Il Corriere Fiorentino

Programmiamo la ripresa

Maurizio Fatucchi
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«Non ci sarà un giorno in cui accendiamo la luce e tutto sarà come prima. Anche perché come prima non lo sarà più». Tommaso Nannicini, economista prestato alla politica, ora senatore del Pd non vuole parlare di date per la riapertura delle attività produttive. «Non si decidono le date senza dati, se mi permette il gioco di parole. E visto che molti di questi dati fondamentali sono sanitari, bene partire da quelli».

Senatore, Confapi (associazione delle piccole imprese) ha fatto una proposta: per far ripartire le fabbriche, in sicurezza, paghiamo noi i test ai lavoratori. Rientra chi è guarito o non è stato contagiato. 

«Lo avevo proposto per il protocollo con le parti sociali: facciamo i test a tutti i lavoratori, anche per loro tranquillità. È l’unico modo per avere dati sganciati dall’emergenza sanitaria, permettendoci di mappare il contagio seriamente».

Non c’è stato, ma il numero di tamponi e test stanno aumentando. In tanti chiedono di far ripartire fabbriche, locali attività. Quando potrà avvenire secondo lei?

«Non ci sarà un giorno in cui accendiamo la luce e l’economia riparte. Non dobbiamo discutere di “quando” riapriremo, ma del “come” riapriremo. La transizione durerà tra i 12 e i 18 mesi, e per gestirla dobbiamo raccogliere e analizzare dati intelligenti sui possibili rischi di nuovi contagi».

E così si può capire davvero l’entità dell’epidemia.

«Sì. Ma sia chiara una cosa: dobbiamo spiegare alle imprese, ai lavoratori e ai cittadini che ci sarà una fase di transizione lunga. Dovremo convivere a lungo col coronavirus».

Anche quando ci sarà il vaccino…

«Dovremo farlo a 60 milioni di persone. Anche se fosse veloce realizzarlo, si sta parlando di un anno, una fase di transizione che dobbiamo gestire. Vede, è giustificabile che la politica, tutta, si sia fatta trovare impreparata al coronavirus. È successo praticamente ovunque. Quello che non è accettabile è farsi trovare impreparati dalla transizione. Ora lo sappiamo: dobbiamo programmare».

Insomma, chi comincia a sparare date sulle riaperture ora, cioè fa fughe in avanti, fa anche danni. Cosa ne pensa delle date indicate dal suo amico ed ex compagno di partito Matteo Renzi?

«Le ripeto, il tema non è quando, ma come. E lo stesso Renzi è stato il primo a porre il tema del come in aula al Senato. Cioè di come — piano piano — si accompagna l’economia e la società alla ripartenza».

E quindi come?

«Cinque decisioni da prendere. Dobbiamo decidere chi lavora: per esempio giovani o no, quali filiere. Come si lavora in modo nuovo nelle fabbriche. Dove si può o si deve vivere. Come ci si muove. E come tutti anche quelli che non lavorano arrivano a fine mese. Queste cinque cose, ci piaccia o no, si sia liberisti o meno, dovrà deciderle in gran parte lo Stato: monitorando i dati in modo intelligente. Da qui l’importanza di fare i tamponi a tutti, per valutarne andamento e evoluzione. I dati devono essere raccolti per programmare, dando certezze sulle scelte, non con un decreto a settimana o una conferenza stampa in tarda serata con l’ansia. Inoltre, lo Stato deve essere trasparente e semplice, perché sarà invasivo. Non può mandarti a chiedere in banca l’anticipo della cassa integrazione con un modulo prestampato o chiederti di accedere a bonus con “clik impossibili” da dare sul sito dell’Inps. Dobbiamo essere semplici, altrimenti la transizione va in tilt».

Ammettiamo ci siano dati rassicuranti per un gruppo di lavoratori: quali fabbriche riaprono?

«Ovviamente da quelle essenziali. Non per settori, ma per filiere che permettano di far lavorare i settori essenziali: alimentare, sanitaria, logistica, energia e tutto quello che permette a queste di lavorare in sicurezza. Ci sarà da ripensare gli spazi pubblici: avremo bisogno di architetti, designer e manager. Le imprese dovranno cambiare l’organizzazione del lavoro e degli spazi. Dovremo introdurre molta capacità di “smart working”, che non è solo telelavoro e strumenti digitali, ma per molte attività sarà necessario ripensare la disposizione degli spazi fisici di produzione, distribuzione, vendita».

Chi invece partirà più tardi?

«Turismo e spettacoli per fare due esempi. Occorre quindi iniettare liquidità per farli sopravvivere e permettergli di produrre con servizi digitali dove possibile. Forme nuove per dare risposte alla domanda di bello e socialità.»

Innovare, cambiare, adattarsi. Si chiama Resilienza. Ci sono indici precisi calcolati usando indicatori sul mercato del lavoro, capacità di manovra fiscale, investimenti, sanità. L’Italia è resiliente?

«No: siamo fragili e siamo arrivati a questo choc fragili. Se usi le tue risorse per prepensionamenti a 62 anni e non in sanità, in bonus a pioggia e non in investimenti produttivi, arrivi fragile a prove del genere. Ma i nostri limiti di fronte all’enormità di questo choc non possono essere la scusa per piangersi addosso. Dobbiamo invece rimboccarci le maniche. I Paesi che usciranno meglio da questa crisi sono quelli che hanno macchine pubbliche che orientano le risorse dove c’è bisogno reale: le filiere più deboli, i lavoratori più precari. Dobbiamo svegliarci. E purtroppo, o l’Europa si dà una mossa, o con il debito che abbiamo non avremo lo spazio fiscale della Germania per trovare le risorse necessarie. O ci saranno i “corona bond”, che non servono solo all’Italia ma a tutta l’Europa per dare risposte forti a questa crisi, o avremo pochi spazi».