front office dei patronati, aiutandoli a migliorare la qualità del servizio e a ridurre i costi dovuti a inutili duplicazioni e inefficienze nei processi. Come? Attraverso il pieno accesso a banche dati interoperabili, la coprogettazione dei software applicativi, lo scambio continuo di informazioni e documenti sia sull’interpretazione delle norme sia sulle motivazioni delle decisioni amministrative, una formazione continua degli operatori. E ancora, la forte digitalizzazione a cui andranno incontro le nostre pubbliche amministrazioni non può e non deve tradursi in passi indietro rispetto all’universalismo dei servizi, a fronte di un digital divide che ancora riguarda larghi strati della nostra popolazione e dei nostri territori. I patronati possono svolgere un ruolo fondamentale per accompagnare le persone in questa transizione sen­ za lasciare nessuno indietro, ma devono essere aiutati a farlo: con risorse, strumenti e formazione permanente.

Insomma, dai complimenti nei convegni si passi presto a risposte concrete nelle scelte normative, finanziarie e di governance del nostro Stato sociale. Troppo spesso i diritti che la politica scrive nelle sue leggi restano sulla carta, perché non s’investe su una rete di servizi che – facendo leva sul gioco di squadra tra pubblico e priva­ to sociale in una logica di sussidiarietà – informi le persone sui loro diritti e le aiuti a esigerli. Uno Stato sociale più universale resterà una chimera (o un titolo per convegni) se non poggerà su una forte rete di servizi di prossimità.

Per coniugare protezione e inclusione abbiamo bisogno di valorizzare la funzione sociale di tutti, a partire proprio da quella dei patronati.