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Non per cassa, ma per equità

Tommaso Nannicini, Tito Boeri
Welfare/##WELFARE

Una proposta per realizzare un prelievo sulle pensioni “più generose”, vuoi perché l’assegno è alto, vuoi perché il loro rendimento implicito è molto elevato. Servirebbe a tutelare l’equità attuariale e intergenerazionale. Quanto si potrebbe ricavarne e come andrebbero impiegate queste risorse.

IL CRITERIO DELL’EQUITÀ
Il ministro Enrico Giovannini, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ventilato l’ipotesi di un prelievo sulle pensioni sopra una certa soglia, sostenendo che “non si vede perché nel momento in cui si chiedono sacrifici a tutti qualcuno debba essere escluso”, aggiungendo che un simile intervento “non porterebbe molti soldi, ma sarebbe una misura di giustizia sociale”.

Questa impostazione ha il merito di porre l’accento sul fatto che un criterio di equità, e non di mera sostenibilità finanziaria, impone di guardare in maniera trasparente e selettiva ai trattamenti pensionistici in essere. La lenta transizione verso un sistema previdenziale in equilibrio, iniziata nel 1995, ha salvaguardato molti a scapito di due forme di equità: quella attuariale (per cui ciascuno dovrebbe ricevere un beneficio commisurato ai contributi che ha versato e a un rendimento sostenibile) e quella tra generazioni (per cui nessuna coorte dovrebbe far pagare i propri consumi correnti a quelle future). Prima della riforma Dini c’erano stati una serie di interventi, motivati da ragioni di convenienza elettorale immediata, che avevano portato a concedere trattamenti molto generosi a categorie specifiche di pensionandi. Ad esempio, negli anni di esplosione del debito pubblico, ai lavoratori autonomi era stato concesso di andare in pensione con le regole del metodo retributivo, quelle che consentivano allora versando i contributi negli ultimi tre anni di una carriera di ottenere poi pensioni del 70-80 per cento dell’ultimo reddito dichiarato. Per carità, quel che è stato è stato. Ma si può ancora fare qualcosa per riparare. Se appare giusto chiedere di più a “chi ha di più”, infatti, viste le distorsioni del nostro stato sociale, perché non dovrebbe apparire altrettanto giusto chiedere di più a “chi ha avuto di più”?

UN CONTRIBUTO DI EQUITÀ SULLE PENSIONI PIÙ GENEROSE
In questa ottica, si potrebbe introdurre un contributodi equità – attuariale e intergenerazionale – che riduca marginalmente l’ammontare delle quiescenze a chi 1) riceve un ammontare totale di pensioni al di sopra di una certa soglia e 2) ottiene questo reddito prevalentemente da una pensione il cui rendimento implicito è molto elevato. Dove il rendimento implicito dei contributi versati durante la vita lavorativa è calcolato in base all’ammontare della pensione in rapporto ai contributi versati e alla speranza di vita al momento in cui si è iniziato a percepirla. L’individuazione di una soglia sopra cui far scattare il contributo tutelerebbe il principio di equità redistributiva, sostenendo nella vecchiaia chi non ha accumulato abbastanza contributi. E farlo scattare sopra un rendimento elevato tutelerebbe l’equità attuariale e intergenerazionale, chiedendo qualche sacrificio in più a chi ha avuto troppo dalle vecchie regole del sistema pensionistico. Quindi i due criteri – di equità intra e inter-generazionale – andrebbero utilizzati congiuntamente.

Per fare un esempio su cosa significhi concentrarsi su rendimenti elevati, il contributo d’equità potrebbe riguardare solo chi ha preso l’assegno d’anzianità negli ultimi dieci anni(e quindi è potenzialmente ancora in grado di generare redditi che possano compensare la riduzione della pensione), ottenendo pensioni fino a tre volte quelle medie di vecchiaia e ottenendo rendimenti dai propri contributi nettamente superiori non solo a chi andrà in pensione col contributivo, ma anche a chi ha avuto accesso alla sola pensione di vecchiaia col retributivo. Ad esempio, i parlamentari hanno potuto godere delle regole del retributivo, potendo andare in pensione anche a 50 anni, fino all’anno scorso.
Le risorse raccolte con un contributo di questo tipo dovrebbero poi essere usate per contribuire a finanziare sia gli ammortizzatori sociali dei lavoratori flessibili, sia nuove politiche contro le crescenti povertà di un paese che stagna da due decenni, come sussidi condizionati all’impiego per salari più bassi. Rendendo evidente che l’obiettivo principale non è fare cassa, ma riequilibrare le storture del nostro welfare.
È importante sottolineare che qualsiasi intervento di questo tipo dovrebbe rifarsi a due criteri. Primo: nello stabilire le soglie d’intervento non si ragioni come se contassero solo le prestazioni individuali, quando in realtà due terzi dei pensionati riceve più di una prestazione. Una soglia elevata non necessariamente rende la misura più equa, perché ci possono essere persone che ricevono una pluralità di prestazioni tutte al di sotto della soglia, ma totalizzando un reddito pensionistico ben superiore. Bisognerebbe allora sommare tutte le prestazioni pensionistiche ricevute dallo stesso individuo. Tra l’altro le possibilità di evasione o elusione su questo fronte sono minime.
Secondo: si rendano trasparenti i rendimenti impliciti di ogni prestazione rispetto ai contributi versati. Per ogni pensione, l’istituto previdenziale che la eroga presenti a chi la riceve una semplice statistica: l’ammontare delle pensioni ricevute e future (sulla base di tavole di mortalità) in rapporto ai contributi versati. Per alcuni baby pensionati che ancora ricevono l’assegno con il metodo retributivo, questo rendimento è enorme. Accanto al rendimento implicito, l’istituto previdenziale fornisca anche il suo percentile rispetto alle pensioni in essere: cioè, se un individuo si trova nel 99 percentile dovrà rendersi conto che 99 pensionati su 100 godono di un rendimento inferiore al suo. Un passo preliminare verso qualsivoglia intervento, infatti, dovrebbe essere quello di rendere trasparenti le iniquità che ancora si annidano nel nostro sistema previdenziale (in primo luogo per chi ne ha beneficiato).

QUALCHE SIMULAZIONE SUI DATI AGGREGATI
Per rendere un’idea molto sommaria dell’ordine di grandezza che un contributo di questo tipo potrebbe mobilitare, si consideri qualche simulazione sui dati aggregati Inps del 2010. Per semplicità, consideriamo un piccolo contributo calcolato su un singolo assegno pensionistico (i numeri aggregati cambiano di poco quando si considera il reddito pensionistico complessivo di un individuo). Abbiamo calcolato tre scenari a titolo d’esempio.

Scenario A: un contributo del 2 per cento per tutti gli assegni pensionistici (diretti) sopra 2mila euro mensili. Il gettito annuo sarebbe di 1,45 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto (in media) di 41 euro mensili per circa un milione di assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per circa mezzo milione di assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 82 euro per circa mezzo milione di assegni sopra i 3mila euro.
Scenario B: contributo dell’1 per cento per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; del 2 per cento per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; del 3 per cento per gli assegni sopra 3mila euro (scenario che massimizza la progressività). Il gettito annuo sarebbe di 1,47 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto di 21 euro mensili per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 122 euro per gli assegni sopra 3mila euro.
Scenario C: contributo del 2 per cento per gli assegni tra 2mila e 3mila euro; del 3 per cento per gli assegni sopra 3mila euro (scenario che massimizza il gettito). Il gettito annuo sarebbe di 1,75 miliardi di euro. Il sacrificio richiesto di 41 euro mensili per gli assegni tra 2mila e 2.500 euro; di 50 euro mensili per gli assegni tra 2.500 e 3mila euro; e di 112 euro per gli assegni sopra 3mila euro.
Ovviamente, si può giocare come si vuole con le aliquote del contributo d’equità per aumentarne il gettito o la progressività. In termini redistributivi, si tenga conto che il gruppo colpito dal contributo (sopra 2mila euro) è fatto soprattutto di uomini (che sono il 90 per cento in questo gruppo contro una media di 59 per cento tra tutti i pensionati) e di persone leggermente più giovani (in parte vecchi baby pensionati) rispetto al totale (età media di 65 anni in questo gruppo contro i 69 anni medi di tutti i pensionati).
Finora, le simulazioni si sono limitate a considerare un contributo tarato sull’ammontare delle pensioni e non anche sul loro rendimento implicito come nella nostra proposta. Su questo fronte, le simulazioni sono più complicate perché l’Inps non rilascia dati individuali sui contributi versati durante la vita lavorativa. Ma è comunque possibile farsi un’idea di massima, sulla base di un campione casuale di circa 100mila pensioni per il 2006 (la disponibilità del campione, infatti, si ferma misteriosamente a quell’anno). I dati sono incompleti perché manca il monte contributivo, ma da un’analisi delle caratteristiche degli individui con assegni pensionistici elevati si può stimare il target della nostra proposta con un margine d’approssimazione.
Guardando alla durata del periodo contributivo e all’età al momento della prima pensione, si possono restringere gli scenari di cui sopra solo alle pensioni che probabilmente sono associate a rendimenti elevati, perché (i) si è andati in pensione prima di 60 anni e (ii) il periodo contributivo non è granché lungo (inferiore ai 35 anni). All’incirca si tratta del 65-70 per cento dei casi sopra i 2mila euro mensili. Quindi, tenendo conto di questo aggiustamento, il gettito previsto dai tre scenari di cui sopra andrebbe aggiornato come segue. Scenario A: circa 1 miliardo di euro. Scenario B: circa 1 miliardo di euro. Scenario C: circa 1 miliardo e 200 milioni di euro. Il gettito potrebbe aumentare qualora si volesse chiedere un contributo ancora più sostanzioso alle pensioni d’oro e più generose.
Come si vede, si tratta di cifre non sbalorditive a livello aggregato. Ma non è questo il punto, come ha riconosciuto lo stesso ministro Giovannini nell’intervista. Si tratterebbe di un segnale importante rispetto all’orientamento delle nostre politiche di welfare. Insomma, per dirla ancora con il neo-ministro del Lavoro: “il Governo deve fare quello che ritiene equo”. E usare questi risparmi per finanziare interventi che rafforzino ulteriormente l’equità del nostro sistema di protezione sociale.

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