Le nuove ragioni del socialismo

La sinistra tra globalizzazione e vecchi tabù

Tommaso Nannicini
Economia/#sinistra

Le contestazioni al vertice WTO di Seattle hanno rianimato le speranze di quanti vorrebbero posizionare la sinistra su posizioni “antagonistiche”- o perlomeno critiche- rispetto al processo di globalizzazione. Da allora si sono moltiplicati i richiami affinché la sinistra sappia riscoprire le proprie ragioni di fondo, in primis la lotta alle diseguaglianze su scala internazionale. Purtroppo, un simile dibattito ha aperto la porta alla riproposizione di vecchi tabù e all’ennesima fuga di fronte alla realtà: una realtà difficile da analizzare ed a maggior ragione da governare. Come prima cosa, dovrebbe essere chiarito che l’orgogliosa rivendicazione degli obiettivi di fondo che ispirano una forza politica di sinistra non è sufficiente a definire un’identità. Una simile rivendicazione deve essere accompagnata da una seria analisi della realtà e da una precisa individuazione degli strumenti, con i quali si intende regolare e modificare i processi sociali ed economici.
Finita l’epoca delle insanabili fratture ideologiche, delle scelte di campo tra progetti di società alternativi, la politica è davanti a un bivio: può maturare e diventare dibattito sugli strumenti di governo, oppure può ridursi a un mix di basso profilo tra esercizio retorico e gestione del potere. Limitarsi a fornire un elenco di buoni propositi equivale a scegliere la seconda strada. E’ per questo motivo che non convincono del tutto le distinzioni normative (alla Bobbio) tra destra e sinistra. Oggi, nell’era del tanto vituperato quanto benefico pensiero unico della democrazia liberale, una distinzione del genere non può che basarsi sulla diversità degli strumenti piuttosto che sulla conflittualità degli obiettivi. E’ vero: in una certa misura il dibattito sui fini retroagisce sui mezzi. Ma non è concentrandosi sugli obiettivi- senza ragionare sulla loro interazione con gli strumenti- che si può forgiare l’identità di una forza politica.
Si pensi ad un semplice esempio. Un intervento redistributivo motivato da un obiettivo di eguaglianza negli esiti solleva un problema di incentivi, finendo con l’ostacolare la crescita economica: secondo una celebre metafora, lo stato- nel trasferire risorse dal ricco al povero- non fa che trasportare dell’acqua in un secchio bucato, perdendone una parte durante il tragitto. Tuttavia, in un’ottica dinamica, per perseguire l’obiettivo di eguaglianza nelle opportunità caro alla sinistra riformista si deve accettare una qualche interferenza nella sfera dello scambio volontario, poiché gli esiti del periodo (o della generazione) precedente sono i punti di partenza del periodo successivo. Esiste un trade-off tra efficienza ed equità causato dagli effetti dello strumento redistributivo. Riconosciuto questo, è possibile che un liberista punti l’accento sui costi in termini di incentivi della redistribuzione, e che un liberal-riformista ritenga che i benefici in termini di equità o di efficienza di lungo periodo siano maggiori dei costi immediati. Tuttavia, deve essere chiaro che tale contrapposizione poggia su una visione diversa dell’interazione tra strumenti e obiettivi. Non c’è nessuna guerra tra buoni (amici dell’eguaglianza) e cattivi (fautori della diseguaglianza).

Il richiamo iniziale al dibattito sulla globalizzazione non è stato casuale: esso rappresenta un ottimo esempio di come l’assenza di una seria analisi della realtà possa portare a contrapposizioni puramente ideologiche. Da quando le invettive contro i termini mercato e capitalismo non fanno più parte del “politicamente corretto” all’italiana, sembra essere nato un nuovo capro espiatorio sul quale scaricare tutti i mali del mondo: la globalizzazione (o mondializzazione, come dicono i francesi). I movimenti che hanno manifestato a Seattle contro l’apertura del “Millennium Round” si limitano a demonizzarla. Ma anche ampi settori della Chiesa cattolica individuano nella crescente apertura dei mercati la causa delle diseguaglianze tra aree sviluppate e povere del pianeta, simbolo dell’egoismo delle società consumistiche. Una parte consistente della sinistra ripete che la globalizzazione deve essere “governata”, senza spiegare il significato reale di un simile proposito. Quanto c’è di vero in queste vedute? E chi saranno i vincitori e i vinti del processo di globalizzazione? Il dibattito- particolarmente ricco a livello internazionale- è aperto, e le divergenze di opinione sono più che legittime. Tuttavia, le discussioni all’interno del mondo politico italiano sembrano guidate da atavici riflessi anti mercato e anti-modernità, piuttosto che dalla voglia di approfondire la natura del fenomeno.
Il principale capo d’accusa mosso alla globalizzazione è quello di aver causato un’elevata disoccupazione in Europa e una caduta dei salari reali dei lavoratori nonspecializzati negli Stati Uniti. Di fronte ad una maggiore mobilità dei fattori e ad una maggiore apertura dei mercati, si sottolinea come le attività produttive dei paesi industrializzati esposte alla concorrenza internazionale siano svantaggiate, rispetto a quelle di nazioni con bassi salari e livelli minimi di protezione sociale (social dumping).
In questa ottica, l’aumento delle importazioni e delle delocalizzazioni produttive avrebbe accelerato la riduzione delle attività manifatturiere nei paesi sviluppati, peggiorando le condizioni dei lavoratori non-specializzati nel flessibile contesto statunitense, e aumentando la disoccupazione nel rigido mercato del lavoro europeo. Sebbene dotata di una sua logica, tale accusa zoppica rispetto a un punto fondamentale: l’onere della prova. Come ha evidenziato l’economista statunitense Paul Krugman (si veda per tutti il suo libro “Un’ossessione pericolosa”), il fenomeno di deindustrializzazione in atto nei paesi sviluppati- una volta analizzati i dati- può essere imputato solo in piccolissima parte alla crescita degli scambi internazionali, poiché negli ultimi decenni all’aumento vertiginoso delle importazioni ha fatto da contrappeso un incremento altrettanto rapido delle esportazioni. Si pensi all’Italia e alla tanto temuta concorrenza delle “tigri asiatiche” e degli altri paesi di nuova industrializzazione: negli ultimi anni, il nostro interscambio con queste nazioni ha sempre fatto registrare un avanzo commerciale (che nel 1996, per esempio, ammontava a 18.918 miliardi di lire). In un recente saggio (“Perché essere ottimisti sulla fine del lavoro”), un altro economista- Mauricio Rojas- ha riordinato alcune cifre volte a smentire la visione catastrofica per cui i paesi in via di sviluppo starebbero rubando posti di lavoro alle nazioni industrializzate. Le statistiche economiche non segnalano nessuna drammatica riduzione della quota di produzione industriale mondiale imputabile ai paesi ricchi. Inoltre, i paesi in via di sviluppo continuano ad essere importatori netti di beni industriali: nel 1992, per esempio, hanno esportato verso i paesi sviluppati l’equivalente di 330 miliardi di dollari, importandone l’equivalente di 550.

A questa difesa della globalizzazione, si può rispondere osservando che se i bassi salari e i “risparmi” sociali dei paesi emergenti non hanno avuto per ora una grande influenza sulla distribuzione internazionale del lavoro, non è detto che non l’avranno in futuro, a fronte di un ulteriore intensificarsi del processo di mondializzazione. Inoltre, potrebbero già essere all’opera meccanismi indiretti: per esempio, l’accresciuta concorrenzialità dei mercati e le minacce di delocalizzazione potrebbero aver indebolito il potere di contrattazione dei sindacati, colpendo in modo speciale i lavoratori con basse qualifiche od operanti in settori di crisi. Anche queste puntualizzazioni, però, non prendono in considerazione che- come ci insegna l’economia classica- il commercio internazionale è un processo a somma positiva: possono esserci dei vincitori e dei vinti, ma alla fine i benefici complessivi superano i costi.
Non molto tempo fa, i telegiornali ci hanno offerto numerose interviste a giovani agricoltori, che reclamavano candidamente il diritto a “fare quello che i nostri padri hanno sempre fatto”. Il problema è che difendere simili istanze significa perpetuare il “diritto” del figlio di un agricoltore indiano o sudamericano a morire di fame. Non esiste un diritto all’immobilità sociale o al mantenimento del proprio reddito. L’economia cambia e noi dobbiamo cambiare con essa, se vogliamo continuare a creare ricchezza. Certo, nel periodo di transizione da un assetto a un altro, nei paesi sviluppati alcuni soggetti subiranno delle perdite. Ma la giusta risposta a tali problemi non risiede nella domanda di politiche neo-protezionistiche.
Due elementi dovrebbero essere enfatizzati: 1) il nostro concetto di equità deve includere anche gli abitanti delle parti più povere del pianeta; 2) i governi dei paesi sviluppati possono intervenire al loro interno per compensare parzialmente i perdenti del processo di globalizzazione, senza interferire con esso. Se si abbraccia un’ottica planetaria, non si possono non vedere i risultati e le speranze in termini di benessere che la continua crescita del commercio internazionale ha generato nei paesi in via di sviluppo. Sia singoli esempi, sia analisi econometriche, evidenziano un effetto positivo del grado di apertura di un paese sulla crescita economica e sul reddito. Secondo una recente stima di due economisti americani- David Romer e Jeffrey Frankel- un aumento del volume degli scambi pari all’1% avrebbe in media un effetto positivo del 2-3% sul reddito pro capite di un paese. Al di là della cautela con cui vanno interpretati simili esercizi econometrici, è innegabile che la globalizzazione allarga le potenzialità di sviluppo. Per quanto riguarda i problemi di assestamento all’interno dei paesi industrializzati, lo stato dovrebbe agire su tre fronti: 1) realizzare un ambiente economico interno (fisco, infrastrutture, educazione, ecc.) che aiuti le imprese nella competizione internazionale; 2) incentivare i lavoratori (soprattutto quelli giovani) ad aggiornare il proprio capitale umano, in linea con la futura divisione internazionale del lavoro; 3) usare i trasferimenti pubblici, per soccorrere temporaneamente quanti sono stati spinti al di sotto di una soglia minima di reddito.
Dobbiamo convincerci che non c’è niente di sinistra nella domanda più o meno velata di politiche neo-protezionistiche, per non parlare degli stupidi slogan antiWTO gridati in certi cortei. La sinistra, se ha davvero a cuore l’allargamento della sfera del benessere su scala internazionale, deve agire da protagonista nel processo di apertura degli scambi mondiali, caldeggiando anche la proposta di abolire asimmetricamente le barriere commerciali contro i paesi più poveri del pianeta. In sintesi, se lo slogan “governare la globalizzazione” significa favorire l’apertura dei mercati per ragioni di equità ed efficienza, salvo permettere allo stato di intervenire per ridurne gli effetti collaterali nel periodo di transizione, allora siamo di fronte ad una posizione corretta e lungimirante. Ma se- come temo- tale slogan nasconde la voglia di arginare il processo di globalizzazione, al fine di tutelare gli interessi delle coalizioni distributive influenti nei paesi sviluppati, allora siamo in presenza di un atteggiamento non solo economicamente miope, ma anche moralmente inaccettabile.