Il Sole 24 ore

Nannicini: «Ora la sfida produttività, incentivi più ampi»

Giorgio Santilli
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Rafforzamento della defiscalizzazione sul salario di produttività con un’estensione della platea e un aumento del bonus, riconferma con un possibile, ulteriore décalage delle misure di decontribuzione in favore dei nuovi assunti, tre ipotesi allo studio per la prosecuzione del superammortamento degli investimenti effettuati dalle imprese. Sono alcune delle misure per la legge di bilancio 2017 cui sta lavorando Tommaso Nannicini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e coordinatore della squadra di Palazzo Chigi per la politica economica. «Come nelle precedenti leggi di stabilità – dice Nannicini in questa intervista al Sole 24 Ore – anche la prossima legge di bilancio sarà caratterizzata da un mix di interventi strutturali di riforma che  possono rilanciare il Paese e misure congiunturali che diano subito ossigeno a famiglie e imprese». Un mix che ritroviamo nel “pacchetto pensioni” destinato a essere avviato, ancora prima della legge di bilancio, con un provvedimento che creerà l’infrastruttura di mercato per l’Ape – anticipazione pensionistica fino a 3,7 anni con una platea potenziale di 350mila lavoratori solo nel 2017 – e sarà poi completato con misure inserite in legge di bilancio.

Tra queste misure previdenziali che dovrebbero entrare nella legge di bilancio per chiudere il primo tempo della riforma: la detrazione fiscale che completerà la flessibilità in uscita rendendo di fatto a costo zero l’operazione di uscita anticipata per alcune categorie di lavoratori meritevoli di tutele e con pensioni basse; misure di correzione di alcune iniquità del sistema previdenziale come il cumulo gratuito pro rata e gli interventi in favore dei lavoratori precoci e dei lavori usuranti; misure (in fase di valutazione) di sostegno al reddito dei pensionati con quattordicesime più alte e a una platea più ampia di beneficiari e l’estensione della no tax area.

Nannicini spiega anche che per le riforme pensionistiche ci sarà una «fase due» subito dopo la legge di bilancio e che «sarebbe un non senso che l’Unione europea ci chiedesse una manovra più restrittiva proprio quando l’economia non cresce». Un modo per dire che la trattativa con Bruxelles per alzare quell’1,8% di deficit concordato per il 2017 è all’ordine del giorno.

Sottosegretario Nannicini, l’esigenza condivisa in questo momento è il rafforzamento della crescita. E per crescere, dicono non da oggi organismi internazionali come l’Ocse e il Fmi, bisogna aumentare la produttività e ridurre il peso del fisco sul lavoro. Il governo è attivo su questi fronti?
Il governo è certamente attivo. Ma non esistono bacchette magiche e i nostri problemi di crescita vengono da lontano: già prima della crisi finanziaria internazionale eravamo in una fase di stagnazione della crescita e della produttività. Per recuperare un sentiero di crescita più dinamica dobbiamo buttare a mare zavorre strutturali che il Paese si porta appresso da decenni, dall’alto carico fiscale sui fattori produttivi all’inefficienza delle regole del gioco in alcuni mercati del lavoro e dei prodotti all’inefficienza degli strumenti dell’intervento pubblico. Le riforme strutturali che il governo sta facendo, investendo molto capitale politico e recuperando il tempo perduto, non possono però produrre effetti immediati. Serve, quindi, un mix di interventi strutturali di riforma e misure congiunturali che diano subito ossigeno a famiglie e imprese, come è stato fatto nelle ultime leggi di stabilità. Quando si parla del governo Renzi come del governo dei bonus e delle mance elettorali bisognerebbe ricordare che i bonus stanno dentro questo mix di cui fanno parte riforme strutturali importanti apprezzate anche a livello internazionale, come il jobs act e l’alleggerimento del carico fiscale sulle imprese con la riduzione dell’Ires al 24%.

La riduzione dell’Ires è confermata?
È una decisione già presa, sta nei tendenziali di bilancio. Noi rispettiamo gli impegni, è un fatto di credibilità della politica. A proposito di credibilità della politica, c’è chi accusa il governo Renzi di rallentamento dell’azione riformatrice. Ogni fase politica ha le sue peculiarità. Questa è una fase particolare, per l’avvicinarsi del referendum su quella che è la madre di tutte le riforme del governo, ma non penso affatto ci sia un rallentamento dell’azione riformatrice. Siamo in una fase di maggiore consapevolezza in cui c’è la volontà di chiudere e rendere efficaci interventi già fatti. L’azione riformatrice deve fare un salto di maturità: non basta fare buoni leggi ma si deve sviluppare un di più di capacità istituzionale e amministrativa per poi far vivere quelle riforme nel tessuto economico e sociale del Paese.

Come interpreta i dati Istat sull’occupazione? C’è ancora crescita dell’occupazione, ma a un ritmo rallentato, che molti attribuiscono alla riduzione della decontribuzione per le assunzioni. Lei condivide questa analisi?
Non particolarmente. Chiaramente gli incentivi aiutano e quella era la leva congiunturale che doveva accompagnare gli effetti del Jobs act. Ma noi pensiamo che l’occupazione non sia una variabile indipendente rispetto alla crescita. Quello che i dati ci mostrano è che, nonostante l’economia sia in una ripresa ancora fragile e lenta, le dinamiche occupazionali sono buone: la loro elasticità alla crescita del Pil è alta. È un po’ come dopo le riforme del mercato del lavoro della seconda metà degli anni ’90 che hanno introdotto le prime flessibilità nel nostro sistema: anche allora l’economia cresceva poco ma le dinamiche occupazionali non erano male. La differenza è che allora si creava soprattutto lavoro temporaneo, ora si crea lavoro stabile. Non è differenza da poco.

C’è la volontà di confermare la decontribuzione per i neoassunti l’anno prossimo?
Non si può prevedere una decontribuzione così forte in modo permanente perché il rischio è di fare il contrario di quello che fa il Jobs act, cioè creare un turn over drogato della forza lavoro. La scorsa legge di stabilità ha fatto capire che la via di uscita da questa misura è un décalage. Nel 2015 era il 100% per 36 mesi, nel 2016 il 40% per 24 mesi. Un punto di caduta di questo décalage potrebbe essere una decontribuzione di 12 mesi per i neoassunti nel 2017 a una cifra inferiore al 40%. Questo intervento chiuderebbe quella leva congiunturale per poi consegnare al governo la sfida della riduzione strutturale del cuneo contributivo nel 2018.

Margini per anticipare la riduzione del cuneo ci sono?
Il governo la analizzerà quando sarà il momento. L’altro tema, quello della produttività, è molto importante anche per il confronto in atto fra le parti sociali. Non c’è dubbio. Ho apprezzato molto l’accordo del 14 luglio fatto da Confindustria e sindacati in cui si raccoglie la palla lanciata dal governo con la scorsa legge di stabilità, con un intervento che ha reso strutturali gli incentivi alla contrattazione decentrata, territoriale e aziendale, sul salario di produttività favorendo anche strumenti innovativi della contrattazione decentrata come il welfare aziendale o la partecipazione agli utili. Quello è un meccanismo pensato per scambi virtuosi che aumentano la produttività e voleva superare il limite che la contrattazione decentrata si fa solo nelle imprese medio-grandi. Voleva, cioè, favorire un quadro di accordi in cui anche le piccole e medie imprese, senza necessariamente portare la contrattazione in azienda, possano avere un menù di strumenti per incentivare la produttività. Questa è la direzione in cui va anche quell’accordo e penso sia una direzione da portare fino in fondo.

Fino alla riforma del modello contrattuale?
Esatto. 

Non c’è bisogno di potenziare questi incentivi alla produttività?
Quello ero un primo passo. I passi successivi potrebbero essere di rendere più ampie quelle agevolazioni fiscali, raggiungendo anche altre platee di lavoratori con un innalzamento del tetto del reddito ammissibile o anche alzando l’ammontare del bonus.

Avete lasciato campo al confronto sindacale sulla riforma dei contratti. Fino a quando?
Non c’è una data di scadenza, è un dialogo che guardiamo con attenzione. Ma a maggior ragione se le agevolazioni fiscali saranno estese e ci saranno risorse pubbliche impegnate per favorire la contrattazione decentrata servirà un quadro di regole certe ed esigibili. A un certo punto, se il dialogo sociale non dovesse portare alla definizione di questo quadro, allora il problema di un intervento legislativo si porrebbe. 

Avete già cominciato a delineare il quadro macroeconomico della manovra, considerando anche le previsioni di un rallentamento della crescita rispetto alle attese?
Dobbiamo vedere i conti definitivi dell’Istat, fare le nuove previsioni e poi prendere decisioni. È chiaro che fare politica fiscale con la legge di bilancio mentre il quadro macroeconomico rallenta complica le cose sia dal lato delle leve congiunturali che puoi azionare per favorire la crescita sia dal lato del percorso di aggiustamento del debito. Questa è la ragione per cui il governo italiano è attivo in Europa per superare una visione della politica fiscale meramente restrittiva e attenta al consolidamento fiscale, che resta un obiettivo del governo ma va contemperato con l’obiettivo della crescita, altrimenti non si porta a casa né l’uno né l’altro. Il deficit dell’1,8% fissato dagli accordi con Bruxelles per il 2017 è un dato su cui ancora il governo intende negoziare, quindi. Parlare delle cifre è prematuro, però è chiaro che fare una manovra più restrittiva quando l’economia non cresce non ha molto senso. Semmai bisogna fare l’opposto. Le pensioni: anche qui è venuto fuori il mix fra riforme strutturali e bonus congiunturali. In quel caso più che di bonus parlerei di risposte a domande sociali particolarmente pressanti e urgenti. La nostra filosofia di intervento in materia previdenziale deve giocare in due tempi: in un primo tempo, a partire da questa legge di bilancio, si dà risposta subito ad alcune domande sociali e alcune categorie, in un secondo tempo si imposta una revisione più strutturale del sistema contributivo.

Perché la riforma del contributivo? Per tornare indietro rispetto alle riforme previdenziali dell’ultimo decennio?
Nessuno vuole tornare indietro rispetto all’equilibrio della sostenibilità previdenziale perché non è solo un equilibrio ragionieristico ma anche corretto equilibrio nel rapporto fra generazioni. Occorrono, però, alcuni interventi emergenziali di equità in favore di lavoratori in posizione più difficile. Per esempio chi fa lavori usuranti, chi non ha ancora raggiunto i requisiti per la pensione ma è senza ammortizzatori sociali, chi ha iniziato a lavorare molto giovane. Dobbiamo dare ora risposta a queste esigenze. Poi nella fase due si porrà il problema di alcuni nodi aperti del sistema previdenziale.

Quali temi ci sono nella “fase due”?
Con la legge di bilancio si farà la flessibilità per quelli che si avvicinano adesso all’uscita. Ma nella fase due ci dovremo porre il problema di garantire a tutti una flessibilità in uscita che oggi nel contributivo pieno è limitata alle pensioni medio-alte, pari almeno a 2,8 volte il minimo. Un altro tema della fase due è come trovare misure di solidarietà interne al sistema previdenziale che aiutino le carriere discontinue a colmare alcuni vuoti contributivi. Un terzo tema è, senza tornare indietro dall’adeguamento alla speranza di vita, come renderlo più certo, meno volatile e come legarlo alle reali aspettative di vita di lavoratori diversi, riconoscendo che non tutti i lavoratori e i lavori sono uguali rispetto alla speranza di vita. Questa messa a punto del sistema contributivo va posta in agenda subito dopo la legge di bilancio.

Per l’Ape si è parlato di un’anticipazione di tre anni. Questo periodo temporale è definitivo o è oggetto diconfronto con il sindacato?
È oggetto di confronto. E se dovessi fare previsioni sul punto di caduta direi magari quel 3,7 che arrotonderebbe perfettamente l’uscita a 63 anni rispetto ai 66 anni e sette mesi attuali.

Avete fatto una stima della platea potenziale degli interessati all’Ape?
Le stime sono preliminari e dipendono dai dettagli dell’intervento. Si tratta di circa 150mila lavoratori l’anno. Nel primo anno si cumulano i primi tre anni che hanno accesso, per cui saranno 350mila, 130mila l’anno dopo, 180mila nel 2020. Ovviamente da questi bisognerà togliere quelli che utilizzeranno le nuove flessibilità concesse all’interno del sistema, in particolare per le ricongiunzioni e per i lavoratori precoci e i lavori usuranti.

Come sta andando il confronto con il sindacato?
Mi sembra positivo: ora l’Ape si sta inserendo in un pacchetto di misure complessivo in cui il cumulo gratuito pro rata, l’intervento sui lavori usuranti e sugli interventi precoci stanno insieme all’anticipo pensionistico per tutti. Da una parte questa visione di insieme del pacchetto aiuta a capire la filosofia di intervento, dall’altro via via che si entra nello specifico delle misure concrete si esce dal fumo polemico del coinvolgimento di banche e assicurazioni per poi andare a capire se lo strumento funziona o meno per risolvere qualche problema. Può essere un meccanismo di flessibilità importante e utile per rispondere a qualche esigenza individuale, soprattutto per aiutare lavoratori in condizioni di bisogno rispetto all’esigenza di avere un reddito ponte fra l’uscita del lavoro fino alla pensione di vecchiaia.

Come userete la detrazione?
Servirà a ripagare quasi in toto la rata di ammortamento del prestito a lavoratori meritevole di tutela e con pensioni basse. Chi è in queste condizioni avrà il reddito ponte senza costi. Gli altri dovranno pagare un costo perché nessuno ha mai pensato che la flessibilità in uscita dovesse essere gratis e a carico dello Stato. Questo non lo era neanche nelle altre proposte al centro di dibattito finora. Qui la differenza è che il costo sarà modulato in maniera diversa per lavoratori che hanno problemi diversi. Per alcuni sarà gratis, per gli altri avrà un costo che potrà essere anche elevato.

Avete stimato il costo per lo Stato?
Il costo è tutto legato a due voci: costi amministrativi per consentire all’Inps di fare il front office dell’anticipo pensionistico; il costo fiscale per il bonus ai soggetti meritevoli di tutela. Lì dovremo vedere le risorse necessarie in base alla platea. È ovvio che il tema qui è risolvere problemi spendendo meno. Quindi i costi che ci aspettiamo sono di gran lunga inferiori, un rapporto di circa uno a dieci, rispetto a quelli di una flessibilità in uscita direttamente pagata dallo Stato.

La quattordicesima?
È una delle ipotesi che stiamo valutando con l’intenzione di dare un sostegno ai redditi da pensione bassi. Si può allargare la platea dei beneficiari e rendere più significativa la cifra del trasferimento monetario.

È intervento alternativo all’allargamento della no tax area?
No. Entrambi gli interventi sono sul piatto della discussione. Solo in parte le platee coincidono.

Altra priorità assoluta è il rilancio degli investimenti. Che ipotesi state facendo sul superammortamento?
Al momento ci sono solo tre ipotesi tecniche. La prima è la semplice proroga dello strumento per tutti. Una seconda ipotesi è prorogarlo per chi comunque entro una certa finestra fa degli ordini per andare incontro a difficoltà che si possono essere creati per ordini complessi di macchinari che hanno tempi di consegna molto lunghi. La terza è di modularlo premiando tipologie di investimenti particolarmente importanti per recuperare il nostro gap di produttività rispetto a competitor internazionali. Per questi investimenti il superammortamento diventerebbe un iperammortamento. Ripeto, sono solo ipotesi: il tempo delle decisioni politiche deve ancora arrivare.

Anche sugli incentivi alle imprese per gli investimenti non c’è bisogno di uno strumento strutturale, come può essere per esempio il credito di imposta per la ricerca o per investimenti innovativi oltre i limiti della incrementalità di oggi?
Penso che in prospettiva il credito di imposta per ricerca e sviluppo debba essere rafforzato sia nelle risorse sia nella semplicità dei meccanismi di accesso. Un credito di imposta sempre più semplice e sostanzioso. 

Il Senato ha appena approvato il disegno di legge sul lavoro autonomo. Cosa altro avete in programma per questi lavoratori?
Il governo ha investito nel Ddl appena approvato e il Senato lo ha arricchito. Ora va chiuso alla Camera. Il nostro è, però, un intervento a più ampio raggio su tre gambe: una fiscale, con il regime dei minimi della scorsa stabilità; una con tutele della committenza e forme di tutela per malattia e maternità che sono nel collegato sul lavoro autonomo; la terza è la previdenza, che manca ancora. Per partite Iva e giovani professionisti free lance dobbiamo dare certezza al quadro previdenziale, ponendo fine a questi stop a singhiozzo all’aumento dell’aliquota contributiva della gestione separata e avere invece un’aliquota strutturale più vicina a quella del lavoro autonomo.