Corriere della Sera

«Un piano per la produttività»

Ferdinando Giugliano
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Tommaso Nannicini, professore della Bocconi, è diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio in un momento di luci e ombre per l’economia. L’occupazione dà segnali incoraggianti, ma il prodotto interno lordo aumenta meno che nel resto d’Europa. In un’intervista a Repubblica, Nannicini lancia un “piano per la produttività” e rivela nuove misure per portare i ricercatori più bravi in Italia.

Nel 2015, l’Italia è cresciuta solo dello 0,8% nonostante l’euro debole e il prezzo del petrolio basso. Perché non cresciamo come la Spagna?
“Il problema della crescita è europeo. Se l’Italia cresce meno di altri è perché ha problemi strutturali maggiori e perché è stata più colpita dalla crisi. Quanto alla Spagna, il loro deficit è stato più del doppio di quello italiano, anche perché i conti pubblici glielo permettevano.”

Crede che la ripresa dell’occupazione sia merito del Jobs Act o della congiuntura e degli incentivi alle assunzioni? 
“Dai dati emerge una ripresa dei livelli occupazionali e un aumento delle stabilizzazioni. Il primo risultato lo possiamo spiegare anche col ciclo, il secondo no. Il dibattito sul merito relativo di incentivi eJobs Act ce lo porteremo per molto tempo. La tendenza dei dati suggerisce che entrambi hanno avuto un ruolo. Più del 70% dei contratti a tempo indeterminato sono stati attivati dopo marzo, segno che molti hanno aspettato le tutele crescenti.”

State già pensando nel dettaglio a misure strutturali di decontribuzione che sostituiscano gli incentivi?
“Su alcuni giornali leggo di un “Piano Nannicini” che non c’è. C’è invece un ragionamento su come rendere meno costoso i contratti a tempo indeterminato, senza avere un impatto sulle pensioni, anzi provando a migliorarne la sostenibilità. Il salvadanaio del primo pilastro renderà solo fino a un certo punto. Bisogna pensare a come diversificare, spostando il risparmio dal primo al secondo pilastro.”

A quale livello di deficit pubblico deve puntare l’Italia nel 2017?
L’aggiustamento fiscale deve continuare, ma essere più lento del percorso eccessivamente oneroso che c’eravamo autoimposti. L’Italia non è tornata al periodo in cui si pensava di creare crescita col deficit, ma questo aggiustamento deve essere fatto in maniera graduale e usando la flessibilità per le riforme.

Il governo intende intervenire per accelerare la riforma della contrattazione?
“Una possibilità è mettere mano, con un intervento di cornice, alle regole della rappresentanza, magari all’interno di un “pacchetto produttività”. E’ un tema su cui c’è un’istruttoria tecnica e che potrebbe toccare anche la riforma di alcuni mercati, delle misure fiscali, oltre a misure per l’accesso al credito e la finanza per la crescita.”

Da mesi si parla di una struttura di economisti che lavorerà con lei a Palazzo Chigi. Cosa ne blocca la nascita?
“Si tratta di un nucleo tecnico di sostegno al presidente del Consiglio, per coordinare progetti di suo interesse. Al momento ci sono passaggi fra strutture, come la Corte dei Conti, necessari ma un po’ lenti. Dovremmo partire non oltre la fine del mese.”

Non vede rischi di duplicazione fra il lavoro della sua struttura e di ministeri come il MEF?
“Noi vogliamo evitare la duplicazione e favorire la comunicazione tra tecnici, per evitare si ostacoli la forte volontà politica di procedere sul cammino delle riforme. Vogliamo essere dei fluidificanti più che dei sostituti.”

Economisti come Roberto Perotti e Carlo Cottarelli non hanno avuto esperienze felici con Matteo Renzi. Perché il suo destino dovrebbe essere diverso? 
“Non entro nei dettagli delle esperienze altrui, ma il ruolo che ricopro è più politico. Fare l’intellettuale e fare politica richiedono approcci diversi. Mi preoccuperei se ragionassi ora con la mentalità con cui scrivevo articoli in passato: oggi la conoscenza dei dossier e la consapevolezza delle variabili sono maggiori. Fare politica è anche prendere alcune decisioni che non condividi.”

Lei in passato si è espresso a favore di un ricalcolo di pensioni pagate col metodo retributivo. Condivide la proposta del presidente dell’INPS?
“Il piano di Tito Boeri è un buon contributo con spunti che meritano di essere approfonditi quando si riaprirà il dossier. Quanto ho scritto in passato era per aumentare l’equità fra generazioni, anche con interventi simbolici. Il piano INPS, invece, è una redistribuzione nella stessa generazione. Sono affezionato al messaggio politico che c’era nella mia provocazione intellettuale, ma in un momento in cui stiamo cercando di rilanciare i consumi non è il caso di intervenire sulle pensioni.”

Avete in programma interventi per agevolare pensionamenti più flessibili?
“Nel 2015, l’intervento è stato posticipato di un anno per ragioni finanza pubblica. I punti fissi per me restano la sostenibilità del sistema e l’equità fra generazioni. Qualsiasi intervento non deve tornare indietro su questi principi, dunque dovrà essere accompagnato da forme di penalizzazione attuariale.”

Da ricercatore, lei ha vinto un grant dell’European Research Council. Pensa ci siano modi di portare più vincitori di questi grant a lavorare in Italia?
“Il problema non è tanto la mobilità dei ricercatori italiani, ma l’assenza di stranieri vincitori di questi grant che vengono in Italia. Il Piano Nazionale di Ricerca del ministro dell’istruzione Stefania Giannini, stanzierà 2,5 miliardi e darà un cambio di rotta nel cercare di attrarre chi fa ricerca a standard importanti. Ci sarà un programma di matching dei fondi ERC, di sburocratizzazione delle chiamate, e la possibilità di usare i fondi di ricerca per diminuire il carico di insegnamento. Ci sono paesi che competono per attrarre le persone con grandi patrimoni. Noi vogliamo competere per attrarre i ricercatori.”